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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Il fronte interno della Libia gheddafiana, ed altre storie.

2011-08-19
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In questi giorni l’offensiva dei ribelli sembra inarrestabile (anche se nulla garantisce che non si esaurisca presto in un’altra fase di guerra di logoramento).
Notizie contraddittorie si accavallano (hanno preso Zliten, no non stanno nemmeno attaccando da quel lato, no hanno preso l’ospedale ma i lealisti li hanno respinti…), l’unica certezza è il dinamismo delle ultime settimane, ed in particolare del 12 Agosto.

Questo non ci deve far dimenticare che molte cose importanti stanno accadendo lontano dalla linea del fronte.

Cose drammatiche come nella da poco liberata Taworgha, dove il 18 le brigate provenienti da Misurata hanno fatto una sconvolgente scoperta.
Una grande fossa comune contenente 150 corpi, parrebbe tutti maschi (ma non tutti “giovani e forti”), in buona parte eliminati con un colpo alla nuca.
Si procede al riconoscimento delle salme, in alcuni casi reso complicato dalla decomposizione e da segni che lascerebbero pensare a torture.

Temo non sarà l’unica fossa comune che i rivoluzionari scopriranno in Tripolitania.
Si è fatto un gran parlare di fosse comuni tra la fine di Febbraio e l’inizio di Aprile, quando probabilmente non c’erano, oggi invece si iniziano a scoprire questi orrori, in un momento in cui il mondo è distratto dalla crisi euro-americana ( mentre i giornali ci informano anche del caldo, grazie è Agosto, ci arrivavo da solo).

Quasi a pareggiare questo orrore i ribelli festeggiano la presa di diverse carceri del regime, con la liberazione dei detenuti.
Ovviamente tutti i detenuti hanno dichiarato di essere “prigionieri politici”, cosa che probabilmente è vera solo per alcuni.
Però è innegabile sia il clima gioioso che queste liberazioni comportano (qui il link per vedere quella della prigione di Surman, raggiunta già il 14: http://egyptday1.blogspot.com/2011/08/video-tranlated-surman-prisoner-are.html) sia l’importanza di queste azioni, anche solo per il morale.

Molti di questi uomini, magari incarcerati a Febbraio o ad Aprile, si stanno unendo ai reparti di combattimento ribelli, contribuendo a ridare alle forze rivoluzionarie quell’aria da “armata Brancaleone”, che, con grande difficoltà, erano riusciti a perdere negli ultimi mesi.

Radio France internationale, una fonte non neutrale al 100%, ha riportato una notizia interessante.
Parrebbe che il 17 agosto, quasi per la prima volta, le forze di polizia del Chad abbiano arrestato 7 mercenari ed un reclutatore libico.
L’ingaggio pagato per ogni mercenario come premio d’arruolamento ammonterebbe a 6.100 euro, non poco per l’Africa.

Questa notizia va inserita nelle complesse relazioni internazionali che la guerra di Libia ha scatenato nella regione, ed in particolare con gli stati confinanti.
Alcune di queste complicazioni internazionali potrebbero riproporsi nei prossimi anni ed addirittura sedimentarsi nella regione.
Egitto e Tunisia si sono schierati con i ribelli, il Sudan ha mantenuto una certa neutralità, Chad, Niger e Algeria, ognuno a suo modo, hanno invece appoggiato Gheddafi.
Oggi, vista la situazione, qualcuno potrebbe ripensarci e passare alla neutralità, il Chad starebbe facendo proprio questo.

I mercenari sono la stampella del regime. Perché mentre talvolta i lealisti libici si arrendono o (più spesso) si sbandano, i mercenari continuano a combattere, terrorizzati dalla possibilità di finire prigionieri.
In questo momento molte città della costa occidentale sono state “liberate” eccetto piccole sacche di cecchini e mercenari. Questi si arrendono molto dopo il resto dei combattenti lealisti, e stanno trasformando un’offensiva, altrimenti fulminea, in una guerra d’attrito.

In effetti i ribelli hanno una sorta di “psicosi del mercenario”, c’è quasi una tendenza nell’attribuire agli stranieri tutti i più efferati crimini di questa guerra.
Questo si traduce spesso in una vera e propria “caccia al nero”, che per fortuna i dirigenti rivoluzionari cercano di impedire.

Per esempio ad Az Zawiyah in un gruppo di 15 “mercenari prigionieri” catturati il 15 agosto ed esibiti ai media internazionali, si è trovato un migrante nigeriano, parrebbe liberato dopo una mini inchiesta. Ha comunque vissuto ore di terrore.

Altre due decisioni politiche, avvenute ben lontano dalla linea del fronte, sono gravide di conseguenze:
La propaganda di regime ha scelto di spararle sempre più grosse e il CNT (o ciò che ne resta) si è reso conto che si possono organizzare insurrezioni nelle zone controllate dal regime.

La TV di stato libica garantiva, il 16 agosto, la riconquista di Misurata, una notizia così palesemente falsa che dubito sia stata creduta persino dai più accesi sostenitori di Gheddafi.
Una propaganda così maldestra risulta controproducente, anche perché il fatto che alcune località a nord di Gharyan e attorno a Al Aziziya siano state effettivamente riconquistate dai lealisti (o così pare), non sarà certo creduto, malgrado il regime ne stia dando ampia pubblicità.

Il 15 ciò che resta del CNT ha invece rilasciato un appello a tutti i rivoluzionari che vivono nelle zone ancora sottoposte al controllo di Gheddafi per organizzare “comitati di resistenza”.
Strutture, se possibile armate, di propaganda e di organizzazione, per preparare un’insurrezione in tutti i distretti controllati da Tripoli, o per scatenare la folla nell’imminenza dell’arrivo degli eserciti ribelli.
Vedremo se questa strategia funzionerà, in teoria è una mossa giusta che doveva essere tentata molto tempo fa.

Un’altra notizia importante è la fuga di migliaia di persone da Tripoli, sintomo della crescente consapevolezza che la città potrebbe trasformarsi in un campo di battaglia a breve.
Inoltre la città, molto grande per gli standard libici, inizia a risentire pesantemente della guerra, e della diminuzione delle vie di rifornimento. Molti servizi essenziali sono ormai precari o soggetti a interruzioni periodiche, ed anche questo è un duro colpo per un regime che ha fatto del populismo una dei suoi cavalli di battaglia.
I bombardamenti sono quotidiani da mesi, ed ora il rumore dell’artiglieria si dovrebbe poter sentire, almeno dalle periferie occidentali.

In queste ore si parla anche della fuga della moglie di Gheddafi dalla città o dalla stessa Libia.

Interessante è notare come questi fuggiaschi vadano sia verso le zone controllate dai lealisti, sia verso quelle controllate dai ribelli, mentre le forze di sicurezza li lasciano passare. Un ulteriore segno di debolezza del regime.

Tripoli resta la grande incognita dei prossimi mesi (o se siamo fortunati dei prossimi giorni).

La città sarà teatro di combattimenti prolungati? Si arrenderà? Vi sarà una rivolta? Subirà saccheggi e devastazioni (ulteriori a quelle portate dai prolungati bombardamenti della NATO +-)?

Alcune fonti ci parlano di una Tripoli tutta fedele a Gheddafi, o molto fedele a Gheddafi.
È possibile, ma improbabile.

Se analizziamo la storia della ribellione nella capitale notiamo alcuni movimenti rivoluzionari significativi e sintomatici di umori anti gheddafiani radicati in alcuni settori della popolazione.
Magari carsici e nascosti visto che la capitale, come tutte le capitali di stati dittatoriali, subisce un controllo poliziesco molto elevato.
Anzi uno dei motivi dell’apparente sostegno riservato da Tripoli a Gheddafi si può forse trovare proprio nel capillare apparato repressivo, fatto, come ai tempi del fascismo nostrano, anche da portinaie e capi caseggiato.

Tra il 17 e il 25 Febbraio la rivoluzione c’è stata anche a Tripoli, significativamente la maggior parte delle manifestazioni si sono concentrate nel quartiere proletario di Tajura e nel sobborgo popolare di Fashloom, o meglio in quelle zone vi sono state le manifestazioni più grandi e più represse, il 22 a Fashloom e il 25 a Tajura (l’unica di cui si abbia un bilancio delle vittime realistico, ed elevato, ben 25 morti; mentre per tutto il mese di Febbraio si parla di 300-700 vittime della repressione in città, ma mi sembrano cifre propagandistiche ed eccessive).

Nei successivi 7 mesi la città non è però rimasta completamente tranquilla, come il regime vuole farci credere.
Un’altra manifestazione è stata inscenata a Fashloom il 7 aprile (presto repressa), nei giorni successivi si sono segnalate diverse sparatorie ai posti di blocco e un’ondata generale di arresti, durata quasi un mese.
Internet è stato of line dal 2 Marzo, riaprendo brevemente il 6 Aprile, per poi scomparire di nuovo.

La Routers ha smentito le sparatorie del 9, 13 e 30 Maggio, che però potrebbero effettivamente essersi svolte nel corso di arresti compiuti nei quartieri periferici e lontani dagli alberghi, in cui sono confinati i giornalisti internazionali.

A Giugno The Guardian segnalò invece dei veri e propri agguati alle forze di sicurezza e di polizia, sopratutto nel quartiere di Tajura, in cui le forze militari lealiste si sposterebbero solo in grossi gruppi in assetto da guerra.

Da allora la situazione sembrerebbe più tranquilla, forse perché, anche se mancano cifre di qualsiasi tipo, moltissimi simpatizzanti ribelli, o rivoluzionari effettivi, sono stati arrestati, sono in galera o in una fossa comune, oppure sono ritirati altrove.
Il CNT millanta migliaia di sostenitori “dormienti”, sopratutto nella pubblica amministrazione, ma ovviamente non c’è modo di confermare o smentire questa notizia, che sembra propaganda.

Per andare sul sicuro anche il 18 agosto il regime ha fatto partire un nuovo giro di vite sui sospetti oppositori, arrestandone molti, sopratutto tra chi potrebbe avere dei parenti tra i ribelli o nelle zone controllate dai ribelli.

Eppure sarebbe un errore pensare che Tripoli, come le altre città della Libia occidentale, sia piena di sostenitori convinti del regime.

In particolare diffido dei giornalisti che, anche in questi giorni, indicano la tribù Warfalla (ampiamente maggioritaria a Bani Walid, e diffusa in tutta la Tripolitania) come un monolite di sostenitori del regime familiare di Gheddafi.
È vero che moltissimi membri storici dei comitati rivoluzionari di Gheddafi erano Warfalla (dopo tutto è la tribù più grande della Libia), ma i Warfalla sono stati implicati in quasi tutti i complotti contro Gheddafi degli ultimi quarant’anni, Mahmud Gebril è un Warfalla, così come molti dirigenti rivoluzionari.
Inoltre questa tribù, come la maggior parte della altre, non ha un capo riconosciuto, è divisa in clan e sotto tribù (ben 52), è attraversata dalle contraddizioni tipiche di questo paese (ricco e alfabetizzato), ecc. ecc.

Il vero bastione dei sostenitori di Gheddafi, l’ultimo rimasto, è quello degli apparati sicuritari, uno stato nello stato, che da lavoro a centinaia di migliaia di persone, molte delle quali a Tripoli.

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