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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Dove non c’è futuro: distopia e Stato Islamico

2016-05-15
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[articolo apparso su Nuova Rivista Letteraria 3 (maggio 2016)] “Si cerca a cose fatte di imporgli [alla violenza terroristica] un senso qualsiasi, di trovargli un’interpretazione purchessia. Ma non ce n’è nessuna, ed è la radicalità dello spettacolo, la brutalità dello spettacolo, che resta l’unica cosa originale e irriducibile. Lo spettacolo del terrorismo impone il terrorismo dello spettacolo. E contro questa fascinazione immorale (anche se scatena una reazione morale universale) l’ordine politico non può nulla” (J. Baudrillard, ‘Lo spirito del terrorismo’, novembre 2001).

1. Mercoledì 24 febbraio 2016, durante un incontro intitolato “Identità, Stato, Potere: alle radici dei conflitti mediorientali” presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, uno studente mi ha chiesto: “come si inserisce il terrorismo [islamico] nel contesto locale”? Rispondere non è stato facile perché la domanda è a trabocchetto e implica riflessioni non scontate. Lo studente dava per acquisita l’esistenza di una struttura globale del terrorismo islamico – la qual cosa al livello della propaganda può dirsi vera – in una situazione che “riceve e adotta” quella struttura – e anche questa cosa, in diversi contesti può dirsi vera. Ma il fatto è che un’organizzazione come lo Stato Islamico non potrebbe esistere se non nascesse e si sviluppasse al solo livello locale – in Iraq, poi in Siria, poi in Siria e Iraq. Dunque, parte della risposta sta nel capovolgere la domanda: come fa il terrorismo locale a collegarsi col contesto globale?

Osservando la fenomenologia “esplosa” dei terrorismi che si raccolgono oggi sotto la bandiera di Stato Islamico (e sempre meno di al-Qaida), si può osservare che i diversi contesti locali si radicalizzano, fino a sfociare in terrorismi, ma lo fanno ognuno a suo modo, ovvero in maniera diversa in ogni scenario. Il suo centro di irraggiamento, l’Iraq, è anche il luogo dove maggiormente, a partire dall’invasione americana dell’Iraq nel 2003, il mutamento da forme di opposizione più o meno radicali a pratiche terroristiche ha trovato terreno di coltura. Solo in un secondo momento il brand penetra altrove, portandosi dietro il suo ghiotto format.

Gli strateghi del jihad globale hanno capito come uniformare, “islamizzandoli”, i diversi fenomeni di radicalizzazione presenti al mondo e anche in Europa, un’area in cui tanti radicalismi sono uccisi in culla. La politica non li accetta, li considera il male assoluto perché mirano a un punto di rottura. E li svuota di contenuto, se necessario. L’operazione può essere molto facile, vedi il caso dei riots di Londra (2011), o solo relativammente facile, vedi le rivolte arabe (2010-2011), ma il risultato non cambia: delegittimazione, stigma, cancellazione dalla sfera pubblica.

Il fatto è che i radicalismi sono espressioni di risposta a una qualche forma di oppressione, quindi rimangono nell’aria e Stato Islamico trova il modo di intercettarne una parte. Per restare in Europa: i personaggi di un ipotetico “La Haine 2”, immerso nell’oggi, non potrebbero non essere tutti o quasi “islamizzati” perché tutti gli altri radicalismi – in certi luoghi di conflitto – sono sistematicamente repressi, con le buone o con le cattive, ma non risolti. I reclutatori – con Stato Islamico siamo alla terza generazione – sanno pescare anche e soprattutto lì; questo è il senso dell’ormai famosa frase dello studioso francese Olivier Roy: “Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo”1.

Può essere utile, per capire questo punto, osservare che Stato Islamico ha riviste in lingue diverse – inglese, francese, turco, arabo – ognuna con contenuti specifici, diretti insomma a una certa comunità linguistica o nazionale (lo vedremo meglio più avanti). Pescando invece fra le varie pubblicazioni digitali troviamo testi “strategici” dedicati ai diversi contesti. Stato Islamico, in “Occidente”, vede un futuro – e qui torniamo a “La Haine” – in cui dai “lupi solitari” si passa a “gang musulmane” che, fra le altre cose, “si infiltrano in altre gang”2.

Ecco qua. Con questa valigetta degli attrezzi parliamo di una “visione” di Stato Islamico che – viste le premesse – non potrebbe essere altro che distopica, perché invita all’azione e alla partecipazione chi un’utopia non ce l’ha e un futuro non lo vede, chi si pone il problema di vivere “da protagonista” e/o in maniera più o meno eroica un presente senza vie d’uscita.

E, a proposito di domande sbagliate (ma non per questo inutili), l’esistenza di un’islamizzazione del radicalismo ci dispone nella posizione giusta per capire di cosa parla John Horgan quando dice: “non chiedere perchè le persone si uniscono allo Stato Islamico, chiedi ‘come'”. Horgan per una ventina d’anni ha intervistato jihadisti irlandesi, inglesi, libanesi, indonesiani, pakistani, sauditi e statunitensi fra i quali c’erano aspiranti suicidi, torturatori, boia, combattenti, e dice di loro: “sappiamo solo che non c’è un profilo chiaro ‘da terrorista’, che diventare un terrorista richiede del tempo e che si passa per un graduale processo di socializzazione”3. Da una parte c’è lo spettacolo del terrore, dall’altra 1000 motivazioni per parteciparvi.

***

Il 29 giugno 2014 un uomo vestito da Neocaliffo (indossava un rolex) che si fa chiamare Abu Bakr al-Baghdadi sale sul minbar della moschea congregazionale di Mosul e, con fare che nella tradizione cristiana definiremmo ieratico, recita la propria uba del venerdì, cioè un sermone. Da pochi giorni lui e il suo gruppo hanno annunciato la nascita di un autentico “stato islamico”, che avrebbe tutte le intenzioni di spazzare via tutto il resto. Il mondo si suddividerà in province (wilayat) che faranno capo al un nuovo califfato e in cui tutti – musulmani o meno – vivranno islamicamente. A un certo punto dice:

Non vi prometto, come fanno i re e i governanti ai loro sudditi e cittadini, lusso, prosperità, sicurezza e benessere. Io vi prometto invece quel che Dio ha promesso ai Suoi fedeli: “Dio ha promesso a coloro che credono e compiono il bene di farne Suoi vicari sulla terra, come già fu per quelli che li precedettero, di rafforzarli nella religione che gli piacque dar loro e di trasformare in sicurezza il loro timore. Mi adoreranno senza associarmi alcunché. Quanto a colui che dopo di ciò, ancora sarà miscredente… Ecco quelli sono iniqui”4. Dio dice: “Non perdetevi d’animo, non vi affliggete: se siete credenti avrete il sopravvento”5. Dio dice: “Se Dio vi sostiene, nessuno vi può sconfiggere”6. Dice l’Altissimo: “Nostra cura è soccorrere i credenti”7. Dice l’Altissimo: “La potenza appartiene a Dio, al Suo messaggero e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno”8.

Questa è la promessa di Dio, quindi se desiderate ciò che ha promesso, temete Dio e ubbiditegli. Ubbidite a Dio in ogni cosa e in ogni circostanza. Imponete la verità e aderitevi nelle cose che amate e in quelle che odiate. E se desiderate ciò che Dio ha promesso, allora conducete il jihād sulla Via di Dio, incitate i credenti e siate pazienti in questo arduo compito. Se sapeste cosa vi spetta come ricompensa – rispetto, dignità, onore – in questa vita e nell’aldilà, nessuno di voi avrebbe tardato o tarderebbe a condurre il jihād. Perché questo scambio Dio ve l’ha mostrato, per risparmiarvi la vergogna e per darvi dignità in entrambe le vite, questa e quella dell’aldilà. “Credete in Dio e nel Suo Inviato e combattete con i vostri beni e con tutti voi stessi sulla Via di Dio. E sappiate che ciò per voi è bene, ché [Egli] perdonerà i vostri peccati e vi farà entrare nei giardini dove scorrono i ruscelli e nelle piacevoli dimore dei giardini di Eden. Ecco il più grande successo! E vi darà un’altra cosa che avete desiderato: l’aiuto di Dio e una rapida vittoria. Danne la lieta novella ai credenti”9.

Un jihād che restituisce rispetto, dignità e onore, una vittoria che è vicina, l’aiuto di Dio e un paradiso che sta proprio dietro l’angolo: non bisogna far altro che morire in combattimento. Garanzie introvabili altrove, basta socializzarle con cura, nei gruppi organizzati dai “predicatori” in tutto il mondo e poi, nelle aree di conflitto verso cui si “migra” (in una riedizione del concetto islamico di hijra), attraverso addestramenti, indottrinamenti, grammatiche relazionali comuni. Questa è l’estetica ed è per questo che i terroristi quando muoiono “profumano di muschio” o di rosa, e quando non combattono e non muoiono – come racconta Ursula Lindsay citando gli studi in proposito – generalmente piangono: “È un segno molto rispettato di devozione piangere durante le letture del Corano, quando si guardano i video di propaganda e si riflette sulla sofferenza dei musulmani in tutto il mondo, quando si parla del martirio e del desiderio di compierlo. Tuttavia non è opportuno piangere sulla morte in combattimento dei commilitoni – in questo caso la reazione corretta è gioire10.

Ma questa è la cornice, la possiamo ritrovare nel passato, quando Osama bin Laden – in una forma molto più letteraria e forse meno mitizzante – arringava i wannabe con i suoi “messaggi” via fax o tramite video, utilizzando il megafono della neonata al-Jazeera. Oggi quelle garanzie sono contese, Stato Islamico non è l’unico giocatore nel campo jihadista, e il reclutamento di combattenti stranieri, i più fidelizzabili perché lasciano tutto, anche il passato, dietro dietro di sé, è essenziale. Dunque ci vuole qualcosa di più efficace, un senso di fine imminente per tutti, i cui segni sono facili da ritrovare in un pianeta ormai ostaggio di complotti e cospirazioni.

2. Martedì 2 febbraio ero a Roma per partecipare a un’iniziativa della ONG “Un ponte per” dal titolo “Daesh oltre lo schermo”. Con me, fra i relatori, c’erano due giornalisti della RAI, Salah Methnani e Amedeo Ricucci che, a un certo punto, hanno iniziato a confrontare le loro opinioni con una certa veemenza. Ricucci diceva che “l’islam ha un problema”, quello delle sue derive violente, che i musulmani non affrontano con chiarezza. Methnani diceva che un gruppo come “Stato Islamico” non aveva nulla di islamico e, per quanto i musulmani si potessero dissociare dalle sue attività, la cosa non avrebbe portato anulla, bisognava procedere nella loro eliminazione. Ricucci disse che le cose cui i terroristi si richiamavano, ad esempio la “battaglia finale” di Dabiq durante la quale l’Islam avrebbe finalmente trionfato in un futuro immediato molto simile all’apocalisse, erano “islamiche”. Methnani rispose che “Stato Islamico” basa la propria propaganda traendo spunto non tanto dalla religione islamica quanto dalla sua Storia, o da quella che essi dicono che sarà Storia, ad esempio appunto il giorno dell’apocalisse in un luogo ben definito (che, per questo, i combattenti di Stato Islamico sono stati chiamati a conquistare e poi a difendere).

La religione islamica, in effetti, ha in sé – come il ad esempio il Cristianesimo e l’Ebraismo – l’idea che a un certo momento verrà il “giorno del giudizio”, la “fine dei tempi” in cui tutti saranno chiamati a rispondere delle loro azioni. Sunniti e sciiti hanno nella loro dottrina – in forme differenti – anche figure come il mahdi, il “ben guidato” che sconfiggerà il male preparando il paradiso in terra. In tanti, nella storia, hanno annunciato l’arrivo imminente della fine dei tempi, fra di essi – utilizzando questi elementi dottrinari, alcuni musulmani in diverse epoche. L’ultimo era stato Juhayman al-Utaybi, nel 1979: nato nel Najd, la culla del wahhabismo, al-Utaybi occupò la moschea al-Haram, a Mecca, il luogo al cui centro si trova la Ka’ba, cioè il centro del mondo islamico, insieme a un gruppo di seguaci. Dagli altoparlanti della moschea annunciò l’arrivo del mahdi e della fine dei tempi per essere spazzato via poco dopo dai reali sauditi assistiti dalle forze speciali francesi. Ciò che in molti indicano come la prima espressione di quel terrorismo di matrice sunnita che poi fu egemonizzato da al-Qaida in Afghanistan e, oggi, da “Stato Islamico” in Iraq e Siria, conteneva in sé molti degli elementi che incontreremo più tardi. Tuttavia continuava – come anche al-Qaida – ad avere una connessione seppur tenue con un passato “religioso”. Quello di Juhayman era un “millenarismo” un “senso dell’apocalisse” che altri, nella storia, avevano avuto e avrebbero avuto, al di là del fatto che questi altri potessero essere definiti, prima durante e dopo la loro attività, degli “eretici”. Ciò che “Stato Islamico” fa con la Storia, invece, è completamente diverso. La sua cifra è proprio una scissione con le tradizionali letture religiose e storiche, ereticheggianti o meno: in un esercizio perfettamente postmoderno gli elementi storici, o metastorici, o pseudostorici sono estratti “a piacere” dal serbatoio della storiografia e della dottrina e messi al servizio di una propaganda che punta a dare ai wannabe un “ora” mitico, apocalittico, consegnando a essi un presente certo distopico ma da consumare adesso, da vivere intensamente, in attesa della nuova dimensione eroica cui collegarsi. E, al contrario di Juhayman o bin Laden, Abu Bakr al-Baghdadi plasma ex-novo il religioso per renderlo coerente a questo presente che, fra l’altro, è colmo di obbiettivi militari e strategici da raggiungere. La religione è lì, sullo sfondo, fa parte del panorama: è necessaria a dare una cornice al tutto ma non sufficiente a convincere un wannabe a rendersi davvero disponibile.

Per far questo ci vuole dell’altro, ci vuole un vestito di scena (Bollywood), un ruolo, un personaggio e un copione (Hollywood). Nicolas Henin, giornalista francese rimasto nelle carceri di Stato Islamico per mesi, dice che “se adottiamo un vocabolario di guerra, militaristico, non avremo modo di tornare indietro. Daremo più forza la nostro nemico”11. Brooke Gladstone, che lo intervista, gli dice: “Hai detto che sembrava proprio di essere in un film e io mi sto chiedendo se c’è qualcosa della tua prigionia che non abbiamo visto al cinema” e lui risponde: “No, era proprio come in un film. E, inoltre, anche la gente che va in Siria e si unisce all’ISIS per combattere, anche questa gente vede se stessa come il personaggio di un film. Recitano il film di se stessi. E’ per questo che penso che il modo migliore per combattere l’ISIS non siano le bombe, ma l’uccidere il racconto”12.

A riprova di quanto tutto questo sia assolutamente ragionato e confezionato ad arte c’è il fatto che il copione non è lo stesso per tutti: i pubblicitari di “Stato Islamico”, come si diceva, diversificano le pubblicazioni. In inglese esce Dabiq, ma in turco esce “Costantinopoli”, e in francese “Dar al-Islam” (Casa dell’Islam). A ogni lettore la sua rivista, a ogni potenziale foreign fighter la sua apocalisse da consumare immediatamente, nel presente. Una religione che si fa storia nell’oggi e al massimo nel domani, quando si andrà a combattere, e se dopodomani la “battaglia finale” di Dabiq si rivela solo un mito, tanto meglio: sfoglieremo le compilazioni di tradizioni (le raccolte di hadith) e lì troveremo un altro plot da sfruttare. La Storia dell’Islam – e non la religione islamica – è insomma il knowledge base su cui costruire un fantasy in cui il personaggio del mahdi si fonde con quello del califfo e i nemici, non a caso, sono anch’essi schiacciati su cliché molto semplificati: i crociati (cioè gli occidentali), i sionisti (cioè gli israeliani), i sahwa (cioè tutti i sunniti jihadisti che si sono venduti agli americani o all’Occidente), i rafida (cioè gli sciiti che “rifiutano” la vera religione).

1 http://www.internazionale.it/opinione/olivier-roy/2015/11/27/islam-giovani-jihad

2 https://www.yumpu.com/en/document/view/54857126/ebook-muslim-gangs-the-future-

3 https://news.vice.com/article/dont-ask-why-people-join-the-islamic-state-ask-how

4Corano 24:55.

5Corano 3:139.

6Corano 3:160.

7Corano 30:47.

8Corano 63:8.

9Corano 61:11-13.

10 http://www.internazionale.it/reportage/2015/12/13/cultura-jihadisti-terrorismo

11 http://www.theguardian.com/commentisfree/2016/mar/23/fanatical-isis-duty-to-die-still-humans-in-bombers-ranks

12 http://www.wnyc.org/story/former-isis-hostage-we-need-new-narrative/

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