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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Mario Monti vende agli sceicchi. Ma siamo in riviera, non all’ultima spiaggia

2012-11-21
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“Questo e’ un momento buono” per acquistare a buon mercato asset “destinati a rivalutarsi”, dice Mario Monti parlando ai giornalisti e allo sceicco del Kuweit in visita.

Ma la realtà è più profonda: i capitali del Golfo sono necessari a questa economia globalizzata.

L’Italia non è all'”ultima spiaggia” per il fatto che il nostro Presidente del consiglio se ne va in giro per la Penisola araba a dare consigli per gli acquisiti.

Che piaccia o no Mario Monti, da “liberista globalizzato perfetto” quale è, non fa altro che attenersi alla prassi di questo capitalismo globale, del quale l’Arabia petrolifera è motore da sempre.

Omar Dahi, illustrando il contenuto di un recente libro di Adam Hanieh dal titolo Capitalism and class in the Gulf Arab States, si chiede:

“Cosa succede se i capitalisti, in un determinato paese, possono contare su un’armata di lavoratori mediamente qualificati che include centinaia di milioni di non-cittadini che essi possono importare, ingaggiare, licenziare ed espellere come vogliono senza preoccuparsi di leggi, regole e proteste collettive? Cosa succede le possono perfezionare la segmentazione del lavoro al punto solo una classe sociale – il capitale – riproduce se stesso ma un’altra – il lavoro – non lo può fare? Cosa succede le economie degli Stati Arabi del Golfo non vengono più considerate come economie sottosviluppate e semi-feudali cui è successo di sedersi su meravigliose fonti di rendita al punto che queste possono sperperare o distribuire alle comunità locali in cambio di lealtà politica?”

Fino ad ora le analisi di giornalisti e accademici hanno guardato ai paesi del Golfo con la lente distorta di un certo “orientalismo”. Tuttora mesmerizzati dalla narrativa risalente agli anni dell'”austerity” che dipingeva monarchi e principi del Golfo come esotici sceicchi dagli harem sconfinati e dai palazzi lastricati di pietre preziose e oro, siamo convinti che l’economia di quei paesi rappresenti un’eccezione rispetto al paradigma dell’Occidente capitalista. Invece:

“Non dobbiamo più guardare ai paesi arabi del Golfo come anomalie all’interno dell’economia mondiale. Al contrario la storia del capitalismo del 21° secolo non può essere raccontata se non si mette in contro il loro ruolo centrale: “l’economia globale è parte dell’attuale essenza del Golfo stesso: lo sviluppo globale ‘si evidenzia’ attraverso lo sviluppo del Golfo” (p. 16) … Il libro è un contributo per capire l’accumulazione capitalista del Golfo su scala regionale e le connessioni fra il capitalismo del Golfo e la traiettoria del sistema capitalista mondiale … ”

Hanieh ci spiega come l’odierna “centralità del Golfo nella struttura dell’economia globale” (p. 54) trovi le sue radici nella nascita dell’economia del petrolio. I paesi del Golfo:

“erano integrati nel sistema capitalista mondiale attraverso l’incorporazione all’interno dell’impero coloniale britannico. La loro importanza era inizialmente dovuta alla loro collocazione strategica e la loro centralità negli affari del mondo non entrò in ruolo fino alla trasformazione del capitalismo globale in un’economia basata sul petrolio. La centralità del petrolio nel periodo post-coloniale – con l’emersione delle industrie dell’automobile e petrolchimiche, l’espansione dell’industrializzazione prima di tutto negli Stati Uniti e nell’Europa dominata dagli Stati Uniti, e la messa in circolo dei petrodollari, che fece precipitare il Terzo Mondo nel debito – può suonare come un tema familiare.”

L’economia del Golfo è parte integrante dell’economia mondiale, dunque. Ma il fatto più importante è che la sua integrazione, negli ultimi decenni, diventa essenziale, oltre che organica:

“nel contesto neoliberale, e in particolare con la finanziarizzazione dell’economia globale, il Golfo ha continuato a giocare un ruolo preminente. Per prima cosa ha continuato a mettere in circolo i petrodollari nell’industria (e sempre di più nell’industria militare) occidentale. In secondo luogo, dopo un accordo segreto con gli Stati Uniti nel 1974, l’Arabia Saudita ha contribuito a mantenere invariato il valore del dollaro attraverso acquisti massivi di tesori statunitensi e anche usando la sua influenza nell’OPEC per prevenire la diversificazione della moneta di scambio del petrolio. Terzo, un enorme ammontare di petrodollari, provenienti principalmente dai fondi sovrani del Golfo, sono andati a finire nei mercati finanziari e nel debito europeo e americano, la qual cosa ha permesso l’insorgere di bolle finanziarie e di credito facile che ha contribuito alla recente recessione mondiale.”

Una montagna di denaro derivata da una semplice rendita, che serve a calmierare, a equilibrare le turbolenza della nuova economia finanziaria mondiale.

 

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