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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Anatemi incrociati e il possibile prolungarsi della guerra

2011-10-26
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Potrebbero star succedendo molte cose in Libia dal lato lealista.
L’aggressiva propaganda del regime morente, fonte principale per capire quella situazione, impedisce di cogliere la verità dei fatti, quindi mi muoverò a tentoni.

Va comunque ricordato che dopo la morte di Gheddafi (ammessa e negata a singhiozzo dai siti vicini al regime) i suoi sostenitori potrebbero non essere più una forza politica reale, o quantomeno compatta, ed è evidente che la guerra, o almeno la sua prima fase, si è risolta per loro con una grande e indiscutibile sconfitta.

Il punto è che i partigiani della Jamahiriya faranno di tutto perché quella che va concludendosi in questi giorni sia solo la prima fase di una guerra, e non la guerra stessa.

Innanzi tutto i lealisti, visto che la parte più forte dei loro nemici era ed è formata da formazioni simpatizzanti per l’islam politico, hanno iniziato ad utilizzare un linguaggio sempre più simile al loro.

Per cominciare hanno nominato un loro sceicco, l’onorevole Sheikh Qaradawi, succeduto a Khaled Tantusch, che nel frattempo resta prigioniero dei ribelli (assieme a Medina Shwarfa e Samira Jarousi ha curato i funerali di Gheddafi), ed inizia a non essere così gheddafiano com’era qualche mese fa.

Chi esattamente lo abbia nominato sceicco è ancora un mistero, se Gheddafi poco prima di morire, o Saif non appena arrivato alle leve del (residuo) potere.

Qaradawi ha emesso immediatamente una fatwa contro il CNT (anzi i “ratti” del CNT) per l’uccisione di Gheddafi e funerale ritardato.
(si noti, ammettendo la morte del dittatore, mentre Mathaba, Libya Free Press e gli altri organi di stampa vicini al regime ancora non scioglievano del tutto la loro ambiguità)

I morti dal lato lealista sono stati dai lui ridefiniti come martiri e quella in corso, si è ribadito, non è una guerra civile ma un jhiad difensivo contro miscredenti e traditori (per altro alleati ai “sionisti”)

I combattenti sono definiti Mujahid, a cominciare da Saif Al Islam e Ibrhim Moussa, già portavoce del regime (sulla sorte di questo sofisticato prodotto delle migliori università inglesi non si hanno certezze).

La NATO e i governi che appoggiano il CNT sono definiti invece “crociati”.

È probabile che sulla bandiera lealista, oggi in verde tinta unita, compaia la scritta “Dio è il più grande”.
(che tra l’altro era anche il titolo dell’inno nazionale libico 1969-2011, Gheddafi ha giocato spesso con i simboli religiosi).

È sopratutto retorica, ma segue una strategia.

Saif al Islam (che attualmente è il candidato al comando della fazione pro jamahiriya, anzi Zangetna e altri siti della “resistenza” libica lo hanno già definito il leader) anche durante le fasi iniziali della guerra ha cercato di dividere il CNT dalla componente più radicale-islamica, per allearsi con questa, non c’è riuscito, ma non è detto che questa non sia la sua tattica di lungo periodo.

Si tratta però di una strategia che molto difficilmente darà dei frutti.

Nel frattempo anche i sostenitori della famiglia Gheddafi, accanto al libro verde ed alla terza teoria universale si presenteranno come buoni mussulmani.
Il panorama politico libico è sempre più saturo di formazioni, rivali, che si richiamano alla religione, e ciò non è bene.

Si noti che la maggior parte delle personalità del passato regime più in vista ancora in libertà non hanno una formazione militare, ma politico-propagandistica.
Anche se, va detto, la sorte di molti generali è ignota (anche da prima della caduta di Tripoli), un folto gruppo di alti ufficiali si sarebbe riunito in Niger (forse con l’intenzione di aprire un fronte da lì? Oppure per crearvi uno stato maggiore? Gli alti papaveri riparati in Niger dovrebbero essere sicuramente Ali Sharif al-Rifi, ex comandante dell’aeronautica, ed Ali Kana, comandante militare della regione del Fezzan, probabilmente anche il generale di brigata ed ex comandante della polizia segreta militare Massoud Abdelhafid, a livello ipotetico anche Abdullah al-Senussi, ed il generale comandante del corpo di fanteria Awad Hamza).

Saif nella lettera a lui attribuita oggi, usa una splendida retorica della vendetta, ricorda sua padre con parole di fuoco, promette un nuovo inizio alla lotta, ma non da alcun tipo di direttiva militare credibile.

(È, invece, molto improbabile che Saif stia per consegnarsi al tribunale internazionale, come dichiarato dalle agenzie cinesi: o sta davvero comandando le ultime forze militari lealista in Libia, o si prepara ad andare in esilio. Non escludo del tutto che si trovi nei pressi del confine del Niger, magari mentre pensa di costruire un santuario guerrigliero assieme agli altri generali e suo fratello Saadi. Effettivamente tra i Tuareg Gheddafi aveva svariati sostenitori).

L’esercito regolare libico si è ridefinito “Fronte di Liberazione Nazionale” (anche se ho trovato anche la dicitura “Fronte di Resistenza Nazionale”, non so se questo dipenda da una svista, oppure esistano due organizzazioni rivali).

Continua l’organizzazione delle giornate rivoluzionarie filo jamahiriya, della “giornata della rabbia” il 14 ottobre ho già parlato, ed è stata un flop per i lealisti.

Iniziano ad arrivare notizie, molto condizionate dalla propaganda lealista (il resto del mondo sembra non essersene accorto), sulla “giornata della vendetta”,che era stata fissata per il 25 ottobre.

I lealisti dichiarano di aver cominciato un operazione strategica di guerriglia, il cui obbiettivo è definito dal nome stesso: “fase terra bruciata”; pretendono di aver lanciato attacchi simultanei almeno in tre località: Sirte, Bani Walid (di cui rivendicano ancora un parziale controllo, ma esistono numerose conferme indipendenti dell’avvenuta conquista della città), e sulla strada tra Sirte e Hun.

Queste azioni sono definite “operazione funerale”, ed intendevano essere una vendetta per la morte di Gheddafi (ulteriore ammissione indiretta che la notizia è stata considerata vera anche dai lealisti).

Ora la prima sarebbe stata un attentato a Sirte, contro un serbatoio di combustibile.
L’esplosione di un serbatoio in città è un fatto. I morti sono numerosi, almeno100 secondo i ribelli, ben 150 secondo la rivendicazione del Fronte di Liberazione.

Però che questo sia un’attentato e che le vittime non siano prevalentemente (se non completamente) civili lo affermano solo le agenzie di stampa filo gheddafiane.
Sopratutto l’esplosione è avvenuta nella sera del 24, non il 25, giorno in cui i lealisti avevano promesso un’azione spettacolare.

Insomma le probabilità che si sia trattato di un tragico incidente va quantomeno presa in considerazione.

Molto simile la situazione a Bani Walid.
Libyan Free Pess parla di scontri tra “ratti” e “patrioti” ammessi dalla NATO. Per quanto abbia cercato non solo non ho trovato alcuna ammissione di tal genere da parte della NATO, né dal CNT, inoltre la notizia è priva di qualsiasi conferma indipendente.

Situazione praticamente identica per l’imboscata sulla strada che congiunge Waddan ed Hun con Sirte, i morti in questa imboscata sarebbero 30 (cifra meravigliosamente rotonda), tutti del CNT.

Questa battaglia sarebbe avvenuta in pieno deserto, senza testimoni per definizione, ma mi sembra piuttosto strano che una piccola imboscata abbia fatto più morti di molte battaglie regolari di questa guerra. Anche in questo caso l’unica segnalazione della notizia arriva dalla propaganda di regime.

Anche l’arrivo di 202 volontari dall’Egitto (!), in favore di Gheddafi (!) è una notizia che circola solo su quei siti.

In conclusione non possiamo escludere che la giornata del 25 sia stata un’operazione di guerra psicologica, in cui la “resistenza” libica filo gheddafiana non ha fatto nulla. Ma ha sparso la voce della sua esistenza sperando di raccogliere un po’ di delusi del CNT, per una guerra di lunga durata.

Ovvero la guerra civile è davvero “finita”, a parte una residuale capacità militare dei lealisti.
Gheddafi ha perso, adesso bisogna vedere se la sua fazione riesce a far cominciare una nuova guerra, e come andrà questo conflitto. I soldi per combattere ci sono, manca il resto, ma non è escluso che la morte di Gheddafi, paradossalmente, togliendo di mezzo un leader che era anche un peso, possa portare alla ribalta comandanti capaci.

La “resistenza (armata) libica” per ora, però, parrebbe più un’invenzione mediatica che un fatto concreto.
La tattica comunicativa che usa per dimostrare la sua esistenza è l’estremizzazione di quella usata dalla TV panarabe per cercare di creare profezie auto-avveranti, ma non dimentichiamo che i media panarabi manipolavano ed esageravano propagandisticamente fatti concreti, mentre per ora i verdi sono a corto di “fatti” da utilizzare. A parte, ovviamnete, gli assist che gli manda il CNT con i suoi immensi limiti.

Di fatto l’unico indizio della presenza di forze ribelli libiche, ancora operative, in questi giorni, è la circospezione con cui il CNT parla della data di “fine delle operazioni” per la NATO, ed anzi della richiesta di rinvio fino al 31 dicembre. Ho il forte sospetto che il CNT voglia far prolungare la missione della NATO più per proteggersi dagli altri gruppi, come quelli di Misurata o quelli legati al LIFG, che per paura dei resti del regime.

Tutto sta nel vedere come andrà il processo di riconciliazione nazionale, come e quando saranno liberati i prigionieri, come si muoveranno i lealisti rimasti e chi saranno i loro capi.

Il progetto “terra bruciata” dei lealisti pare avrebbe come linee guida impedire la ricostruzione e la normalizzazione economica, unita agli assassini politici e all’organizzazione di operazioni di guerriglia urbana e imboscate.

È un classico piano di guerra di guerriglia di medio-lungo periodo, anche se l’ipotesi della guerriglia urbana (quanto è stata ancorata alle città questa guerra) mi sembra un po’ velleitario; senza l’appoggio popolare può funzionare lo stesso, ma per crescere ha bisogno di reclute e di sostegno.
Se l’ottenesse solo tra i Tuareg la resistenza libica diventerebbe un fenomeno regionale, lungo la frontiera libico-algerina tra Ghadames e Ghat (più uno spicchio di frontiera con il Niger), ma, come spesso accade per le guerriglie su base etnica, potrebbe durare per anni, sopratutto se il governo algerino (uno dei pochi a non aver riconosciuto ancora il CNT) chiudesse almeno un occhio.

È interessante invece come, almeno a parole, nessuno dei lealisti pensi ad un’operazione di ritirata strategica. Ovvero una contro offensiva politica, basata sulla nostalgia verso il passato regime.
In questo scenario, usato da diversi dittatori deposti, le forze lealiste vanno in esilio per poi cercare di mettere in difficoltà il nuovo governo, sopratutto tramite la propaganda e i legami con i gruppi imprenditoriali e di potere economico, una volta che questo si troverà a dover gestire la difficilissima fase della ricostruzione e le contraddizioni della democrazia.

Se giocassero questa carta dovrebbero cercare di costruire un partito politico per cercare di concorrere non a queste elezioni, ma almeno a quelle successive. Gheddafi ed i suoi sono sempre stati contrari ai partiti politici. La politica “politicata” sembra incompatibile con gli ultimi resti del regime.

Quindi il tentativo resta quello di provare a riattizzare il conflitto. Ma convertire l’esercito libico in un esercito di liberazione nazionale potrebbe essere molto più complicato di come non sembri a prima vista. Sopratutto se le tecnostrutture rimaste sono quelle formate dai vecchi ufficiali, fedeli ma stanchi.

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