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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Un ricordo di Mohamed Aden Sheikh

2011-07-26
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Ho saputo solo pochi giorni fa della morte del dottor Mohamed Aden Sheikh, fatto che mi ha molto addolorato, in quanto avrei voluto conversare con lui molto più a lungo rispetto alla giornata che trascorremmo insieme a Torino, nel luglio 2010, quando lo staff di Altreitalie mi convocò a coordinare la giornata dedicata al colonialismo italiano durante la Summer School intitolata “Migrazioni italiane nell’epoca della Globalizzazione” (http://www.globusetlocus.org/ImagePub.aspx?id=76159), dove erano presenti allievi italici di vario passaporto.

Conoscevo Aden Sheikh solo di fama, per la sua vita avventurosa e dedicata al bene della Somalia, oltre che per le sue sofferenze, ma ignoravo, fino a quel giorno torinese, una sua particolarità molto importante: Mohamed Aden Sheikh era un nomade. Apparteneva per nascita cioè, al complesso sistema economico del quale mi occupo da decenni, sia pure in un altro continente.

Un nomade “puro” che aveva contribuito, negli anni ’70, alla costruzione del socialismo scientifico non lo avevo mai incontrato prima di allora e la sua storia di vita, carica di avvenimenti e significati, mi coinvolse. E ho ragione di supporre, dalla dedica da lui fattami regalandomi la proprio biografia riportata nel suo ultimo libro La Somalia non è un’isola dei Caraibi. Memorie di un pastore somalo in Italia (a cura di Pietro Petrucci, Edizioni Diabasis, Reggio Emilia, 2010), che mi percepisse molto vicino al suo sentire.

Ma, come lo stesso Aden Sheikh mise in chiaro nelle prime pagine del suo libro sopracitato, la sua origine nomade e la sua carriera politica non rappresentò una eccezione nella Somalia coloniale e dei primi decenni del post-colonialismo: “Come quasi tutti i dirigenti somali di oggi io sono nato in boscaglia, figlio di una società nomade di cammellieri e pecorai. E lì sono rimasto per i primi otto anni della mia vita” (p. 17).

Sheikh intorno agli anni ’50, lasciò (grazie all’interessamento del padre) la vita nomade per risiedere presso uno zio in un periodo di grande fermento nazionalista e di esperimenti decolonizzanti, studiando arabo presso un maestro musulmano molto quotato nella sua zona. Quando gli etiopici assunsero il potere, ad Aden Sheikh venne imposto di imparare l’ahmarico e, in seguito, quando Mogadiscio passò sotto amministrazione italiana, Sheikh frequentò la scuola italiana e venne così in contatto diretto con gli italiani. Un contatto diretto che lo porterà più volte in Europa e a relazionarsi in vario modo con “noi”. Le considerazioni di Sheikh riguardo il nomadismo assumono un particolare valenza quando accenna ad un’analisi “marxiana”, tanto più valida degli sterili intellettualismi in quanto ragionata e vissuta dal profondo, da persona che passa tra stili di vita, sistemi economici e di valori profondamente differenti tra loro.

E così il pastore nomade, seppur legato alla sua origine, una volta diventato chirurgo e essersi sviluppato nelle “scienze occidentali” al punto tale di volerle applicare anche politicamente, sente il distacco, la “differenza”. Una differenza che fa fatica a divenire tramite, mediazione. Sente però, contrariamente ad altri “occidentalizzati” di poter fare qualcosa per ridurre la distanza, di avvicinare e far avvicinare i diversi piani culturali e sociali, per farli convivere senza frizioni o devastanti attriti. Questo suo sentire lo porterà dapprima alla persecuzione e poi a passare sette anni in un tipo di reclusione aberrante, alla quale sopravviverà anche grazie alla propria forza d’umanità.

Un’umanità che Mohamed Aden Sheikh ha cercato di trasmettere anche nella sua patria d’accoglienza, l’Italia, da dove ha continuato a preoccuparsi e ad impegnarsi per miglioramento della sua “isola” e nella realizzazione della nazione umana, nella quale, nonostante le brutture della vita, non ha mai smesso di credere.

Giuseppe Cossuto

 

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One Response to Un ricordo di Mohamed Aden Sheikh

  1. darmius on 2011-07-26 at 08:55

    sigh :(
    D

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