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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Per una nuova politica delle migrazioni

2012-02-02
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Non sono solito copincollare integralmente articoli. Nella rubrica “In 10 secondi” inserisco, senza commenti, segnalazioni di articoli e news che leggo e che mi sembrano interessanti e/o importanti.

Questa volta, però, non me ne vogliano al Manifesto, copincollo integralmente una lettera al governo Monti di Omeyya Seddik, Sottosegretario presso il ministro alle Migrazioni e ai Tunisini all’estero della Repubblica tunisina, che merita una lettura integrale.

C’è scritto tutto, più o meno.

Un vero stato democratico è uno stato che protegge la vita e i diritti di tutte le sue cittadine e i suoi cittadini ovunque essi si trovino, e che protegge la vita e i diritti di tutti quelli che si trovano sul proprio territorio. È questo uno dei principi che ha animato la rivoluzione tunisina, che ha dato il via alle cosiddette Primavere arabe.
Ed è lo stesso motivo che motivato la creazione di un nuovo ministero in seno al primo governo eletto della storia del paese: il ministero alle Migrazioni e dei Tunisini all’estero.
La Tunisia è un paese di emigrazione, più del 10% della sua popolazione vive all’estero, ma è anche diventato un paese di immigrazione e di transito. Non può più permettersi di non avere una politica indipendente, democratica e equilibrata sulle migrazioni, né delle strategie coerenti per metterla in pratica.
In effetti, una politica indipendente è una politica che non è dettata dalle pressioni subite in ambiti confidenziali a scapito di valutazioni necessarie dell’interesse nazionale. Una politica democratica è quella che si elabora attraverso una concertazione tra istituzioni legittime e che tenga conto delle aspirazioni dei cittadini. E una politica delle migrazioni che si possa definire equilibrata è quella che non ignora gli interessi né dei paesi di accoglienza né di quelli di origine, né gli interessi dei migrati stessi. La nuova Tunisia punta sul fatto che una politica di questo tipo non solo è possibile, ma necessaria e inevitabile.
L’Italia, con la Francia, è uno dei primi due partner economici della Tunisia e uno dei due paesi più importanti per l’emigrazione tunisina. I comuni interessi tra Italia e Tunisia, siano essi legati alla produzione e agli investimenti, al turismo, all’energia, alla vicinanza geografica e o culturale o alle affinità storiche plurimillenarie non hanno bisogno di prove. Nonostante questo, la storia condivisa degli ultimi decenni è stata caratterizzata da rapporti che non possono essere definiti equilibrati, e da avvenimenti e drammi che non sono degni di due paesi che si dicono democratici.
Alcune cause di questa realtà drammatica sono, secondo noi, attribuibili a delle politiche irresponsabili attuate da dirigenti il cui principale interesse è stato il mantenimento di un potere anti-popolare e anti-democratico da parte tunisina, e la ricerca di risultati elettorali e populisti di breve termine da parte italiana. Lo spettacolo indegno di cui è stata teatro l’isola di Lampedusa, suo malgrado, la questione dei vari centri che hanno ricoperto tutti il territorio italiano, le tragedie che hanno fatto del Canale di Sicilia un enorme cimitero e infine le condizioni di vita di numerosi migranti nelle città e nelle campagne italiane, sono la dimostrazione più impressionante di questa deriva.
Le altre cause, più profonde, di questo fiasco vanno ricercate in una doxa che si è rivelata dannosa e inefficace: quella che si basa sulla criminalizzazione delle migrazioni e sulla gestione securitaria della mobilità della manodopera a scapito dei diritti umani e delle realtà economiche e sociali (se non nell’interesse di qualche categorie di trafficanti di esseri umani e di sfruttatori di lavoro al nero). Qualsiasi bilancio delle politiche migratorie messe in atto dall’Europa nel corso di circa trent’anni sulla base di questa dottrina ne stabilisce gli effetti nefasti e il carattere pregiudizievole nei confronti di tutte le società coinvolte, oltre alle conseguenze in termini di violazione di massa dei diritti fondamentali.
Noi, tunisine e tunisini del dopo dittatura, vorremmo proporre agli italiani di intraprendere un’esperienza che porti alla costruzione di un prototipo di rapporti virtuosi sulle migrazioni. Intendiamo con rapporti virtuosi una politica che rompa immediatamente con le politiche nefaste e estremamente costose che sono tutt’ora in corso, in un momento in cui sforzi così enormi dovrebbero essere impiegati per trovare una soluzione alla crisi delle condizioni di vita e di lavoro. Intendiamo per virtuosi dei rapporti basati sul rispetto, sulla presa in carico degli interessi reciproci e sulla difesa dei diritti di tutti. Recentemente abbiamo conosciuto una lingua nuova mostrata da alcuni responsabili italiani che ci sembra avere dei caratteri di realismo e di coraggio sulle politiche migratorie, in particolare in bocca del vostro ministro alla Cooperazione e all’Integrazione Andrea Riccardi. Speriamo di poter approfondire quei temi, è tempo di aprire questo cantiere.
Vorremmo infine mettervi a parte di una questione che per noi è altamente prioritaria per il suo carattere umanitario e tragico: quella dei migranti scomparsi e quelli che noi chiamiamo i tunisini di Lampedusa.
Come sapete, qualche migliaio di giovani migranti hanno preso il mare diretti sulle coste europee durante le insurrezioni tunisine, egiziane e libiche. Si tratta, per loro, di andare alla ricerca di condizioni di vita degne e libere, aspirazioni che sono le stesse della rivoluzione.
Per molti di loro è stato un brusco risveglio, e si sono ritrovati nelle condizioni spesso indecorose che sapete. Alcuni sono morti, annegati in questo Mare nostrum che da troppo tempo è diventato proprietà esclusiva di alcuni che possono circolare come vogliono, e solo un cimitero o un calvario per altri.
E poi ci sono i dispersi: sono quelli che da più di un anno non danno più notizie di sé ai loro cari, ma dei quali non esiste alcun elemento noto che stabilisca che siano annegati; sono, secondo gli elementi a nostra disposizione, circa trecento ragazzi. Tra questi, alcuni casi suscitano più perplessità degli altri, visto che diversi elementi più o meno solidi indicano che essi sono arrivati sulle coste italiane.
Questi dispersi hanno famiglie e amici che hanno ancora la speranza di ritrovarli e che non possono trovare pace senza aver rivisto i propri figli vivi o senza poter portare il lutto. Queste famiglie non capiscono perché non gli vengano fornite risposte chiare, che gli Stati non rispondano mentre sono in grado di dispiegare mezzi enormi di sorveglianza e di controllo. Hanno l’impressione che la vota dei loro figli non conti quanto quella degli altri, e non possono accettarlo.
Facciamo di questa questione una nostra priorità perché dobbiamo stabilire che la loro vita conta quanto quella di tutti gli altri, e che non possiamo essere una democrazia senza mettere a disposizione tutti i nostri mezzi per stabilirlo. Chiediamo alle autorità italiane di fornire tutta la collaborazione necessaria per fare luce sulla sorte di questi cittadini tunisini scomparsi, poiché oggi si tratta di cominciare ristabilire una fiducia senza la quale non si possono avere rapporti di amicizia. E nessuno può dare fiducia a chi considera che la vita dei propri figli conta poco.

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