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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

500 musulmani influenti e una moschea a Manhattan (islam percepito, 4)

2010-10-07
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Esce la seconda edizione di “the 500 most influential muslims“.

Poco è cambiato dall’anno scorso. L’introduzione è la stessa, l’impianto (a dir poco delirante) non è cambiato e dunque il fatto che gli editor non siano più John Esposito and Ibrahim Kalin, ma Joseph E. B. Lumbard e Aref Ali Nayed ha poca importanza.

Riassumendo (rimando al post originario e al suo sequel): si tratta di un elencone di musulmani “influenti” strutturato secondo un’idea dell’islam ben confezionata per essere “accettabile” al mondo e per dare all’islam ciò che non ha: dei punti di riferimento unici.

I primi musulmani della lista sono anche i principali committenti dell’operazione a cominciare dal n. 1: Sua Maesta Re Abdullah bin Abdul Aziz Al Saud, Re dell’Arabia Saudita e Custode dei luoghi santi.

Altri cambiamenti nel ranking:

  1. Erdogan passa dal n. 5 al n. 2.
  2. Khamenei dal n. 2 al n. 3
  3. Abdullah II di Giordania dal n. 4 al n. 2
  4. Mohammed VI del Marocco dal n. 3 al n. 6

Non compare più in classifica Sayyid Tantawi, lo scomparso sheykh dell’Università islamica del Cairo che stava al n. 8. Al suo posto, al n. 7, viene inserito il suo pari sheikh Ahmad Muhammad al-Tayeb (in compenso un redivivo Osama bin Laden compare ancora in lista).

Ed ora un po’ di investigazione*.

Come notavo l’altr’anno, la lista è commissionata da due entità, il Prince Alwaleed Bin Talal Center for Muslim-Christian Understanding di Washington e il Royal Islamic Strategic Studies Center di Amman.

Il principe al-Walid, vecchia conoscenza italiana per i suoi legami economici con Berlusconi (vedi qui e qui), è descritto così dagli estensori della lista:

Prince al Waleed bin Talal is an entrepreneur and investor who has built up a fortune through real estate and the stock market. In early 2009 his net worth was close to $15 billion. His philanthropic clout comes from his position among the richest people in the world. Prince al Waleed contributed $20 million to found the Center for Christian-Muslim Understanding at Georgetown University, which remains one of the key institutions globally working on Christian-Muslim relations.

Ciò che Joseph E. B. Lumbard e Aref Ali Nayed e i loro predecessori non dicono è che al-Waleed bin Talal è una delle grandi eminenze grigie dei nostri media:

  1. è il secondo azionista di News Corp. (cioé, anche Fox news) di Rupert Murdock ;
  2. possiede Rotana, l’arrembante entertainment group egemone nel mondo arabo, di cui Murdock ha il 9%.

Ma anche, e qui entriamo anche nella sterminata foresta dell’islamercato, finanzia i progetti dell’imam Feisal Abdul Rauf, ovvero l’ideatore della Cordoba House, cioè quel centro culturale con annessa sala di preghiera musulmana che su media quali appunto Fox news è passata come “la moschea di Ground Zero” (e da noi, addirittura, come “moschea del perdono“) ma che di fatto “moschea di Ground Zero” non è.

Qui il gioco si fa duro.

A fine agosto Eric Bolling, anchorman e investitore di Fox News cerca di dimostrare i legami dell’imam Rauf con Hamas, i Fratelli Musulmani, l’Iran e chi più ne ha più ne metta.

Jon Stewart, da Comedy Central, gli risponde usando anche lui la strategia del guilt-by-association: sbandiera i legami di Rauf con il principe al-Waleed.

Se Bolling accendeva le paure degli americani affermando che la Cordoba house poteva diventare  una centrale di comando per i terroristi Stewart, deridendolo, replicava che lo stesso poteva dirsi di Fox news.

E se la prima “denuncia” è destituita di ogni fondamento la seconda, come abbiamo visto, un fondamento lo possiede, almeno dal punto di vista finanziario.

Ma non è finita qui perché c’è anche chi, seguendo la pista complottarda, ha individuato un altro inquietante finanziatore dell’imam Rauf: R. Leslie Deak.

Questo personaggio è allo stesso tempo un fervente musulmano (da poco, però) e un fervente patriota (leggi: un personaggio legato agli ambienti dell’intelligence americana). E, alla lontana, ha anche relazioni con la destra anti-islamica che ha manifestato l’11 settembre contro la Cordoba House (c’era anche Gert Wilders, è bene ricordarlo).

Quanto all’imam Rauf, come mette in luce questo post su Redacted News, ha diversi legami con l’amministrazione americana di Bush e, oggi, di Obama. Il ché lo rende oggettivamente “la faccia” scelta dai vertici USA per rappresentare l’islam “buono”.

Ecco cosa ne deduce Mark Ames, l’autore del post appena citato:

Whether the Cordoba Initiative ever gets its way with the Ground Zero Mosque, it may well have a lasting legacy at odds with its stated intention: By damaging the very moderates and progressives who actually view New York, and the nation as a whole, as a tolerant melting pot, and strengthening the position demagogues on both sides, it will almost certainly deal a setback to interfaith relations. It will also help to hobble the Democratic party. Which just might have been the point all along.

Io invece mi chiedo: cosa tutto ciò ha a che vedere con i musulmani in carne ed ossa?

Datevi voi una risposta.

———————

* Grazie Miguel ;-)

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3 Responses to 500 musulmani influenti e una moschea a Manhattan (islam percepito, 4)

  1. […] mettono alcuni anche fra i 500 musulmani più influenti al mondo, li considerano “musulmani […]

  2. […] Compariva come finanziatore della Cordoba House, cioè quel centro culturale con sala di preghiera che tutti si sono affrettati a chiamare “moschea di Ground Zero” e che è presto diventato un casus belli dai contorni raccapriccianti (vedi qui), e lui si affretta a negare. […]

  3. […] Non è un caso che Erdogan figuri al secondo posto nella lista dei 500 musulmani più influenti al mondo. […]

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