Tutto in 30 secondi
[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

La fame vien mangiando

2010-07-05
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La grande stampa scopre l’islamercato, ovviamente nella maniera storta.

Repubblica, qualche giorno fa, pubblica questo acritico articolo sulla presentazione, alla Farnesina, del marchio “Halal Italia”.

Il titolo fa: Al via il marchio “Halal Italia” Prodotti italiani “fedeli” all’Islam, e già qui siamo in errore.

Il marchio Halal Italia esiste già da molto tempo. Fa parte di una “filiera” politico economica Regione Lombardia, Co.re.is-Halal Italia. Come scrivevo qui qualche mese fa non si tratta dell’unico marchio halal italiano. C’è un’altra filiera, quella “toscoemiliana”, che ha tutti altri padrini.

Vi prego, leggete il post e non fatemi ripetere tutto.

Si tratta di un antagonismo commerciale in cui irrompe il governo italiano con 3, dico 3 ministri: Frattini, Fazio e Galan (esteri, salute, agricoltura).

Firmano una convenzione interministeriale con la Coreis – una associazione di musulmani italiani assolutamente minoritaria il cui unico merito è di sapersi infilare nelle stanze giuste al momento giusto – per sostenere il progetto del marchio (leggete questo post di Kelebek).

Un marchio che garantirebbe “pulizia” dal punto di vista islamico, cosa di cui mi permetto di dubitare fortemente, visti i precedenti in Europa e nel mondo, e farebbe partire il businness del cibo halal made in Italy, un giro d’affari di 5 miliardi.

Il fatto è che questo businness viene garantito solo ai possessori del marchio, cioè solo a una parte del mercato (quella lombarda, evviva Formigoni).

Al di là delle valutazioni su che cosa sia davvero questo mercato halal, si crea una situazione di monopolio prima ancora di appoggiare quel mercato.

Prima ancora che ci sia una legge seria sulla cittadinanza, prima ancora di mettere mano in un modo o nell’altro alla vicenda ormai trentennale della presenza di cittadini (decine di migliaia) e residenti (centinaia di migliaia) musulmani:  prima di tutto decidiamo chi ci deve fare i soldi, installiamo la CORPORAZIONE.

Sono tutti contenti, in Sardegna, per i loro salumifici, e anche la confagricoltura esulta.

Senza sapere che dei banditi, i soliti banditi, hanno fatto i loro soliti stolidi fatti propri.

E si prenderanno la stecca.

Invece a “Repubblica” (e omologhi), presi dall’esotismo dell’evento e concentrati nello spiegare che cosa sia il cibo o la farmaceutica halal, nessuno si è accorto di niente.

Niente, deserto dei tartari, nessuno che vada oltre di un centimetro, che faccia una ricerchina su cosa succede altrove (guardate nella categoria “mercato islam” e troverete molto in merito), magari in Europa.

Stiamo parlando di un’operazione di trusting, UNA COSA VERGOGNOSA che “riesce bene” perché vi si inseriscono il suddetto “esotismo” e, anche il lato “animalista” della vicenda, che copre il tutto con una cortina di fumo.

Infatti l’unica cosa “di opposizione” che ho visto in giro riguarda il trattamento che subiscono gli animali islamicamente macellati.

Una roba che davvero con la notizia non c’entra NIENTE.

Ma niente – dico – perché la questione della macellazione halal nasceva all’inizio di quel processo che ha portato alla rapina di un mercato da parte di pochi – ovvero più o meno negli anni ’80, quando in Italia hanno iniziato a macellare halal e anzi molto prima, ben più di 2000 anni fa, quando gli ebrei, i veri romani de Roma, arrivarono nella capitale dell’impero romano e iniziarono a sgozzare i loro animali – non alla fine del processo, nel momento in cui la rapina si perpetrava.

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19 Responses to La fame vien mangiando

  1. equipaje on 2010-07-05 at 09:27

    Cittadini, cittadinanza? Eh, ma quanto siamo démodé con queste istanze ottocentesche! Consumatori, si dice oggidì.

    E comunque son qui molto, molto incerta su quale affermazione -tra quelle contenute in quell’articolo di Repubblica- candidare alla palma del ridicolo: la dichiarazione di Halima Erika Rubbo (“Un segnale di grande trasparenza da parte del governo italiano”)? Oppure i nuovi scenari di Galan ( “Potranno gustare lasagne, tortelloni e altri prodotti d’eccellenza del made in Italy ma con marchio ‘Halal’ […] Saranno fortunati […]”). O, ancora, quel suo lirico afflato universalistico (“Dal confronto e dal dialogo tra mondi diversi la nostra nazione può ricevere una grande ricchezza. E’ un atto di omaggio a tutte le donne e gli uomini di fede musulmana che lavorano nel nostro Paese, cui dobbiamo moltissimo”)?

    Dimentico sempre che ogni tanto vai ringraziato per esserci, Lorenzo.

    (E comunque, qual giusto cacio sui tortelloni halal qui ci starebbe a pennello un commento di Mizam). ;)

    • Lorenzo Declich on 2010-07-05 at 09:31

      Hehhé, lo immagino vergare versi in qualche fosco rifugio montano

  2. mizam on 2010-07-05 at 10:45

    Magari!

    Verga prose il tarjumano
    Nell’afror medio-padano
    Fosco è sol tempo tiranno
    Lui ribolle nell’affanno.

    Comunque mi pare che i due stiano confabulando, chissà…
    Bentornati!

  3. mizam on 2010-07-05 at 14:33

    Eh, già, mi pareva…

    (…) «Si galoppa, o Burqinella, verso piena integrazione,
    Giungeranno all’Esselunga merci halal a profusione!
    Di cruenti e angusti antri non c’è più bisogno alcuno,
    Le botteghe sono un ghetto che mortifica il consumo.
    Già pregusto la cassoeula coi piedini di montone,
    L’aspirina senza strutto e di agnello lo zampone,
    Tappetini digitali, lingerie certificate,
    I barbera indonesiani, cotolette depurate;
    L’orologio con la Kaaba ed il duomo di Milano:
    È di certo ipermercato paradiso musulmano!»
    Burqinella fa un sospiro, guata il suo ferro da stiro,
    Ed attacca con veemenza di calzini un nuovo giro.
    «Vi è per certo integrazione nelle leggi di mercato,
    Non a caso dopo mesi sei ancor cassaintegrato». (…)

  4. mizam on 2010-07-05 at 16:20

    Ah, per dovere di cronaca devo riferire che durante la (o a causa della) assenza di Lorenzo il nostro Giallabone ha avuto una crisi mistica. Sospetto che gli mancassero gli aggiornamenti sulle delizie mondane da 30 sec. Comunque sia, mi pare vagamente attinente:

    (…) «Sto pensando, o Burqinella, di abbracciare la via sufi:
    l’ascetismo è una gran cosa, di consumi siamo stufi».
    «È una scelta meritoria, o mio caro Giallabone,
    Ma pavento tremebonda che diventi Tariqone» (…)

    • Lorenzo Declich on 2010-07-05 at 17:43

      No, Giallabone, non farlo! Piuttosto, avvertici quando vai in vacanza che dopo questi versi ci siamo messi un po’ sul chi vive :-)))

  5. equipaje on 2010-07-06 at 10:03

    > Ma pavento tremebonda che diventi Tariqone» (…)

    Ma io AMO Mizam! :)))

  6. Andrea on 2010-07-06 at 12:28

    Scusa Lorenzo, questa volta sarò un po’ critico.
    Neanche tu centri la notizia qui: critichi e critichi, dici che si creerà una corporazione, ma non spieghi a fondo il perché tu sia sfavorevole.
    Io, facendo qualche ricerchina per un articolo che avrei dovuto pubblicare su un magazine on-line, ho capito che manca una “certificazione” halal in Italia e ciò provoca (o potrebbe provocare) incertezza presso i clienti che non sono sicuri che la carne che comprano dal loro macellaio sia davvero halal. Ma la sicurezza è anche in termini igienici: dove è stata macellata? Da chi? Come? Le norme di igiene e pulizia erano rispettate?

    Capisco bene che c’è chi ne ha fatto un business: tu qui fai l’esempio di Coreis, Lombardia etc etc. Ma è un business anche per la Coop che hanno aperto i reparti di carne halal, no?

  7. Lorenzo Declich on 2010-07-06 at 13:02

    Andrea, le critiche non possono che far bene.

    Comunque: non spiego granché perché ho già spiegato più volte: chiedo ai lettori di andare a leggere le mie motivazioni sui vecchi post.

    La certificazione, è vero, non c’è, e forse bisognerebbe farla. Ma cosa diresti se affidassi alla FIAT o meglio alla ABARTH i controlli di sicurezza di tutte le macchine circolanti in Italia?

    Il marchio Halal Italia, come spiego in altri post che ho linkato, è proprietà di una piccola associazione di musulmani di cittadinanza italiana e saranno loro a gestire TUTTO il processo di certificazione, a detrimento di tutti gli altri attori, che sono virtualmente tanti e realmente almeno due (Halal Italia e Ihsan).

    Invece, se proprio il marchio ci deve essere, dovrebbe avere come garante LO STATO che, CON UN PROCEDIMENTO TRASPARENTE, affida a dei suoi FUNZIONARI i controlli sui diversi ATTORI DEL MERCATO.

  8. mizam on 2010-07-06 at 13:48

    O ancor meglio l’EFSA (non per sfiducia nel nostro stato illuminato, per carità, ma già che ci siamo…) . La trasaparenza sulle regole rituali utilizzate nella macellazione è in ogni caso assente a tutti i livelli, dalla piccola macelleria alla grande distribuzione. La piccola macelleria, ahimé, non è che garantisca più di tanto l’osservanza delle regole che permettono di definire una carne halal, figurarsi la grande distribuzione.. Come consumatore, pretenderei di sapere, e di sapere chiaramente. L’alacre disinvoltura con cui i cosiddetti ulama contemporanei si adattano alle leggi di mercato non è particolarmente rassicurante, e poco cambia che il bollino sia appiccicato alla carcassa da pallaviciniani, ucoiani e compagnia bella.

  9. Marco Lorenzini on 2010-07-09 at 10:07

    per la Certificazione Halal in Italia.
    HALAL ITALY certifica e commercializza prodotti delle filiere agroalimentari, cosmetici, farmaceutici, chimici, packaging, cura del corpo e cura della salute.
    Particulare attenzione è indirizzata ai prodotti per i BAMBINI.
    HALAL ITALY è patrocinata, per gli studi di ricerca scientifica applicata ed avanzata nel campo della Certificazione Halal, dall’Università Mediterranea Arab Academy for Science & Technology, che fa capo alla Lega delle Nazioni Arabe ed è rappresentata in Italia dalla AICI.
    HALAL ITALY è autorizzata, sotto il profilo giuridico religioso, dal Consiglio Superiore Islamico in Italia, somma Autorità di studi islamici in Italia, nonché dalla Comunità Islamica in Italia. Ed è inoltre riconosciuta dalle organizzazioni governative e religiose dei paesi islamici.
    Benefici per le AZIENDE

    La certificazione Halal, obbligatoria per il consumo da parte di cittadini di fede islamica e quindi per l’esportazione in stati con maggioranza di cittadini musulmani, permette alle aziende italiane di approcciare e “rubare il cuore” a oltre 4 milioni di nuovi consumatori in Italia, oltre 20 milioni di nuovi consumatori in Europa e oltre 1,5 miliardi di nuovi consumatori nel mondo, tutti desiderosi di prodotti certificati e garantiti essere di qualità HALAL, mai finora curati in Italia.

    • Lorenzo Declich on 2010-07-09 at 10:35

      Grazie Marco, ci hai spiegato bene tutto.

      Mandando per due volte un messaggio commerciale sul mio blog.

      Please, Andrea, prendi nota di quanto è commerciale tutto ciò.

      Qualche domanda:

      1. Halal Italia e Halal Italy sono la stessa cosa: qual’è il ruolo della Coreis nel businness?
      2. pensi che la Lega Araba sia un buon sponsor per chi è musulmano?
      3. e cosa sarebbe questo “Consiglio Superiore Islamico in Italia”, che tu definisci la “somma Autorità di studi islamici in Italia”? Guarda che qui ‘ste cose le prendiamo sul serio. A me questo Consiglio non mi risulta proprio, mi sembra una pagliacciata inventata su due piedi per far fuffa.
      5. Comunità Islamica in Italia”? Quale? Precisare, perfavore.

      Qualche nota: sebbene è ovvio che voi vogliate vendere il vostro cibo NON E’ VERO che “la certificazione Halal e obbligatoria per il consumo da parte di cittadini di fede islamica”. I cittadini musulmani scelgono di mangiare quello che vogliono, col bollino o senza, a prescindere dalla loro religione, in base alle loro scelte individuali. Almeno: questo è ciò che fino ad ora è successo.

      Infine dubito fortemente che tutto il miliardo e mezzo di musulmani sia “desideroso di prodotti certificati e garantiti…” etc. etc. Questo, invece, è ciò che voi sperate, ciò su cui voi spingete.

      Inventa la macchina e falla diventare indispensabile.

      Mamma mia che schifo, caro Marco Lorenzini.

  10. mizam on 2010-07-10 at 13:45

    Semmai — per chi lo ritiene — è obbligatorio l’halal, non il placet di Sidi Pinco Pallino o Shaykh Tal de’ Tali.
    Al mitico miliardo e mezzo bramoso di certificazione (che ottimisticamente include anche una vasta schiera di poppanti, moribondi e non praticanti, sicuramente afflitti dal problema) andrebbero detratti i non pochi milioni di credenti sparsi per il vasto mondo che ingenuamente vanno ancora al bazar, tastano il polletto o l’agnellino ancora più o meno vispo, e procedono secondo rituale, ovvero delegano il più esperto esperto in materia del vicinato.
    Quisquilie: comunque sia la certificazione risulta senz’altro pratica in altri luoghi e situazioni, per cui, a scanso di equivoci, ho fondato il CSFC (Consiglio Supremo della Fatwa Cosmica), organo dellla SPUMS (Somma Pleiade degli Unici Musulmani Senzienti), e decreto qui e ora che le uniche certificazioni valide, attendibili, moderate e liberali, siglate con elegante sigillo di ceralacca biodegradabile, vanno considerate quelle rilasciate per una modica cifra da detto organismo.

  11. […] diventa prima un “tema d’ispirazione” e poi un feticcio da vendere in forma di salsicce di manzo o prosecco […]

  12. […] La misura dell’affare che Coreis e Governo italiano hanno concluso qualche settimana riguardo al cibo halal è ben chiaro leggendo questo articolo di Vita Lo Russo (anche se parla di “arabi” […]

  13. […] se questa fatwa fosse generalizzata il nascente businness del cibo halal italiano sarebbe stroncato sul nascere… Taggato con:1st European Halal Conference, algeria, egitto, […]

  14. […] La fame vien mangiando […]

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