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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

In Qatar – 10 – Epilogo

2018-09-27
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Vi devo raccontare una cena. Mi spiego: a un certo punto, in questo diario, vi dicevo che io e il mio amico Massi avevamo una cosa da dire, che l’avrei detta nel finale. Eravamo a cena, vi devo raccontare cosa ci siamo detti a cena.

Prima, però, devo specificare due o tre cose, la prima è che tutta questa roba, ad esclusione di alcune integrazioni attualizzanti, l’ho scritta nel 2016, di ritorno dal mio viaggio in Qatar. In questi due anni è successo l’incredibile: il Qatar è diventato bravo. O meglio: è diventato una specie di vittima dell’imperialismo saudita. I più scemi, quelli che non riescono a vivere senza indossare la maglia del “buono”, hanno solidarizzato col “piccolo, povero regno” schiacciato dal grande e arrogante avversario. Fra di loro anche alcuni filo-iraniani sovranisti neri. Nel giro di qualche settimana si è capito che il Qatar poteva tranquillamente fare a meno dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati avendo agganci con l’Iran (ovvio, essendo l’Iran antagonista dell’Arabia Saudita e avendo in comune col Qatar il più grande giacimento di gas al mondo) e con la Turchia. In Qatar questo feroce attacco saudita non ha colpito seriamente niente e nessuno. E una roba di re vs emiro. Di scemo e più scemo. Di ricco e più ricco. Non bisogna scegliere per forza, sono tutti stronzi.

Emblematico è stato l’atteggiamento di Trump. Sulle prime Donald, che ricordiamolo ha fatto la sua prima uscita di politica estera in Arabia Saudita in un disgustoso leccarsi i piedi a vicenda poi fruttato diverse decine di miliardi di investimenti sauditi, si è scagliato contro il Qatar a testa bassa. La cosa ha ricevuto il gradimento di alcune categorie di idioti o venduti variamente alt-right. Poi si è capito che era tutta fuffa, come al solito. Qualcuno inoltre deve aver ricordato a Trump che nel Qatar c’è la più grande base militare americana dell’area: da quel giorno Trump non ha detto più una parola in merito e gli alt-righters hanno semplicemente rimosso il tema.

Il mio diario, a partire dai quei giorni, è invecchiato. La strada verso l’Arabia Saudita, di cui vi parlavo, è stata chiusa. I sauditi hanno pensato anche di scavare un canale lungo tutta la frontiera che lo divide dal Qatar. Si sarebbe generato un “effetto isola” molto interessante – ha scatenato le riflessioni argute dei geopolitici e le bramosie economiche dei produttori di mappe geografiche – essendo quella l’unica frontiera terrestre del Qatar.

I più maligni – nel contesto di quella crisi – avrebbero anche potuto pensare che mi scagliavo contro il Qatar perché sono filo-saudita. Ecco no. Ciò che ho scritto al riguardo del radere al suolo il Qatar vale anche per l’Arabia Saudita anche se lì l’operazione – vista l’area – dovrebbe essere di fatto un bel po’ “chirurgica”. L’Arabia Saudita secerne barbuti e massacri così come fa il Qatar, con gli stessi obiettivi, ma un po’ più in grande. Eccetera. Il fatto è, però, che in Arabia Saudita non ci sono andato e anche se ci andassi domani non mi farebbero entrare a Mecca e Medina, il ché rende il mio interesse per quel paese vicino allo zero. A un certo punto ho avuto l’occasione di visitarlo ma avrei dovuto pagarmi il viaggio e, sinceramente, pagare per andare in Arabia Saudita proprio no: non sono masochista.

Dal 2016 a oggi è successo poi che Doha News, il giornale online che qui ho citato più volte, è stato comprato. Raccontava talvolta roba scomoda, tipo di qualche suddito che faceva outing di vari tipi, adesso no. Sebbene non contenesse alcuna esplicita forma di opposizione nei confronti dell’emiro era la cosa più vicina – vien da ridere a pensarci – a quella che chiamiamo “libertà di espressione”.

Ma veniamo alla cena in cui – come dire? – abbiamo fatto come tutti (escluse le coppie in crisi): abbiamo riso e scherzato. Sulle prime però non eravamo così allegri. Parlavamo di orientalismo, deculturazione, postmoderno. Di quanto in Qatar tutte le storture del mondo capitalista fossero portate all’estremo tanto da rivelarsi nel loro aspetto più farsesco. Massi mi ha raccontato di una notizia che aveva letto su Doha News qualche tempo prima e che poi Reuters ha riportato intitolandola: “Il Qatar potrebbe ospitare i fan dei Mondiali in tende in stile beduino“. In sostanza la storia è la seguente: in Qatar c’è una ricettività limitata – nonostante il roboante lavorio costruttivo – soprattutto per le fasce economiche basse. E’ pieno di hotel a cinque stelle ma di bettole ce ne sono poche o niente. Come fare, dunque, per quegli entusiasti che affronteranno il viaggio in Qatar nel 2022 ma hanno pochi soldi? La risposta è: mettiamoli nelle tende in “stile beduino”.

Be’, noi abbiamo pensato a questi poveri sfigati che si aggirano per Doha, una città senza marciapiedi, durante le pause fra una partita e l’altra. Prendono un dhow, mangiano monnezza a un fast food, si rimpinzano di mocha, guardano Venezia finta. Li abbiamo immaginati mentre prendono un monorotaia che li scarica in mezzo alle sassaie riarse, oltre le periferie gialle della città, nel nulla. Abbiamo pensato a questo accampamento fake, ai supermaket, ai pub beduini. Lo stream è arrivato al suo apice quando Massi ha citato gli hooligans inglesi. Abbiamo riso pensando che l’unico gruppo umano che oggi potenzialmente ha una carta da giocarsi nella partita della distruzione del Qatar sono proprio loro. “I qatarini – ha detto Massi – sono pronti ad accettare bande di inglesotti aggressivi con la pancia gonfia che bevono fiumi di birra e urlano frasi, ma come la mettiamo con le hooligan? Quelle proprio non saprebbero come occultarle, per il Qatar sarà una catastrofe”. Di qui il titolo per un B movie fine di mondo dal titolo: “I giorni dell’Apocalisse”.

L’ho rielaborata, la storia. Ho aggiunto un finale. Eccola.

Siamo nel 2022, è novembre. Le polemiche sono già montate perché i mondiali li fanno in autunno inoltrato, e questa cosa non si è mai vista. La cosa ha scatenato manco farlo apposta il conflitto di civiltà. Sono morti almeno 1000 operai per fare questi maledetti stadi di merda e quindi una quantità abbastanza rilevante di media, chi per propaganda chi per sincero moto di indignazione, ha parlato a lungo della vergogna che si sta consumando. Slavoj Zizek è ormai un’icona dell’English Defense League e, fatalmente, sono gli inglesi a scatenare l’inferno. Non è la Terza Reincarnazione di al-Quaeida che, anzi, sarebbe pronta a incollarsi al televisore per Qatar-Inghilterra.

Li hanno messi in mezzo al deserto. Culturalizzando, cioè esercitandosi nell’arte postmoderna di dare una spiegazione identitaria alla qualunque, i qatarini hanno fatto il seguente pensiero: da novembre a maggio noi facciamo il campeggio nel deserto perché non si muore di caldo. E’ una cosa che noi diciamo essere di origini beduine. Noi siamo beduini e vogliamo accogliere gli hooligans inglesi alla maniera beduina, quindi li mettiamo nel deserto, in campeggio. Ma visto che siamo contemporanei e abbiamo imparato che la sicurezza viene prima della libertà allora abbiamo anche fatto alcune leggi per processare chiunque in al massimo cinque minuti. L’abbiamo fatto ispirandoci alla shari’a, la Legge. In sostanza siamo pronti: se sgarrano li mettiamo in prigione in un nanosecondo.

Pia illusione. I bengalesi sono i primi a prendersi le bottigliate in testa. Il casus belli è il rifiuto, da parte di uno di loro, di non servire birra a una hooligan nel tendapub all’indomani di una sonora sconfitta inglese. Si scatena il parapiglia, la tenda prende fuoco. Le guardie scappano dopo aver provato timidamente a sedare la gigantesca rissa che ne scaturisce e aver ottenuto invece l’effetto opposto. Gli hooligan incendiano tutto, depredano il tendapub e tutti gli altri esercizi commerciali dell’accampamento. Salgono in massa sul monorotaia che li porta in centro, là dove ci sono i famosi grattacieli. Vengono spiegate forze di sicurezza varie, fra cui alcune guardie a cavallo. La loro forza di interposizione si rivela debole e inefficacissima. I qatarini hanno sottovalutato gli hoolingans. Tutto ciò che dicevano i Filosofi su di essi sono vere. Il fatto è che agendo in Europa il loro effetto-distruzione era limitato. Qui a Doha la loro Intelligenza di Massa, il loro essere la Frontiera più intransigente del Sottoproletariato Urbano Glocalizzato e Ingordo che vuole prima di tutto Distruggere ha un esito diverso.

Mettono a ferro e fuoco la città. Tentano di mangiare i falchi da 3000 dollari e torturano quelli dai 30.000 in su, usano le pedine della dama qatarina come proiettili contro i carriolisti inviperiti, fanno colare a picco i dhow ormeggiati in baia intonando il loro feroce “football’s coming home”. Passa alla storia il rogo del grattacielo a forma di cazzo rosa che campeggia proprio al centro della skyline della capitale.

E’ a questo punto che si verifica la catastrofe. L’emiro grida al complotto: sono i sauditi ad aver orchestrato tutto. Gli hooligans sono agenti stranieri e vanno terminati. Scende in campo l’esercito. Le corvette italiane sparano su gruppi di hooligans inermi ma i marines qatarini, non ancora ben addestrati, colpiscono il Marriot, lo Sheraton e diversi altri hotel di lusso, provocando una carneficina di ricchi. I sauditi non vedevano l’ora che si presentasse una provocazione del genere: invadono il Qatar. L’Iran si schiera, chiude lo stretto di Hormuz e manda 350.000 pasdaran a controinvadere il Qatar. Gli Stati Uniti, il cui presidente è – se possibile – più deficiente di Donald Trump, scagliano ordigni nucleari contro Teheran. Mosca indirizza i suoi sulla California. Nel giro di una settimana rimangono in vita 13 persone al mondo fra cui Massi e sua moglie, lo scrivente, sua figlia e la sua compagna. Sceglieranno le colline abruzzesi per ricominciare.

Qualche titolo di coda. Ho pensato di farci un romanzo distopico stile “Guida galattica per autostoppisti” con questa roba. E confesso che quando ero lì avevo anche iniziato a scriverlo. Ma i romanzi non li so scrivere, per ora, quindi ho lasciato perdere. Voglio ringraziare qui Chiara Malditesta Comito, che su Twitter si è dichiarata orfana di un epilogo per questo mio scritto e mi ha spinto a scrivere queste ultime righe.

Volevo poi ringraziare la troupe. Ero in Qatar in una forma che ho pensato essere, alla fine, quasi abusiva. Il mio ruolo – penso – era dispensare consigli o avere qualche idea su cosa fare. Dicevo cose, facevo sottolineature, approfondivo impressioni. Regista, giornalista, produttrice, invece, trottavano come matti e talvolta mi mandavano occhiate di raccapriccio. A mia discolpa devo però dire che io, non senza qualche difficoltà, facevo anche l’aiuto cameraman – il che significava rispondere sempre di sì alla frase “reggi questo” – e quindi a qualche cosa sono stato utile. A un certo punto l’anchorman, cui vanno in miei più sinceri ringraziamenti per avermi voluto a Doha, mi ha anche intervistato per coprire un “buco” che pensava di avere nella documentazione. Fortunatamente l’intervista è stata scartata e non sono andato in TV.

Voglio solidarizzare con gli spazzini di Doha: siete parte di un meccanismo più grande di voi, non è colpa vostra se siete dei maniaci, vi stimo.

Grazie Massi per avermi dato quelle ore di respiro e di pensiero a Doha: stavo per dare di matto.

 


Questo pezzo fa parte di una serie. Tutti i pezzi di questa serie li trovate qui, nella categoria “Nel paese dei decostruzionisti“.


 

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