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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

L’uomo degli anni ’60 e l’edificio numero 7

2019-09-11
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Nel febbraio del 2017 mi sono ritrovato a cena in un locale di Trastevere, insieme a un caro amico giornalista e alcuni suoi amici, molti dei quali giornalisti.
 
Le posizioni a tavola erano un po’ scomode, dal mio punto di vista. Fra me e le persone che conoscevo e con cui avevo interesse a parlare c’era una coppia di sconosciuti che chiaramente non erano connessi agli altri in base al fatto di condividere una professione, sembravano essere – molto di più – amici “storici” di qualcuno.
 
Avevamo ben poco dirci, gli argomenti che si provava a sviluppare mi annoiavano un po’ e forse annoiavano anche loro.
 
A un certo punto lui, un uomo degli anni ’60 – cioè un uomo fortunato – ha detto di essere complottista.
 
Ha detto proprio: “io sono complottista”, non “io sono un po’ complottista” oppure “certo essere un po’ complottisti non guasta”.
 
La cosa – dichiarata in questa forma – mi ha posto di fronte a un fatto inedito. Qualcuno stava impostando un discorso partendo dal fatto di voler interagire al riguardo di tesi apertamente fiabesche.
 
Sulle prime devo aver reagito abbastanza male, almeno a livello di mimica facciale o di prossemica generale, perché subito lui si è un po’ tirato indietro.
 
Però l’aveva detta grossa, si rendeva conto di aver fatto una cosa molto simile a una gaffe anche se è chiaro che in altri contesti la sua affermazione poteva aver suonato come assolutamente innocua.
 
Avevo intuito, però, che questo suo dirsi complottista era un po’ una specie di “apertura argomentativa” in un contesto sociale. Una cosa come “a me piace il pandoro e i panettonisti sono tutti stronzi”: l’introduzione di una asserzione un po’ divisiva, giusto per fare un po’ di chiacchiera.
 
Ha avvertito la mia ostilità – anche se io avevo cercato di dissimularla – ma ormai il dado era tratto, quindi ha iniziato con il grande classico dell’11 settembre. “E’ stata una cosa americana”, ha detto. E chiaramente pensava di essere al sicuro su quella cosa. Ma subito dopo penso che abbia capito che no, non andava affatto sul sicuro.
 
Il complotto dell’11 settembre è un po’ la madre di tutti i complotti. Intere generazioni sono cresciute attorno al mito del complotto dell’11 settembre. Io stesso, al tempo, comprai un libro complottista sul tema, il primo libro di Thierry Meissan, il libro che aprì le porte alla sua carriera di complottista.
 
Lo avevo comprato, l’avevo letto, ricordo che reggeva fino a un certo punto e poi cadeva in contraddizione. Ma ricordo anche che volevo credere a quel complotto, volevo crederci con tutto me stesso perché l’evento aveva cambiato la storia in senso negativo, ne sentivo le ferite, e dovevo dare la colpa a qualcuno che percepivo contemporaneamente come “cattivo” e “importante”. Non accettavo che a cambiare la mia vita fossero stati 4 stronzi con delle idee assurde.
 
Gli anni seguenti avevo traslocato diverse volte e avevo dovuto ripartire i miei libri in luoghi diversi, per mancanza di spazio. Ma ho voluto sempre portare con me quel libro, come ricordo del periodo in cui non trovavo spiegazioni e per averle mi affidavo a un credo.
 
L’uomo degli anni ’60, lì a cena, non poteva immaginare tutto questo, ma mi ha dato tema di aver capito – probabilmente sempre per via del mio modo di tagliare lo spazio e/o di muovere i muscoli della faccia – che se avessimo davvero iniziato a parlare del complotto dell’11 settembre lui sarebbe uscito in frantumi dal ristorante. Quindi ha detto: “no, va bene le torri gemelle, ma l’edificio numero 7, quello non riuscirò mai a spiegarmelo”.
 
L’edificio numero 7. Ci potevo stare. A quel punto evidentemente ho sorriso, perché ho visto che lui si è rilassato, ed è passato a parlare della A.S. Roma.

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