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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Allahu akbar e l’inno della Libia

2011-03-05
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Allahu akbar (الله  أكبر) letteralmente significa “Iddio è il più grande”.

Iddio, e non dio, perché questa parola è – dal punto di vista linguistico – un peculiarissimo agglutinarsi dell’articolo determinativo al (ال) e della parola ilah (إله), “dio, divinità”.

La qual cosa è sottintesa nella shahada, ovvero la professione di fede dei musulmani, in cui si dice: la [non c’è] ilah(a) [una divinità] illa [se non] allah [iddio], che non è uno scioglilingua bensì una frase che letteralmente suonerebbe: “non c’è dio se non iddio” e che potremmo rendere con un “non c’è altro dio all’infuori di Allah”.

Il dio musulmano è “la divinità”, l’unica esistente e la parola usata per indicarlo ce lo ricorda benissimo.

Potremmo darne una spiegazione storica molto stringata: l’islam nasce in un ambiente principalmente politeista e afferma il monoteismo con una forza prima sconosciuta anche in rapporto alle altre due religioni abramitiche: non è uno e trino, fra lui e gli uomini non c’è una mediazione come avviene nei cristiani attraverso Cristo, non c’è un dialogo – dio parla con i profeti – come avviene nell’ebraismo con qualche membro del “popolo eletto”.

Il ché ci porta alla seconda parola della frase: akbar.

Akbar è il superlativo di kabir, grande.

Il verbo essere in arabo al presente non si mette. Quindi: Iddio è il più grande.

L’operazione di dire allahu akbar in arabo si definisce con una parola: takbir, che letteralmente vorrebbe dire “rendere grande, ingrandire”.

Ora. Possiamo tradurre allahu akbar come “dio è grande” o “allah è grande” ma dobbiamo tener conto che questa è una approssimazione, non del tutto peregrina ma un’approssimazione.

In particolare non registra un dato che appartiene nel profondo all’islam: l’affermazione della definitiva unicità del dio musulmano, della sua “solitudine”, della sua ineluttabile superiorità alla quale il musulmano si abbandona o, se volete, si sottomette.

L’espressione si usa in apertura e chiusura dell’invito alla preghiera, viene ripetuta dai muezzin moltissime volte al giorno.

Si usa nelle situazioni più diverse e appartiene a tutti i musulmani così come, ad esempio, la bandiera italiana appartiene a tutti gli italiani (anche a quelli che ci sputano sopra).

Certo, qualcuno può usare questa espressione per sottolineare la radice religiosa di un gesto che compie, ma molto più spesso “allahu akbar” rappresenta un’invocazione generica, una sorta di “monito” automatico che un musulmano qualsiasi, anche il meno solerte, inserisce nel suo modo di parlare da quando è nato.

Un’invocazione, molto simile – se non per le tue radici teologiche – al nostro “oh dio”.

La usavano anche i manifestanti di Sidi Bouzid il 18 dicembre scorso, ma a nessuno è venuto in mente di dire che la rivolta tunisina avesse radici “religiose”.

Lo dicevano a piazza Tahrir, in Egitto, molto spesso.

Lo dicono continuamente gli insorti di Brega, Libia, nel servizio di Corrado Formigli ad Annozero.

Loro, in particolare, hanno un motivo in più per dirlo: il loro inno nazionale si intitola “Allahu akbar”.

E se leggete il testo dell’inno capirete che forse gli insorti dicono “allahu akbar” molto spesso perché vogliono riappropriarsi del loro caro vecchio modo di dire che Gheddafi ha scippato loro appropriandosi del “discorso nazionale”.

Così come io, ai tempi di Forza Italia, avrei voluto dire “forza Italia” durante una partita della nazionale di calcio senza dover per forza citare – in automatico – il partito di Berlusconi.

In conclusione: qualsiasi illazione sull'”estremismo religioso” della rivolta libica basata sul fatto che la gente dice continuamente “allahu akbar” è – come posso definirla? – una vera cazzata.

Ed ora cito titolo e sottotitolo del “Post” sul servizio di Formigli:

Le immagini di Brega ad Annozero

Il servizio di Corrado Formigli sulla presenza del fondamentalismo islamico nella rivolta libica

Bella prova.

Sulla vicenda degli alqaidisti e di altri jihadisti (più o meno takfiri) in Libia leggi invece: Gheddafi e la polpetta avvelenata.

[Leggete i commenti, mi si contesta di aver criticato Il Post ma non Formigli. A me la critica al servizio di Formigli sembrava scontata]

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22 Responses to Allahu akbar e l’inno della Libia

  1. Luca Sofri on 2011-03-05 at 09:43

    E tu quale accurato lavoro pensi di avere fatto, attribuendo strumentalmente il sommario del post solo a quelle tre parole, che nel sommario invece non sono neanche citate? Il video era dedicato esattamente a ciò che è scritto nel sommario, come spiega anche Formigli: che poi tu abbia obiezioni alle sue conclusioni è cosa ben diversa dal topolino che partorisce la tua montagna di argomentazioni. Ciao.

    • Lorenzo Declich on 2011-03-05 at 10:10

      Ciao Luca. Mezza verità, spesso, è una bugia. Magari non voluta, e allora è un errore, che io ho rilevato (che indubitabilmente c’è. Non essendovi virgolette nel sottotitolo quella lì è una vostra opinione).
      Formigli sbaglia. Ma Il Post sbaglia “a cascata” perché non applica nessun genere di critica della notizia, dando per scontate le “visioni” di Formigli, che sono ovviamente basate sull’uso continuo che le persone nel servizio fanno dell’espressione “Allahu akbar”.
      Inoltre ho spiegato accuratamente l’espressione più usata dagli insorti nel servizio di Formigli, la qual cosa mi sembra avere senso.
      Anzi mi sembra un lavorone rispetto al lavoro che “pensate” di aver fatto voi laggiù al Post. Avete fra l’altro tagliato mezzo post rispetto a ieri, che c’era scritto? Se cambio un post, a meno che non siano refusi, io lo segnalo. Se sbaglio anche. In questo caso segnalerò di leggere i commenti anche perché la mia critica a Formigli sembra assolutamente scontata.
      Salutoes

    • Melone on 2011-03-06 at 09:20

      @Sofri

      Riprendi acriticamente le conclusioni di Formigli. Oppure le condividi in toto. In tutt’e due i casi è possibile dire che hai sbagliato “a cascata” ed è persino possibile, con le conoscenze adeguate, spiegare perché.

      Questo il senso di un post che tu, con la spocchia usuale, definisci “topolino partorito da una montagna”. Un senso che ti sfugge, o fai finta di non cogliere, semplicemente perché non è mai stato chiaro quali siano le tue di competenze.

      • Lorenzo Declich on 2011-03-06 at 09:33

        Lascia stare, Mel. E’ ovvio che Luca voleva esprimere solo il proprio rodimento.

  2. Valerio on 2011-03-05 at 12:59

    Vado fuori tema, ma non troppo.
    Un’altro elemento, oltre all’islamismo radicale, che ritrovo in molti reportage giornalistici e in numerosi oppinionisti (oltre che su Wikipedia) è il peso di clan, tribù e confraternite come protagonisti della rivolta in Libia (che per questo sembra inferiore e primitiva rispetto a Egitto e Tunisia).
    Da disinformato ragionante non mi torna, o almeno mi sembra difficile. Vorrei anche chiedere ai voi cosa ne pensate.

    Uno dei libri più importati che parlano della Libia agli intellettuali europei è: ” The Sanusi of Cyrenaica” dell’importantissimo antropologo britannico Evans-Pritchard (prima pubblicazione 1949), un libro seminale per le confratrernite e le strutture di clan in età preindustriale (assieme al lavoro sui Nuer sudanesi del medesimo autore, due libri che non ho mai letto, mea culpa, ma di cui ho sentito parlare tantissimo). Sono due libri usatissimi da molti micro storici dell’età moderna (come Raul Merzario) per lo studio delle strutture famigliari in Italia e non solo.

    Il problema è che le ricerche su clan e tribù come quelle descritte in questi testi sono riferite ad un contesto pre industriale in società pastorali, nomadiche, praticanti l’endogamia, in condizioni pre-stautali. Invece vengono oggi applicati alla Libia, senza contestualizzarli o riflettere che già Evans-Pritchard nel 1963 parlava di Senussia al passato.

    I clan e le tribù libici del 1910 a anche del 1930 erano strutture forti, che assolvevano a funzioni nodali dell’organizzazione sociale: gestivano beni e terre, avevano una sorta di girisdizione, si occupavano di faide, vendette e guerre, controllavano il territorio. Inoltre l’area matrimoniale delle persone si sviluppava all’interno del clan. Si viveva, lavorava, sposava, gioiva e odiava all’interno del clan. Queste strutture erano le detentrici del potere appena fuori dalle aree controllate dai Turchi (costa, città) e alcuni di loro ebbero un notevole peso nell’opposizione al colonialismo italiano.

    Dopo il 1955 (da quel poco che ne so) la Libia conobbe una accelerata rivoluzione industriale prodotta dal petrolio, con lo sviluppo di una industria petrolchimica, un massicio inurbamento della popolazione (Tripoli è oggi una metropoli), la fine dell’agricoltura tradizionale (che verso la fine degli anni ’70 fu molto meccanizzata), la nascita di diverse industrie leggere e di un ampio e diversificato terziario, la nascita di un’ampia burocrazia statale.
    La gente smise di vivere in piccole comunità rurali o in tribù nomadi e si concentrò nelle città costiere, mescolandosi (per quel poco che ne so anche matrimonialmente). Inoltre la società, sopratutto nell’ultimo ventennio, ha visto una massiccia immigrazione dal resto del mondo arabo e non solo, un alfabetizzazione di massa, la diffusione di biblioteche, università, media nuovi e tradizionali (Tv).
    Solo poche realtà “tribali” per economia e tradizione (per altro appartenenti a minoranze etniche) sopravvivono in alcune aree interne del paese, ove è ancora praticata un economia pastorale. Ma demograficamente mi sembra contino veramente poco.

    Quindi mi azzarderei a ipotizzare che le ultime 2-3 generazioni di libici sono nate e cresciute in un mondo post tribale, in cui può esistere un revival delle tradizioni calniche, ma queste sono più folcloristiche che reali ( e magari contemplano un “invenzione della tradizione”).
    Insomma mi chiedo (e vi chiedo) ha senso parlare di clan e tribù in un paese in cui le persone sono sottoposte a tribunali statali, non praticano la guerra privata e la faida, lavorano in fabbrica e in ufficio e si sposano al di fuori della propria famiglia allargata?
    Non è che noi occidentali tendiamo ad utilizzare schemi mentali vecchi di 60 anni verso la Libia?
    Nei fatti non mi sembra di assistere a una rivolta “guidata da alcune tribù” o che l’opposizione sia connaturata al clan Senussi.
    Mi sembra piuttosto che vi sia un certo localismo politico (l’est libico è sempre stato meno fedele a Gheddafi, i berberi dell’ovest anche ecc.) , però appartenente a tutte le realtà politiche (ovvero, per dirla in italiota, la sinistra vince sempre in Emilia, la destra in Brianza). Insomma si sono fomate delle tradizioni di opposizione politica locali o localmente egemoniche.

    Queste sono per lo più supposizioni mie, dovute al fatto che fenomeni simili si verificarono nell’arco alpino durante il primo ‘800 e in molti altri luoghi (anche fuori dall’Europa) tra il tardo ‘700 e i giorni nostri.

    Se fossero però vere come si potrebbero trasmettere a stampa e diplomazia?
    Ed ancora, perché dobbiamo sempre vedere le realtà africane e “arabe” come immobili e ferme al massimo all”800? Nessuno si è accorto che molti paesi africani inziano ad essere realtà economiche industrializzate e complesse? Dove si legge, studia, si va al cinema e a teatro, si diffondono tecnologie? Che il tribalismo non è un dato di fatto innatistico ma una pratica socio-economica che diviene cultura (se fossi un marxista direi che è una sovrastruttura)?
    Questi pregiudizi dicono molto sulla nostra cultura.

    • Lorenzo Declich on 2011-03-05 at 15:43

      Ritengo che la questione delle tribù non sia da sottovalutare nel senso che i posti di comando e di potere sono distribuiti anche su quel criterio. Ma si farebbe un errore se non si inserisse questa cosa in una modernità che il termine “tribale”, nella sua accezione corrente, esclude. E il tribalismo somalo non è un riferimento se non in forma assolutamente laterale. Anche in questa direzione vanno letti i termini “somalizzazione” e/o “afghanizzazione”.

  3. anna on 2011-03-05 at 13:10

    solo x dire che anche molti iraniani dell’Onda Vere, o, comunque, dissenzienti rispetto al loro governo, da giugno 2009 danno spesso inizio alle proteste con un “Allah o akbar”. e sfido chiunque a dire che si tratta di (pericolosi) islamisti….

  4. darmius on 2011-03-05 at 17:37

    solo una precisazione filologica: piuttosto che “Dio è il più grande”, l’espressione dovrebbe significare più esattamente “Dio è più grande” sottindendendo “di qualiasi altra cosa”, e dunque “Dio è la cosa più grande che c’è”.

    Sulla questione del tribalismo sollevata da Valerio, è sì argomento molto delicato e meriterebbe approfondimenti.
    Io ho l’impressione (a non ho dati specifici a riguardo) che se è vero che per ampi strati di popolazione inurbata i legami tribali si siano indeboliti, se non scomparsi del tutto, a livello di comando il tribalismo sia rimasto o si sia trasformato in “cricche” per la gestione e la spartizione del potere. I legami tribali, fra l’altro, potrebbero comunque riemergere proprio nel momento in cui si assiste a un rimescolamento sociale come quello in atto.
    Bisogna poi tener presente che, a differenza ad esempio dell’Egitto, i libici sono pochini (6 milioni circa), e non credo sia difficile ricostruire per ciascuno un’appartenenza risalente a qualche generazione fa.
    D

    • Valerio on 2011-03-05 at 17:52

      Interessante.

      Quindi i legami tribali potrebbero esistere ancora? Ma di che tipo sono?
      Esclusivamente immateriali e di status immagino. Economicamente il tribalismo non dovrebbe più aver grande senso nemmeno nelle zone rurali.

      Inoltre cento anni fa erano legami che si legittimavano dal basso verso l’alto o biunivocamente, oggi immagino che per funzionare debbe esistere anche una legittimazione dall’alto, o sbaglio?

      Di questi problemi (non declinati in quel modo, ma come fazione, comunità, familismo ecc.) vi sono numerosi casi di studio interessanti nell’Europa dell’età moderna, che conosco bene, mentre non conosco affatto le realtà arabe contemporanee. Quindi tendo ad utilizzare un vocabolario da “storico dell’età moderna” forse indatto.

      • darmius on 2011-03-05 at 22:38

        Ripeto, non sono addentro al tribalismo libico, ma mi sembra che in generale il tuo vocabolario funzioni benissimo anche per situazioni come queste. Il tribalismo è fondamentalmente un legame di sangue, reale o costruito, piuttosto che un rapporto economico. In altre situazioni un po’ meglio studiate (penisola araba) il tribalismo sopravvive nonostante i tentativi di superarlo (o anche di sopprimerlo), anche perché coloro che si prefiggono questo obiettivo sono profondamente permeati di e in un sistema tribale.
        Posso pensare che la Libia — il più “beduino” dei paesi del Nordafrica — nonostante la rivoluzione verde, abbia conservato qualcosa di tutto ciò.
        Ma se questo sia un elemento determinante per la rivolta in corso, è un altro discorso.
        Ripeto, questo è un commento a caldo, mi ripropongo di approfondire la cosa.
        D

  5. equipaje on 2011-03-06 at 03:03

    Segnalo che alcune delle interessanti osservazioni e domande di Valerio si ritrovano -quasi pari pari- anche qui
    blog di Jonathan Wright

    • Lorenzo Declich on 2011-03-06 at 09:35

      Cloning Jonathan. Buon titolo per un film

      • Valerio on 2011-03-06 at 11:39

        Post molto interessante, che in un certo senso conferma alcune delle mie perplessità.

        Ma d’altro canto, nel post successivo Jhonatan Wright, per spiegare alcune defezioni dal governo libico, rispolvera il vecchio proverbio berbero “io contro mio fratello, io e mio fratello contro mio cugino, io mio fratello e mio cugino contro il mondo”, forse una delle più calzanti descrizioni del tribalismo preindustriale (che tra l’altro in storiografia è usato da una decina d’anni, quando Letizia Arcangeli l’ ha applicata alla nobiltà italiana del ‘400-‘500).

        Insomma non siamo riusciti a stabilire se il tribalismo ha ancora senso in Libia e centra in qualche modo con le rivolte, però abbiamo evidenziato una questione su cui si potrebbero fare ottime ricerche.

        Nel frattempo dal fronte arrivano notizie contraddittorie, i “valori” materiali (armi, mezzi, uomini, disciplina, strategia) stanno con Gheddafi, quelli immateriali (morale, volontà, “fanatismo”, speranza, appoggio popolare) con gli insorti, comunque la situazione per loro si fa molto difficile, malgrado la loro capacità di resistenza e perseveranza superi le aspettative. Senza armi moderne e con probelmi di rifornimento, che emergeranno alla svelta (e che esistono prorpio cperché oggi li hanno smentiti), rischiano tantissimo.
        Spero di sbagliarmi ma la Libia continuerà ad essere governata da un assassino, ancora più sanguinario e fanatico.

  6. darmius on 2011-03-06 at 12:28

    fra l’altro, seguite su felafelcafé la storia del coinvolgimento di agenzie di “mercenari” israeliani…
    D

    • Valerio on 2011-03-06 at 15:04

      Però non ricadiamo nei vecchi vizi del pensare che se qualcosa va storto nei paesi arabi è sempre colpa di Israele.

      Israele (come la Francia, il regno unito, gli USA, molte nazioni ex URSS, le filippine ecc.) è una nazione che ospita al suo interno numerose “agenzie private di sicurezza” alias contractors ovvero i nuovi condottieri. Trovo preoccupante e pericoloso che esistano tali agenzie.

      Però di solito i contractors Israeliani sono specializzate in servizi ad alta tecnologia, inflitrazione-esfiltrazione, spionaggio (anche industriale) e protezione a bersagli di elevato valore, servizi che a Gheddafi servono meno di un po’ di soldataglie dell’africa occidentale con ufficiali formati nella legione straniera o nelle SAS capaci di combattere in ambiente urbano, usare armi pesanti, praticare brutalità di massa, eseguire attacchi frontali ecc.

      Facendo la tara alle notizie che circolano in rete direi che di mercenari si parla moltissimo, ma se ne sono visti relativamente pochi. A Zawiya la repressione è stata affidata per lo più a due battaglioni meccanizzati d’elité e uno corazzato, mentre nei combattimenti faccia a faccia sembra che l’esercito e la polizia libica abbiano ancora un ruolo, accanto a miliziani pro-gheddafi.
      I pochi “mercenari” che (da fonti un minimo attendibile) sono stati arrestati armi alla mano (o abbattuti con i loro elicotteri) sono risultati Siriani, Chiadiani e africani naturalizzati libici, membri di quei composti gruppi di guerriglieri-terroristi-combattenti che la Libia sovvenziona dalla fine degli anni ’70. Gente che in Libia viveva anche negli scorsi anni.
      Moltissimi africani sub-sahariani sono stati arrestati dai ribelli, ma per il sospetto di essere mercenari, prove evidenti poche.

      Il che non vuole assolutamente dire che Gheddafi non abbia aruolato migliaia di africani e magari contattato vari contractor specializzati, inclusi quelli israeliani (e magari europei); solo che per muovere le cifre che si sentono sulla stampa (tra i 5000 e i 25000 uomini) occorre molto tempo e la complicità di diverse nazioni confinanti. Alcuni, mobilitati anche 1 o 2 settimane fa, potrebbero non essere ancora arrivati a destinazione, mentre è ancora più difficile che si siano portati dietro le armi da casa. Sono banali problemi logistici.

      • darmius on 2011-03-07 at 10:09

        certo, certo, avevo messo fra virgolette “mercenari” proprio perché avevo capito che non si trattava proprio di braccia, ma di menti. La cosa comunque suona un po’ paradossale, no?
        D

  7. mizam on 2011-03-06 at 14:17

    Eh, i segnali d’islamizzazione della rivolta sono sempre più preoccupanti, altroché. Pare che diversi cronisti, sfidando il pericolo, abbiano sorpreso gli indigeni salutarsi con la formula fondamentalista “as-salamu alaykum”, anziché con i più diffusi “bonjour”, “bonsoir”, “guten tag”, “grüezi”, “sayonara”, “namaste”, “farewell” “toodle-oo”, e soprattutto “dia dhuit”, come ci si aspetterebbe fra membri di un clan.

    Per fortuna e per ogni evenienza il nostro Ministro della Difesa e Offesa sta personalmente addestrando un battaglione speciale di pestatori a tradimento, e il povero Formigli sa bene quanto possano essere devastanti queste tecniche di guerriglia…

  8. equipaje on 2011-03-06 at 14:41

    :D :D
    mizam, conpermesso vado a scopiazzarti su FB ;)

  9. mizam on 2011-03-06 at 15:17

    Bienvenida, mi equipaje!

  10. Fabio Greco on 2011-03-07 at 12:44

    Nella sua prima corrispondenza da Tripoli, Nigro, inviato di Repubblica su invito del governo libico, affermava di aver visto nella capitale libica una folla di “fondamentalisti islamici”. Lo erano, si desumeva dal servizio, perche’ uscivano da una moschea…

  11. Valerio on 2011-03-07 at 14:43

    @ Darmius

    Comunque da ieri un po’ di “mercenari” e di mercenari veri e proprio sono iniziati ad arrivare davvero in Libia, alcuni dei problemi logistici che accennavo ieri si starebbero risolvendo con il tempo, vista anche la sopravvivenza sostanziale del regime e le sue sconfinate riserve di capitali.
    Sopratutto si tratta di piloti dell’est Europa (trasportare 25 piloti in Libia è molto più facile che radunare e contrabbandare 25.000 fanti), segno che il livello di defezioni nell’areonautica libica era piuttosto alto.
    Noterei anche che occorre una certa perizia tecnica per pilotare i velivoli libici al 100% , perché ogni nazione ha tipi diversi di aerei e aerei con un’avionica dedicata differente da quelli in uso altrove, quindi non tutti questi mercenari sapranno usarli al meglio, almeno per le prime settimane. Da qui forse il ricorso a bombardamenti a bassa quota (rischiosi) o ad alta quota con munizionamento antiquato (inutili).

    Infatti sull’efficenza dell’areonautica libica (visti anche i risultati della primitiva contraerea dei ribelli) è lecito dubitare, almeno dalle poche informazioni giornalistiche che ci raggiungono (le cui fonti non sono attendibili al 100%, anche perchè i giornalisti, in genere, di queste cose non capiscono nulla) anche se i bombardamenti mantengono un elevatissimo impatto psicologico.

    Piuttosto mi premerebbe notare, visto il gran can can giornalistico che se ne fa in Italia, come sia molto difficile che Gheddafi inondi di clandestini l’Europa.
    Le rotte dei migranti difficilmente passano ancora per la Libia e quelli presenti oggi in Libia cercano di andarsene in tutte le direzioni, ma sopratutto vogliono tornare alle loro case (anche perché spesso sono stati derubati di tutto, le organizzazioni che trafficano esseri umani non lo porterebbero in Italia per fare la carità). Per i prossimi mesi, vada come vada, le rotte dei migranti troveranno un altro sbocco sul Mediterraneo, oggi passano dalla Tunisia, domani magari in Algeria o Marocco.

    Insomma lo spauracchio della marea umana in arrivo dalla Libia è figlio della propaganda di Gheddafi (ed è usato anche dai ribelli contro di lui, si veda il sito di Repubblica in data odierna). In pratica sta sfruttando le due paure ricorrenti degli europei (specie delle destre europee) quando sentono la parola islam: “integralismo” e “immigrazione” (clandestina o regolare che sia). Insomma il bastardo ci conosce molto bene.

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