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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

I sudditi dell'impero britannico

2010-11-23
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Da oknotizie West mi rimanda a questa notizia:

Recenti proiezioni demografiche dell’ONS indicano che entro il 2051 la popolazione del Regno Unito sarà composta per il 41% da minoranze etniche. Muovendo da questi dati, l’economista David Coleman ha calcolato che prima del 2066 i nativi britannici scenderanno sotto al 50% del totale dei residenti nel paese. (fonte)

Poiché parliamo di proiezioni io mi proietto indietro, invece che avanti, e vi mostro la mappa dell’Impero britannico nel 1919:

Vista la sproporzione areale e demografica fra “madrepatria” (blu) e “impero” (rossi) e tenuto conto che le ultime “fughe” inglesi dalle colonie risalgono all’inizio degli anni ’70, mi stupisco che il dato fornito all’inizio sia previsto solo per il 2066.

Cosa pensavano di fare gli inglesi? Di andarsene via dopo secoli di dominio senza portarsi dietro tutti coloro che avevano civilizzato? Non credo.

 

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14 Responses to I sudditi dell'impero britannico

  1. P. on 2010-11-23 at 09:07

    Pensavano che “stessero a casa loro”, dove gli sarebbe stato “insegnato a pescare”. Un po’ quello che pensano tutti quelli che vanno nei PVS.

  2. darmius on 2010-11-23 at 09:18

    Più che altro, rivedere quella mappa mi ha fatto pensare che già cent’anni fa gli inglesi erano una “minoranza” fra i sudditi dell’Impero.
    Proiettiamo ancora più indietro la cosa: qual’era la percentuale di romani de roma nell’impero omonimo? e nella città omonima, diciamo nel I sec. d.C.?
    D

    • Lorenzo Declich on 2010-11-23 at 09:36

      E’ proprio questo il punto: i “non inglesi” nel dominio britannico sono in maggioranza da un bel po’…

  3. falecius on 2010-11-23 at 19:19

    Darm: i romani in età imperiale trasformavano in romani i popoli conquistati, tanto che ancora nel 1811, dodici secoli dopo la fine dell’Impero, il titolo di “Re dei Romani”contava qualcosa in occidente. E sai benissimo quale parte del mondo sia indicata dall’ espressione “Rum” in arabo e persiano. Nessuno si sognerebbe di chiamare “Anglia” una qualsiasi porzione di subcontinente indiano (in effetti la cosa sarebbe difficile anche per la Scozia). L’assimilazione dei sottomessi alla denominazione della nazione imperiale è qualcosa che gli inglesi (e la maggior parte degli imperi europei moderni in genere, con le parziali eccezioni di Francia e Portogallo) hanno sempre assolutamente aborrito.

    • Lorenzo Declich on 2010-11-23 at 19:27

      Certo che no, e per motivi di convenienza.

    • darmius on 2010-11-24 at 09:42

      giusto. ma ricordiamoci che l’editto di Caracalla (imperatore nato e cresciuto in Gallia) è del 212.
      Volendo si può anche obiettare che ci sono dei maori definiti (neo)zelandesi…
      D

      • falecius on 2010-11-24 at 10:41

        Certo, è del 212, ma rappresenta il termine di un processo di estensione graduale e costante della cittadinanza iniziato nel almeno 90 AVANTI CRISTO e da allora continuato, anche se lentamente e con molte esitazioni.

        Ma già un secolo prima, attorno al 180 a.c. così cantava Ennio, uno dei primi poeti epici di lingua latina, con orgoglio, nel celebrare la concessione dello status di cittadini al suo municipio, ossia quel che era in definitiva una annessione:
        “Num Romani sumus, quae fuemus ante Rudini” (cito a memoria).
        Ecco, Derek Walcott non potrebbe scrivere mai una cosa del genere, e non sono nemmeno sicuro che sarebbe possibile per un Hanif Kureishi. Mentre uno scrittore francofono di origine maghrebina può affermare di essere uno scrittore “francese” nel pieno senso della parola, e sarà accettato dalla maggior parte dei francesi come tale (anche se quando leggo che la Cixous è “algerina” resto perplesso. Nessuno sostiene, credo, che Ungaretti sia uno “scrittore egiziano”).

  4. mizam on 2010-11-24 at 15:10

    Sulla tecnica di assimilazione britannica rimane eloquente la cosiddetta Minuta Macaulay del 1835, redatta da Thomas Babington, meglio conosciuto come Lord Macaulay, che plaudiva l’abrogazione del persiano e di ogni altro idioma locale come lingua ufficiale in India (a favore dell’inglese, obviously), e l’istituzione di università inglesi in loco nella necessità di forgiare — cito alla lettera — “una classe di persone, indiane per sangue e colore della pelle, ma inglesi per gusto e carattere, nella morale e nell’intelletto”.

  5. mizam on 2010-11-24 at 15:57

    Toodle pip, old chum!

  6. falecius on 2010-11-25 at 01:22

    mizam: alle idee di Macaulay, dopo il Mutiny, fu dato un seguito relativo (ma comunque reale, da quel che ne so).
    Gli inglesi parlavano molto di “civilizzare” gli indiani, ma in defintiva gli interessava prevalentemente dominarli.

  7. mizam on 2010-11-25 at 03:18

    Non troppo relativo, Fal, erano e sono molto efficienti. All’epoca direi addirittura all’avanguardia nell’uso della deformazione storica e della creazione della truce immagine di un nemico pericoloso e oscurantista (indovinate un po’ chi era?) spacciandola per scienza accademica. Comunque non c’è dubbio che l’interesse prevalente fosse il dominio, anche se è una questione complessa in cui entrano in gioco anche proselitismo religioso e “buoni sentimenti” civili: abbastanza paradossalmente erano le ali più progressiste, e non i conservatori, a insistere per la sacra missione di portare la suprema civiltà occidentale a quei poveri primitivi. In generale, comunque, direi “civilizzare” per dominare: più specificamente per creare una classe di funzionari indigeni miti e affidabili e conformi all’agghiacciante profilo macaulyano per amministrare il poderoso apparato politico-economico-burocratico del Raj.

  8. […] Un’immigrazione che fra l’altro, ricordiamolo, è principalmente di ex-sudditi  britannici. […]

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