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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Il simbolo e la causa: "Sotto" @sandmonkey

2011-12-23
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Ci è voluto un po’ ma ho tradotto questo post del 20 dicembre in cui il blogger Sandmonkey –cioè Mahmoud Salem– traccia un bilancio della sua esperienza rivoluzionaria ed elettorale. Ponendosi in autocritica e portando una critica al movimento rivoluzionario egiziano racconta molte storie che è bene sapere e disegna un quadro allarmante, individuando le responsabilità di ciò che sta accadendo, da una parte e dall’altra (mi scuso –prima di tutto con lui– per la traduzione frettolosa, le correzioni sono benvenute). E’ un must read.

Sotto

Ultimamente è stato difficile raggiungermi, anche quando ero circondato da amici, anche i più cari. Non voglio parlare o pensare, la mia testa è una girandola di idee e nozioni che non vorrei fossero lì. Due settimane fa mi stavo accorgendo di come tutti quelli che sono attorno a me si stanno crollando fisicamente, psicologicamente ed emotivamente. La cosa peggiore è il senso di impotenza che provi, è sapere che non puoi offrir loro un vero conforto, o una soluzione. Giorni scuri.

Questo non è un post edificante, sei avvisato.

Il mio senso di impotenza ha raggiunto il culmine quando la mia amica S. è venuta qui, due notti fa, e non stava bene. Lottare per la liberazione delle migliaia di persone che sono state messe sotto processo dai militari durante questi mesi è stata una crociata spossante, per lei. Ed è andata anche peggio da quando è stata coinvolta nel tentativo di far sì che i rapporti delle persone che erano morte a Mohamed Mahmoud [scontri dell’8.12.2011, n.d.t.] non venissero falsificati, il ché significava dover stare all’obitorio di Zeinhom la notte in cui quei corpi sarebbero arrivati lì, circondati da famiglie affrante e cari in lacrime, veder entrare morto dopo morto, e quasi essere arrestata dalle autorità che non volevano che lei ne fermasse l’occultamento. Mi ha detto, poco dopo, che ora vede quei morti ovunque, non riesce a fuggire da loro. Ma quella notte, due notti fa,  era appena di ritorno da Tahrir, dove un uomo, a pochi centimenti da lei, alla fine aveva preso fuoco a causa dell’esplosione di una molotov. Aveva visto il fuoco inghiottirlo, aveva sentito l’odore di carne e capelli bruciati, le sue urla agonizzanti d’aiuto. Era silenziosa, molto calma e silenziosa. Era seduta vicino a me e io non potevo raggiungerla, l’unica cosa che potevo fare era stringerla senza riuscire a dirle che le cose sarebbero andate per il verso giusto. Come? Come potrebbero andare per il verso giusto, esattamente?

Non sono riuscito a consolarla.

Non ho scritto per due mesi. Due mesi che ho passato a correre per un posto in  Parlamento, fermando la mia campagna elettorale per correre negli ospedali da campo di Mohamed Mahmoud e assicurarmi che fossero ben forniti, perdendo le mie elezioni e andando a Suez per dirigene una campagna elettorale, quella che sono riuscito a “vincere”. Le cose che ho visto per strada non le auguro a nessuno. Un giorno scriverò di questa esperienza ma non oggi. Oggi permettetemi di portarvi un po’ nella mia mente frammentata. Sono stato in silenzio, sono stato costretto a stare in silenzio da chi mi avvisava di cosa potevo o non potevo dire durante un’elezione. Le elezioni, per me, sono finite. Quindi basta silenzio. Sono sciolto, adesso, e ciò che provo adesso non è ciò che pensavo avrei provato.

Uno dei più grandi errori di questa rivoluzione, e di errori ne sono stati fatti tanti, è che noi abbiamo permesso che i suoi aspetti politici oscurassero gli aspetti cultrali e sociali. Abbiamo scatenato un fiume di arte, musica e creatività, e non la celebriamo né ne godiano, nemmeno la promuoviamo. Abbiamo portato le persone a un punto in cui erano pronte a cambiare, cambiare se stesse e le loro azioni, ma abbiamo ignorato questa cosa e abbiamo concentrato tutte le energie in una battaglia  che abbiamo gestito male sulla direzione politica di questo paese. Ci siamo scontrati con i militari e abbiamo dimenticato la gente, e abbiamo lasciato che quella piccola finestra che si apre forse ogni 100 anni in cui una nazione vuole cambiare, evolvere, si chiudesse. Anche il lavoro che è stato fatto si è concentrato sullo spiegare alle persone quali fossero i loro diritti politici o piccoli superficiali comportamenti come “non sporcare” o “non infrangere il codice stradale” e niente riguardo al rispetto per le donne o per le persone di altre fedi che condividono questa terra maledetta. Allora non era una priorità perché nella nostra arroganza e hubris avevamo dato dato per scontato che la gente sarebbe cambiata da sé. Che avrebbe agito bene, nonostante che in tutta la storia dell’umanità non si trovi una singola prova del fatto che la gente, da sé, agisce bene. Scusate, siamo stati arroganti e idealisti. Perdonateci.

Le elezioni parlamentari sono fraudolente. Non sto dicendo questo perché ho perso –ho perso onestamente– ma perché questa è la verità. La frode è avvenuta per mano di chi lavorava ai seggi e dei giudici. C’era gente durante la  mia campagna elettorale che offriva urne elettorali, impiegati e giudici ai seggi elettorali spiegavano alle persone per chi votare, davano per “schede bianche” le schede elettorali dei cristiani, laddove questi erano pesantemente presenti nell’invalidare il loro voto. Il Blocco egiziano [l’alleanza elettorale che raccoglie partiti laici, liberali, di sinistra n.d.t.] ha almeno mezza tonnellata di schede corrette -schede che dimostrano che la gente ha votato per loro- che erano state buttate via per le strade di Heliopolis, Ghamra, Shubra, Zaitoun, Alessandria, Suez e molti altri distretti. La gente, però, non è al corrente di questo, perché tutto è sembrato molto funzionante e organizzato. Questo è molto importante, perché ci spiega come le cose andranno a determinarsi.

Se chiedi a un Egiziano normale vedrai che non avrà alcun problema con la  corruzione di per sé ma piuttosto col fatto che le cose sono allo stesso tempo corrotte e non funzionanti. Quante volte ho sentito la frase su Mubarak: “può aver rubato quello che voleva ma a noi questo non importa se ha fatto andar meglio il paese”. Centinaia. Bene, adesso abbiamo esaudito il nostro desiderio. Il nuovo Egitto non sarà un paese libero dalla corruzione bensì più simile ai paesi sudamericani: corrotto ma funzionante. La gente farà il proprio lavoro, ma permetterà che vi sia lo stesso livello di corruzione. Dacci una ridipinta, una facciata e noi saremo felici e colpiti dall’apparente miglioramento. Non siamo mai stata gente che pretendeva troppo. Vuoi la sicurezza? Ti mettiamo un po’ di guardie per strada e ti sentirai sicuro, anche se loro non faranno granché per proteggerti dai criminali. Vuoi la democrazia? Creeremo una campagna mediatica, organizzeremmo seggi elettorali e tu dovrai stare in piedi in fila ad aspettare e metterai la tua scheda nelll’urna, mentre gli scrutatori potranno contare i voti nella maniera che più desiderano, e i giudici cambiare il conteggio quante volte vogliono: non sarai mai avvisato e crederai a qualsiasi risultato esca. La democrazia è fantastica, vero?

Scusatemi se torno indietro al referendum del 19 marzo ma c’è qualcosa che lì ha catturato la mia attenzione. Avete notato che allora abbiamo votato “sì” o “no”per poter eleggere 500 persone al Parlamento, che porrà le regole per scegliere 100 persone per l’Assemblea costituzionale, che verrano scelte da 80 autorità/sindacati/gruppi insieme al Parlamento, che sceglierà i suoi 20 in modo da poter scrivere una Costituzione in 6 mesi che verrà presentata alla Giunta militare che, se la Giunta l’approverà, sarà oggetto di un nuovo referendum in cui dovremo dire “sì” o “no”?

Che Dio benedica la Tunisia. L’unica volta che sono andati a votare è stato per eleggere i membri dell’assemblea costituzionale.

C’è una disconnessione fra i rivoluzionari e il popolo, e questa disconnessione esiste in relazione alle priorità. Le nostre priorità sono un governo civile, la fine della corruzione, la riforma della polizia, del sistema giudiziario, dei media di Stato e dei militari, mentre le loro priorità sono vivere in pace e mettere il cibo in tavola. Dimentichiamo, o sminuiamo, il fatto che diciamo loro che se vogliono questo dovrebbero darci supporto, deridiamo le loro paure economiche dicendo loro che le cose andranno male per i prossimi 3 o 5 anni ma dopo, sul lungo termine, le cose andranno meglio. Flash news: la maggioranza delle persone non può permettersi che le cose vadano peggio per 3 o 5 anni. Diavolo, non possono permetterselo neanche per un mese. Diciamo loro di votare per noi in base a una vaga garanzia e di non vendere il loro voto o di non permettere a qualcuno di comprare la loro lealtà, mentre le loro priorità sono assicurarsi che c’è cibo in tavola per la loro famiglia, stasera. Tu vendi a loro una speranza nel futuro e qualcun altro da loro denaro e cibo per sopravvivere nel presente. Con chi pensi che si metteranno?

Nei due mesi passati sono stato sia candidato che organizzatore della campagna elettorale e ciò che vedi da organizzatore  è molto diverso da ciò che vedi da candidato, specialmente quando sei organizzatore a Suez. Per rendere breve una storia lunga, in 10 giorni in cui siamo stati lì questo è ciò che è capitato: abbiamo avuto una vittima fra quelli che lavoravano alla nostra campagna, caduto in un “incidente hit and run”; un operativo è stato arrestato dalla polizia militare in un seggio elettorale perché filmava l’esercito che promuoveva il partito salafita a-Nur (con un grande striscione del partito an-Nur piazzato al fianco di un mezzo militare) mentre il suo video veniva confiscato, naturalmente; la sede della campagna è stata attaccata con bombe molotov da teppisti mandati da un partito centrista moderato (un indizio, non è el-Adl [che fa parte del “Blocco egiziano”, n.d.t.]), l’hotel in cui stavamo è stato ripetutamente attaccato da teppisti fino alle 3 di notte mentre il capo dell’istallazione  militare che proteggeva l’hotel che mi informava che se non risolvevo la situazione avrebbe “trattato con violenza” quelli che stavano fuori e dentro l’hotel, e il Capo della Terza Armata egiziana ci chiamava chiedendo di me e il Capo della Sicurezza di Suez faceva lo stesso; avvocati e teppisti che lavorano per un partito di “semi-sinistra” che compilavano rapporto alla polizia in cui si diceva che noi li avevamo ingaggiati e assoldati, cosa che non abbiamo fatto, mentre l’altro organizzatore della campagna che alla fine ha deciso di trattare la situazione finendo arrestato, mentre altri due membri della campagna venivano lasciati fuori alla mercè dei teppisti e noi, grazie a Dio, siamo riusciati a portare tutti via di lì e siamo scappati da Suez mentre delle camionette piene di ragazzi coi fucili giravano per Suez in cerca di noi.

Oh, e noi, anche, abbiamo mandato uno dei nostri operativi vestito come un salafita nel Comitato centrale di Suez per la conta dei voti, dove personale dell’esercito gli ha assicurato che loro avevano aiutato il partito an-Nur, e gli ha detto –mentre gli strizzava l’occhio– che gli avevano fatto prendere due seggi in più.

Oh yeah.

Abbiamo vinto un seggio, lì.

Ma perché i militari dovrebbero aiutare il partito an-Nur a prendere voti? Be’, principalmente perché sono stati loro a inventarli. E’ stato un incontro reso possibile dalla Sicurezza di Stato [la forza di polizia, n.d.t.] che probabilmente ha spiegato ai militari quanto i salafiti siano stati affidabili nella loro precedente “cooperazione” tesa a spaventare a morte la popolazione così da sottometterla e far sì che desse supporto al regime. Ricordate l’attacco alla chiesa di Ognissanti, quello che avvenne a Capodanno? Ricordate i documenti che provavano che proprio la nostra Sicurezza di Stato l’aveva organizzata per accaparrarsi con la forza il supporto della popolazione copta a Mubarak  [vedi qui, n.d.r.]? Sì, è una roba del genere. Solo: a un livello superiore. Assicurarsi che i salafiti abbiano una bella fetta di Parlamento (una cosa che non è né logica né fattibile considerando il loro numero in Egitto) raggiunge due obbiettivi: 1) fornire all’apparato della sicurezza un meccanismo che mantenga i Fratelli Musulmani sotto controllo, se mai pensassero di usare la religione come arma contro la Giunta militare (per i salafiti i Fratelli Musulmani sono degli infedeli secolarizzati), e 2) porre nella nostra testa (e in quella della comunità internazionale) la scelta fra “un paese islamista o un regime militare” perché, diciamocelo, i Fratelli Musulmani non sono abbastanza terrificanti per la generalità della popolazione. Ma i salafiti? Una merda terrificante. Aggiungi anche la notizietta che la vendita consentita di alcool nei duty-free è stata fatta scendere da 4 a 1 bottiglia, e che i salafiti hanno ottenuto che negli aereoporti vi sia una fila per sole donne e vedrai che ti ritroverai con la Upper-class e la Upper-middle class –a fianco di tutto l’occidente- che si piscia addosso nei pantaloni ed è psicologicamente pronta ad accettare il regime militare in contrasto a quello islamico. Un falso e una falsa scelta, specialmente in considerazione del fatto che il Parlamento non avrà nessun reale potere.

Allora, perché perdere tempo con le elezioni? Be’, perché questa è una lotta per la morale della nazione. Sappiamo che voi non conoscete questo paese, che vivete nei ghetti sociali e culturali che vi siete costruiti e che se non partecipiamo alla competizione vi ritroverete un Parlamento islamista al 95% e crederete che questo è un paese islamista e il 50% di voi prenoterà i biglietti per andarsene domani invece di vivere in Egittistan. Perché anche noi abbiamo bisogno di scendere al piano di sotto e vedere da noi come funzionano le cose, essendo questa una elezione senza dati, senza una vera copertura da parte dei media e ci sono davvero poche persone che hanno esperienza o conoscenza necessaria per vincere in un distretto. E qui c’è da segnalare un fatto divertente: circa il 40% della gente che è andata a votare non sapeva per chi votare, erano lì semplicemente perché avevano paura della multa di 500 lire egiziane che avrebbero dovuto pagare se si fossero astenuti dal voto; un’altro 50% circa è andato al seggio con un pezzo di carta che portava i nomi e i simboli di chi avrebbe votato, gente che i votanti non conoscevano, né conoscevano la loro storia o una cosa qualsiasi cosa in merito. Loro  semplicemente hanno chiesto ai loro amici e questi gli hanno detto che quella era “brava gente da votare” e questo è vero per tutte le classi, alte e basse, istruite o non istruite. E tu non puoi nemmeno biasimarli, perché ogni distretto aveva oltre 100 candidati che lottavano per due seggi, e solo 4 settimane di campagna elettorale. Il nuovo elettore medio non ha avuto il tempo  di incontrare o valutare o conoscere tutti e scegliere obbiettivamente fra di loro. Conosco persone che hanno votato per me semplicemente perché ero l’unico candidato che hanno mai incontrato. Non sto scherzando.

Tante volte ho incontrato persone che sono terrorizzate dal successo dei partiti islamici alle elezioni, e mentre si rendono conto che “deve esserci un accordo” fra Giunta militare e islamisti, si siedono con un sorriso che conosco e mi dicono: “Sai cosa? Quelli della Giunta militare non sono stupidi. Schiacceranno i Fratelli Musulmani. Stanno solo aspettando il momento giusto per distruggerli. Aspetta e vedrai”.

Io dico loro che il loro modo di pensare è disgustoso. Che sono come una donna stuprata che fa il tifo perché il suo stupratore stupri un’altra donna in modo che lei non sarà l’unica ad essere stata stuprata.

Mi piace quando un amico rivoluzionario mi chiede: “Non capisco cosa sta succedendo. Perché la polizia e i militari stanno sparando e ammazzando la gente prolungando il conflitto a Mohamed Mahmoud/Qasr el-Ayni [due zone del Cairo, limitrofe a Piazza Tahrir, dove si sono svolti gli scontri degli ultimi giorni, n.d.t.]? Che cosa vogliono? Qual’è il “grande piano”?

Bene, per buttarla lì semplice. Il “grande piano” è lo stesso del piano immediato: ti vogliono morto. Non vogliono ammazzare un’opposizione, vogliono letteralmente ammazzare l’opposizione. Questo paese non è abbastanza grande per tutti e due e loro hanno tutto da perdere. Hanno le armi. Hanno i media. Hanno tutte le chiavi del potere. E tu vuoi rovesciarli. Come pensi che reagiranno a questo? Dandoti biscotti?

C’è una domanda che continua a tormentarmi durante tutti i dieci mesi passati: chi, esattamente, ha tagliato le comunicazioni il 28 gennaio [vedi qui, n.d.r.]?

Qualcuno ha detto che fu il Ministero degli interni ma questo non è esatto perché i soldati e gli ufficiali per strada non sapevano del fatto che le comunicazioni erano state pressoché eliminate. La maggior parte di loro rimasero sorpresi da questo, così come noi, e usare le radio non era un modo efficace per buttare giù un piano o organizzare una foza di polizia contro i manifestanti. Questo è il motivo per cui sono stati battuti così velocemente. Ogni Ufficiale di polizia che ho incontrato mi ha detto che si sono ritrovati con il network telefonico inattivo e che nessuno di loro aveva ricevuto un piano con cui iniziare. Se non c’era un piano e nessuna coordinazione, perché hanno tagliato le comunicazioni? E se è stato il Ministero degli interni a tagliare le comunicazioni, quanto tempo gli ci è voluto per capire che si stavano praticamente sparando sui piedi e dovevano riaccendere tutto per salvare i loro soldati dalla epica disfatta che hanno subito? Una mezzora, al massimo? Le comunicazioni sono state giù per quattro giorni.

Chi ha tagliato le comunicazioni? Mubarak? Ma la polizia era il suo esercito privato. Esistevano per servirlo. Quando tempo ci è voluto prima che i capi del Ministero degli interni lo informassero che tagliare le comunicazioni significava che i soldati che gli servivano per fermare la rivoluzione sarebbero stati ammazzati e picchiati? Dieci minuti? Perché questo non è successo?

E se entrambi il Presidente e il Ministero degli interni volevano che ritornassero attive le comunicazioni, almeno i cellulari, chi aveva il potere di rifiutare i loro ordini o fermarli?

Chi ha tagliato le comunicazioni, e perché?

Non ho partecipato agli scontri di Mohamed Mahmoud, Ero lì ogni giorno, per fornire supporto medico e aiutare le persone, ma non ho partecipato. E nella battaglia presso il palazzo del Gabinetto egiziano non ho messo  piede a Tahrir per tre giorni. Se non sono stato lì non è per paura o codardia ma perché quei due eventi mi rendono chiaro il problema reale nella rivoluzione egiziana: lo scisma fra il simbolo e la causa o, per meglio dire, il modo in cui noi ci siamo fissati sul simbolo e non sulla causa.

Per esempio, il caso stesso di Khaled Said [il giovane ucciso a botte dalla polizia nel giugno del 2010 che ha rappresentato uno dei simboli della rivoluzione egiziana, n.d.t.] riguardava la brutalità della polizia e la mancanza di responsabilità da parte di coloro che sono pagati per proteggerci e invece non si fanno problemi ad ammazzarci. La “causa” era far sì che ciò finisse, non processare gli assassini di Khaled Said. Ma invece di concentrarci su quella causa
ci siamo concentrati sul simbolo, dimenticando la causa. Gli omicidi della polizia senza accertamento di responsabilità continuano ad accadere ma gli assassini di Khaled Said hanno ricevuto il verdetto, così giustizia è fatta. La stessa cosa vale per Alaa [Abd el-Fattah, un blogger tuttora in prigione, vedi qui, n.d.r.] che voleva –col suo coraggio– dare alla causa di fermare i processi militari per i civili la spinta e la pressione internazionale di cui aveva bisogno ma, invece, e contro le sue intenzioni, è finito per diventare un simbolo attorno a cui tutti si raccolgono, lasciando indietro la causa. Tutti hanno esultato quando il processo di Alaa è stato trasferito a una corte civile, ma nel mentre più di 12.000 altri Egiziani stanno ancora aspettando da almeno un anno un processo militare che dura, in media, 15-20 minuti. Il Simbolo e la Causa.

Tahrir è diventato un simbolo internazionale, grazie ai media stranieri, e tutti hanno creduto che il regime sia caduto per la gente di Tahrir, anche se ogni rivoluzionario sa che il regime è caduto perché la rivoluzione era in tutte le piazze, non solo a Tahrir. Ma, incredibilmente, abbiamo anche creduto all’Inganno che i media hanno creato. Abbiamo creduto nel Simbolo e questa è diventata una cosa fissa nel nostro pensiero. Se c’è un problema vai a tahrir. Diavolo, centralizzare l’intera rivoluzione a Tahrir e, invece di andare in ogni altra piazza e mettere le nostre basi nel paese, abbiamo chiesto –da bravi sciovisti cairoti quali siamo– che venissero tutti da noi. Perché finché avessimo avuto grandi numeri a Tahrir saremmo arrivati da qualche parte, avremmo abbattuto il regime.

Ma qui sta la realtà: Tahrir non è una terra magica, una terra che se occupiamo ci darà le chiavi magiche nel nostro reame e butterà giù il regime cattivo di Chiunque sia al Potere. Tahrir è una piazza. Un pezzo di terra. Un simbolo, ma lo stesso un pezzo di terra. E non è per il fatto che ha funzionato in passato funzionerà ancora. Siamo come una vecchia coppia di sposi che prova a riprendersi la magia dei suoi primi giorni andando nello stesso posto in cui andarono durante la luna di miele, o danza sulla stessa canzone che li ha fatti innamorare, scoprendo che non funziona perché ci sono problemi reali che necessitano una soluzione. I simboli sono belli, ma non rivolsono niente.

E questo è il motivo per cui non ho preso parte. Non sono riuscito a capire la battaglia di Mohamed Mahmoud, perché era una battaglia finalizzata a restare in quella strada che non aveva nessun vero significato o importanza, eppure una parte della migliore gioventù di questo paese ha lasciato lì la propria vita, o ha perso gli occhi, o è rimasta gravemente ferita per proteggerla. La stessa cosa vale per la battaglia ancora in atto [ormai sedata, n.d.t.]. Qual’è l’obbiettivo? Qual’è lo scopo finale? Una battaglia per la battaglia? Così come mantenere un sit-in per mantenere il sit-in, perché si suppone che mantenere un sit-in abbia un fine, non sia una cosa fine a se stessa. Voglio dire, capirei se lo scopo fosse quello di occupare Maspero o qualcos’altro, ma chi faceva il sit-in non stava provando a far questo. Stanno mantenendo in piedi la battaglia per strada perché sono stati attaccati in quella strada, così la strada immediatamente diventa un simbolo e noi dobbiamo combattere e non essere cacciati via quando veniamo picchiati e uccisi. Perché è tutta una questione di simboli e non una questione di avere una causa o un obbiettivo, mentre la gente muore.

E’ come leggere Bad Poetry, vero?

Non c’è una soluzione. E come una forza inarrestabile che si scontra contro un oggetto inamovibile. Ci dev’essere un modo per uscirne ma non mi sembra di trovarne una senza altro sangue versato. Non c’è nessuna panacea, qui, non c’è exit-strategy. Solo impotenza e attesa per ciò che accadrà ancora, anche se possiamo essere sicuri che non saranno belle notizie. Mi dispiace di non potervi dare conforto ma, forse, solo forse, questo non è il momento di essere confortati.

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6 Responses to Il simbolo e la causa: "Sotto" @sandmonkey

  1. […] Visita il sito in30secondi oppure iscriviti al feed Leggi l'articolo completo su AlterVista […]

  2. […] Il link alla traduzione è questo, un ottimo lavoro fatto dall’amico Lorenzo Declich:  https://in30secondi.altervista.org/2011/12/23/il-simbolo-e-la-causa-sotto-sandmonkey/ […]

  3. Egitto, islam e mercato on 2011-12-27 at 12:57

    […] in un altro articolo sull’Egitto, della stessa autrice che faceva lo stesso giochetto con un post di Sandmonkey. Ne riportava, però, solo una piccola parte, non rendendo giustizia ai ragionamenti del blogger […]

  4. […] continua ad essere miope esattamente come prima: ne riparleremo. Lorenzo Declich ne propone una traduzione integrale […]

  5. prestiti on line on 2011-12-28 at 20:12

    Articolo di notevole importanza, ben fatto, è utilissimo leggerlo, grazie

  6. […] mi fermo un attimo per citare, mettendo a frutto quell’intelligenza colletiva di cui sopra, un vecchio post di Sandmonkey, uno dei blogger egiziani più conosciuti internazionalmente (anche perché […]

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