Ma che bel castello

Di nuovi muri eretti fra Stati ce ne sono a pacchi. Marie Didiot ne conta 25 dal 2000 a oggi[1]. Li descrive “anacronistici di fronte alla fluidità e all’intensità esponenziale degli scambi fra le differenti aree del pianeta” e ne sottolinea l’impatto “simbolico”: parlano agli abitanti del Castello, servono a testimoniare l’impegno di una parte politica nel barricarlo, a ricordare al mondo che uno Stato sovrano, se non può più fermare le merci e le informazioni, può ancora fermare le persone o meglio: ha ancora virtualmente questa prerogativa.

Poi, però, ci sono altri muri, meno simbolici e più assassini. Le frontiere non le puoi blindare, ma puoi fare in modo che le si oltrepassi con difficoltà, che ci si muoia davanti, prima di poter diventare un “soggetto giuridico” con cui, in un modo o nell’altro, ti dovrai confrontare. Due chilometri e mezzo di cemento fra Turchia e Kurdistan siriano, venti chilometri di “barriera tecnica” fra Turchia e Bulgaria, lame in cima al doppio reticolato che circonda Melilla. Mezzi e tecnologie militari sulla linea di Schengen che taglia in due il Mar Mediterraneo.

Il confine è il luogo – mentale o reale – dove molti nodi vengono al pettine. È attorno ad esso che si costruiscono prima le nazioni e poi quei nazionalismi che ultimamente sbocciano ovunque in questa silenziosa primavera populista europea. È lì che si sedimentano le iperboli identitarie, quelle “case nostre” di cui dovremmo essere “padroni” e quelle “case loro” che dovremmo aiutare, con cui dovremmo cooperare ma presso cui spesso depositiamo i nostri rifiuti tossici e a cui, di solito, non facciamo che vendere armi. Caselle vuote, o meglio categorie del pensiero politico depistanti, soggette agli umori di chi le voglia cavalcare o trovi il modo di farlo, girando sempre e comunque a destra.Una “casa nostra” simile a un palloncino che quando si gonfia diventa l’Europa degli “illuminati”, ma quando si buca o scoppia – e capita sempre più spesso – torna ad essere una regione, una provincia, un campanile, un condominio. Una “casa nostra” semovibile che pompa sempre più soldi per vegliare sul cimitero del Mediterraneo con droni, navi da guerra, elicotteri e sistemi di puntamento laser, un mare cui si allega l’etichetta “nostrum” se a navigarci dentro, se a morirci dentro, sono “gli altri”. Una “casa loro” che invece rimane “Africa”, “Islam”, “marocchini”, “negri”, cioè un flusso stucchevole di stereotipi sbagliati, un secchio della monnezza del pensiero.

Sono barriere che in Borsa nessuno conosce, che diventano facili transiti se a passare non è un essere umano ma il carico di pangasio che ha già ridotto in schiavitù qualcuno nel luogo di provenienza e intossicherà qualcun altro nel luogo d’arrivo. Mentre le persone muoiono le merci viaggiano, le informazioni viaggiano. Senza confini, senza controllo, senza retorica e senza simboli. Puoi riceverle a casa, quante ne vuoi, basta la carta di credito. Così va a finire che a casa ci rimani e i confini diventano il tuo orizzonte, una linea oltre la quale con lo sguardo non arrivi, il perimetro entro il quale costruirti una vita non orribile. Siriani, eritrei, somali ci si schiacciano sopra, diventano tutti uguali. Stanno lì, a due passi da te, in una gabbia dal nome eufemistico, ma rimangono lontani nel pensiero. Finisci per sperare che quella lontananza sia completa, definitiva. Sogni uno strano deserto dei tartari in cui morirai in una parvenza di lusso aspettando di respingere qualcuno. E conti tutto quello che hai tu, tutto quello che loro non hanno. Solo così avranno senso le tue armi e tutti gli altri mezzi che hai messo in campo allo scopo di isolarti. Se stai nel Castello finisci per amare le sue fortificazioni e i suoi guardiani.

Però può capitare dell’altro. Può capitare che durante le vacanze estive la ciambella in plastica biodegradabile intarsiata a mano con fregi di tradizione celtica da mastri artigiani di un villaggio di 30 anime della Groenlandia interna che qualche distributore globale ti ha recapitato a casa per averla comprata in un e-negozio affinché tuo figlio impari ad annaspare in tutta sicurezza nelle immacolate acque di Isola delle Correnti senza offendere l’ambiente né il senso estetico dei suoi genitori, serva a un certo punto a salvare una signora che dopo un lungo e terribile viaggio stava per morire nello stesso specchio d’acqua in cui tuo figlio gioca, per il semplice fatto che lei non sa nuotare, che a lei il mare fa paura, avendolo visto 7 giorni fa per la prima volta in vita sua. Può darsi che poi scopri che quella signora, per un motivo che può sembrarti arcano e invece è meramente statistico, ha a che vedere moltissimo con te, col tuo modo di pensare, di vedere il mondo, molto di più del tuo vicino di casa, al quale hai dovuto spiegare – ad esempio – che non stai buttando la monnezza nel secchio della differenziata del suo condominio per qualche tuo criptico bullismo o magari per desiderio di offesa nei confronti dei condomini altrui, bensì per il semplice fatto che nel tuo condominio la differenziata l’hanno tolta per punire gli inquilini che, per mesi, l’hanno ignorata, mentre tu – ligio – ne imparavi tutti gli innumerevoli e imperscrutabili segreti.

Hai dovuto spiegarglielo ma lui non ha voluto capire, perché ti ha identificato come l’altro, lo sfruttatore di cassonetti altrui, il nemico che viene a fare il padrone nel condominio tuo. E questo non sarebbe un problema insormontabile – anzi – se non fosse che il tuo vicino – con cui semplicemente ameresti non parlare mai – può circolare liberamente per il Castello, può entrarne e uscirne, mentre la signora – con cui davvero hai molto a che spartire – invece no. Se non fosse che spesso il vicino si ritiene migliore della signora per motivi di sangue, tanto che – addirittura – non accetta l’idea che chiunque nasca nel Castello possa avere i suoi stessi diritti. Un vicino che l’odierna legge sulla cittadinanza descrive, alla fin fine, come un tuo consaguineo, uno che sventola orgogliosamente una bandiera che potresti forse sventolare anche tu, un giorno, per motivi di qualche genere ma che nelle sue mani non significa altro che l’affermazione di un privilegio acquisito e una retorica che giustifica quel privilegio.

Dopodiché il vicino in qualche forma lo decodifichi, nel Castello alcune distanze lui non le vede, non gli fanno paura, mentre alcune vicinanze gli arrivano così in faccia che non riesce a leggerle, quindi lo spaventano. La globalizzazione ha reso gli abitanti del Castello presbiti o miopi a seconda dei casi. E non capita a tutti di rendersene conto. Un giorno ti svegli e capisci che le frontiere limitano la tua libertà, anche se stai dalla parte giusta. Tu pensavi di poterne stare fuori, pensavi il tuo mondo come una cosa a parte. E quindi ti eri messo a comprar ciambelle ecologiche. Ma invece poi no, qualcosa è successo, una persona che ti è cara sta dall’altra parte, dalla parte sbagliata e questo rende lui “assediante” e te “assediato”. Un assedio che però, nel tuo caso, è una prigione al contrario, un luogo dal quale puoi uscire ma nel quale nessuno può venire a trovarti. Nessuno o quasi: uno su venti, perché la gente che sta fuori dal Castello è venti volte la gente che sta dentro. E tu sei una mosca bianca che viene indotta a stare solo con altre mosche bianche. Molte delle quali sono convinte di aver meritato più diritti degli altri per il fatto di essere semplicemente nate in circostanze “fortunate”.

Certo, tu puoi “andare di là” quando vuoi, tutt’al più serve un timbro sul passaporto. Potrai anche scriverne da “antropologo”, “orientalista”, “africanista” o semplicemente da “giornalista” o alla peggio da “blogger”. Ma quella persona invece non potrà fare lo stesso, non potrà venire quando vuole, perché verrebbe fermata sul confine, e forse anche prima, e forse con le cattive, e forse dalla fame o dalla sete. Tantomeno potrà scriverne. E tutto questo ha a che vedere non con solo la sua libertà ma anche con la tua: è un gioco in cui se sei spettatore sei parte del problema. Lo scrive Fulvio Vassallo Paleologo[2] all’indomani dell’erezione dell’ennesimo muro di gomma europeo in seguito alle stragi del Canale di Sicilia: “Visti gli ultimi passaggi delle istituzioni europee a questo punto, appare comunque necessario che l’iniziativa politica, e non solo di carattere umanitario, venga ripresa a livello locale e nazionale da quel vasto circuito di associazioni antirazziste che ha ormai strutturato rapporti di collaborazione anche al di là del livello europeo. Sarà una strada lunga e difficile, ma non sono date altre possibilità per tentare di invertire la linea di tendenza dell’Unione Europea in materia di asilo ed immigrazione, a partire da una lotta serrata, a livello nazionale per difendere i diritti dei migranti contro Direttive e Regolamenti orientati prevalentemente alla sicurezza ed alla protezione delle frontiere e quindi a leggi assai spesso incostituzionali o in contrasto con i principi del diritto internazionale come le prassi amministrative affidate alla totale discrezionalità delle autorità di polizia”.

Muri, confini. Recinti dentro ai quali – ed è per questo che globalizzazione contemporanea è una grande truffa – si coltiva un’identità sempre più povera e arida. E non se ne esce se l’iniziativa, o la non-iniziativa, arriva da istituzioni che per loro natura quelle barriere le definiscono, le sorvegliano, le rimarcano: “Il sistema politico, economico e tecnologico lavora per, e beneficia di, una classificazione delle persone all’interno degli stati-nazione in un modo che sistematicamente limita la loro immaginazione geografica e l’abilità di empatizzare con gli altri lontani”[3].

[1] «Les barrières frontalières: archaïsmes inadaptés ou renforts du pouvoir étatique?» in L’Espace Politique n. 20 | 2013-2, Barrières frontalières.

[2] Unwanted migrants: back to Libya, http://www.meltingpot.org/Diritti-sotto-sequestro-Unwanted-migrants-back-to-Libya.html.

[3] Nitasha Kaul, “Beyond maps, beyond nations”, New Internationalist, http://newint.org/blog/internationalists/2013/11/06/beyond-maps-beyond-nations/

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