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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione non è eccellente.

2011-08-01
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Diceva Lao Tzu (per rimanere nelle citazioni siniche): “Sapere di non sapere è la cosa migliore. Fingere di sapere quando non si sa è una malattia”.
La prima cosa che devo quindi ammettere è la mia scarsa comprensione delle nuove dinamiche interne alla Libia, sopratutto dopo che all’interno dei rivoluzionari si sono aperte evidenti fratture e divisioni.
Su cui posso solo avanzare ipotesi più o meno sensate, ma della cui natura non riesco a comprendere l’essenza.

Se può consolare la confusione e l’incertezza regna anche nella diplomazia e nei governi europei, ed in particolare in quelli più consapevoli del loro ruolo.
Ecco cosa pensa del conflitto Liam Fox, ministro della difesa di sua maestà britannica:
http://www.guardian.co.uk/world/2011/jul/31/libya-militants-constrained-liam-fox

Insomma nemmeno loro hanno idee chiarissime.
(oltre tutto in un momento in cui proprio i britannici bluffano contro la Siria e Assad)

Confrontatelo con questa analisi di Roberet Seymour:
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/jul/29/gaddafi-libya-nato

La Jamahiriya ha ancora un certo consenso in certe zone della Libia, e i contro-rivoluzionari non stanno defezionando in massa, o convertendosi alla rivoluzione. Gheddafi ha conservato una sua base sociale.
Questo non mi stupisce, tutte le dittature hanno sistemi per convogliare e mantenere il consenso.

Va poi rimarcato come l’idea di una spartizione della Libia, ventilata sui media internazionali, fa letteralmente infuriare tutti i libici, ed anzi potrebbe portare a quella somalizzazione pronosticata dai pessimisti (tra l’altro autorevoli, come quelli di Limes) mesi fa, in cui io non ho mai creduto.

Contemporaneamente il CNT sta vivendo una gravissima crisi politica.
Fino alla settimana scorsa era, in teoria ma anche in pratica, il governo di tutti i ribelli libici, quello che il mondo iniziava a riconoscere.
Tutti i comandanti ribelli riconoscevano la superiorità politica del CNT come legittimo governo e centro di coordinamento della ribellione, e pensavano di posticipare le loro divergenze politiche al dopo-guerra.
Oggi non sono più sicuro che questo sia vero, anzi credo che non sia affatto vero.

Il fronte di Misurata, per esempio, in questi giorni è piuttosto dinamico.
Certo il fronte si è mosso “solo” di 3 km in 3 giorni, ma viste le condizioni “prima guerra mondiale” di questo teatro di guerra si tratta di un avanzata non indifferente.
I ribelli sono riusciti ad impossessarsi (dopo non poche perdite) di postazioni fortificate e intere batterie di artiglieria (ma forse non delle munizioni).
Sembra che stiano evitando di entrare a Ziltan, aggirandola e puntando verso Khums, comunque sono entrati in alcune case alla periferia sud di Ziltan.

Ebbene questi ribelli hanno dichiarato, dopo l’omicidio di Younis, che dal 29 luglio ignoreranno gli ordini che arrivano da Bengasi (http://www.guardian.co.uk/world/2011/jul/29/abdel-fatah-younis-death-libya).
La dichiarazione è stata congiunta sia dalla giunta politico-rivoluzionaria sia da quella militare.
!!!
Se aggiungiamo che i ribelli di Misurata non avevano in particolare simpatia Younis, non sono legati a lui né politicamente, né tribalmente, né militarmente, sembra quasi una dichiarazione di principio, che esprime una complessiva sfiducia nel CNT.

Nel frattempo anche sui Nafusa la situazione è molto fluida ma favorevoli alle forze ribelli.
Ci sarebbe molto da dire su questi sviluppi; comunque non paiono diretti verso una marcia su Tripoli, ma sull’allargamento a nord-ovest del fronte, verso la pianura e l’area pedemontana, e sulla conquista di numerose roccaforti lealiste.

In particolare sembrerebbe che in questa zona alcuni villaggi siano al 100% con i ribelli, mentre altri hanno ancora una cospicua percentuale di abitanti fedeli a Gheddafi, con mini guerre civili interne. Ed è l’unico fronte da cui provengono ancora notizie, frammentarie e non sempre verificate, di atrocità verso prigionieri e civili gheddafiani, oltre a sporadici saccheggi.
(Quelle effettuate da lealisti e mercenari hanno una pubblicità molto maggiore, ma, effettivamente, paiono anche più frequenti e istituzionalizzate in una coerente strategia del terrore).

Forse anche per questo motivo alcune migliaia di abitanti di Ghezaya si sono trasferiti verso Tripoli, lasciando dietro di se un villaggio fantasma. Ma è altrettanto possibile che siano stati i gheddafiani a deportare la popolazione per impedire ai ribelli di reclutarla (è già accaduto altrove, non solo in Libia, anzi questo è il modello standard di guerra contro insurrezionale, almeno dagli anni ’50-’60).

Viceversa migliaia di profughi filo-ribelli, viste le ultime vittorie, stanno rientrando dalla Tunisia, oppure si stanno arruolando nelle locali armate, sempre meno controllate dal CNT di Bengasi.

Non è comunque impossibile che gli abitanti, arabi, di Ghezaya e Tiji, faovriti dal regime contro i loro vicini berberi, si innervosiscano vedendo i berberi scendere dalle montagne, armi in pugno.

Per saperne di più:
http://www.trust.org/alertnet/news/western-mountain-battle-shows-complexities-of-libya-conflict

Cosa acceda invece sul fronte di Brega, quello in cui sono coinvolti più uomini?
Innanzi tutto Mustafa Abdul Jalil e Ali Tarhouni, non esattamente due passanti, hanno ordinato alle milizie rivoluzionarie autogestite, che ancora esistono anche qui, di sciogliersi ed entrare nell’Esercito di Liberazione Nazionale.
Questo passaggio era lungamente atteso, la normalizzazione e l’unificazione delle forze militari è uno dei passaggi obbligati di ogni rivoluzione.

Resta da vedersi se quest’ordine sarà eseguito.
È l’ordine più importante per ogni rivoluzione, ed è anche quello che, fallendo, può causare il fallimento della guerra civile dal lato ribelle.
Non credo proprio che sia un caso se questo ordine è stato dato subito dopo l’assassinio di Younis e, quindi, in un momento in cui il rischio di scontri intestini tra i reparti è altissimo.

In secondo luogo nessuno riesce a capire cosa sta davvero accadendo al fronte.
Si direbbe che vi sia un certo ristagno nei combattimenti, ma ci sono anche voci di rinnovate offensive ad ovest di Brega.
Tutto resta poco chiaro e sintomatico di una situazione di mancanza di unità nel comando.
I ribelli avevano dichiarato il 19 luglio che la città sarebbe caduta entro 10 giorni, non è successo e, quindi, per ora Gheddafi può gridar vittoria, malgrado i combattimenti siano ancora in corso e la parte più orientale della città sia ancora nelle mani di Bengasi.

Tralasciando momentaneamente gli effetti dei bombardamenti NATO (con qualche vittima civile) anche il fronte interno dei ribelli sembra in ebollizione.
Si parla di attentati effettuati da lealisti e/o integralisti islamici.

Ho i miei dubbi.
Il fatto che i ribelli abbiano ben 3 forze di polizia “politica”, che Younis sia stata assassinato e che vi siano innegabili rivalità e differenze di vedute tra la leadership mi porta a supporre che ciò che sta accadendo a Bengasi e dintorni sia più un regolamento di conti interno che una recrudescenza di attività gheddafiana.

Anzi l’accusa di “integralismo islamico” mi sembra (e già l’ipotizzavo qui: https://in30secondi.altervista.org/2011/07/28/la-cura-e-peggiore-del-male/ post che, anche nei suoi aggiornamenti, tratta di questi medesimi temi) un buon modo per presentare i fatti agli occhi dell’oppinione pubblica mondiale.
Per l’occidentale medio “l’islamista cattivo” è uno spauracchio che basta a giustificare processi sommari ed esecuzioni.

L’unica notizia positiva è l’impossibilità di avere un governo “neo-coloniale” o fantoccio per la Libia. Infatti in questa situazione di caos e di vuoto di potere sono emerse prepotentemente dinamiche di governo che sono solo ed esclusivamente libiche, e che è praticamente impossibile gestire dall’esterno eccetto che con un tiro di dadi.

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