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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Iran, un copione collaudato, la soluzione non è la guerra

2012-01-31
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Mercoledì scorso, 25 gennaio, l’Istituto per la Scienza e la Sicurezza nazionale iraniano, fondato da David Albright, diramava un comunicato secondo cui l’Iran, quest’anno, non spingerà sulla costruzione di armi nucleari perché “non possiede ancora le capacità per produrre una quantità di uranio sufficiente a tal fine”.

La domenica successiva, 29 gennaio, “una squadra di ispettori nucleari dell’organizzazione delle Nazioni Unite è atterrata in Iran per dar corso ad una serie di controlli sul programma nucleare iraniano. Il gruppo di ispettori è guidato dal capo ispettore Herman Nackaerts e rimarrà nel paese fino a martedì per verificare se l’Iran sta portando avanti i suoi studi sul nucleare a soli scopi pacifici …” (fonte).

La notizia seguiva quella secondo cui l’Iran aveva accettato (13 gennaio) le ispezioni dell’AIEA, un chiaro segnale di apertura dopo il rapporto dell’AIEA del novembre scorso, che rimarcava il fatto che alcune delle attività iraniane nel campo della ricerca nucleare potevano essere finalizzate unicamente all’uso militare, e la relativa chiusura dei canali diplomatici da parte iraniana.

Insomma, sembra proprio che il clima stia tornando se non accettabile almeno non arroventato, e dunque è ovvio chiedersi che senso abbia avuto tutto questo fervore. La domanda non può avere ovviamente risposte univoche e chiare ma tornare indietro nel tempo per trovare analogie con la situazione che abbiamo vissuto e stiamo vivendo può aiutarci non poco a capire la situazione.

Due anni fa, più o meno nello stesso periodo, gli iraniani “riaprivano” agli ispettori, dopo un periodo analogamente instabile in cui tutti i media davano per imminente la costruzione della bomba atomica iraniana (sei mesi? un anno? Come ho più volte annotato negli anni la “minaccia a sei mesi” della bomba iraniana è ricorrente al punto che viene in mente la famosa storia di “al lupo, al lupo”). Insomma andava in scena lo stesso identico spettacolo (fuochi di guerra, Israele che alza gli scudi, venivano uccisi scienziati nucleari), con qualche variazione.

Questa volta è entrata a far parte del copione la variabile “Stretto di Hormuz”, con inevitabile ri-analisi da parte degli esperti sulle potenzialità offensive e difensive iraniane nell’area. Questa volta, nell’analisi, è entrato in campo anche il nuovo riarmo dei paesi arabi del Golfo, ma nella sostanza la “narrazione” non è granché cambiata (navi che incrociano, portaerei che passano per lo Stretto, esercitazioni). Compresa la questione dell’imposizione di sanzioni (sempre più dure) che in un primo tempo ha trovato tutti più o meno concordi (ad esclusione degli amici storici dell’Iran, ovviamente), e poi è tornata a porsi in maniera più ragionevole quando si è constatato, ancora una volta, che le sanzioni non minano più di tanto il sistema di potere iraniano ma, piuttosto,  riversano i loro effetti sulla popolazione iraniana: questa volta gli italiani (rendendosi conto del proprio legame storico con l’Iran e il suo petrolio) hanno scoperto di avere moltissime raffinerie adatte a trattare solo petrolio iraniano, mentre da India e Cina arrivano in Iran commesse petrolifere, come e più di prima.

C’è da chiedersi, in questo copione, cosa non sia parte di quello che, a questo punto, chiamerei il tradizionale rapporto fra Iran e Occidente, un rapporto che, sostanzialmente, consta di un’escalation di minacce incrociate più o meno urlate e, alla fine, non porta a nulla se non alla ricostituzione di un discorso di scontro che, forse, ci stavamo dimenticando.

La verità, a mio modo di vedere, è che le bocce fra Iran e Occidente sono ferme per ovvi motivi geopolitici e che a cambiare è tutto ciò che si muove attorno ad esse: il già citato riarmo delle petromonarchie e le rivolte dei paesi arabi, con le loro conseguenze in termini di riassetto geopolitico dell’area.  Il guaio è che rimanendo così le cose ci ritroveremo fra dieci anni nella stessa situazione bloccata ma, allo stesso tempo, con un “muro contro muro” armato fino al parossismo.

E si sa, quando girano tante armi ci si mette un attimo ad accendere la miccia. E’ forse per questo che periodicamente, e sempre più forte, suonano i tamburi di guerra.

 

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