Il mullà Omar e il principio di indeterminazione

Stavolta potrebbe essere morto, o meglio: stavolta potrebbe essere vero che sia morto due o tre anni fa. Ma di necrologi ne sono già usciti molti, ogni volta che moriva (le ultime due volte nel 2011 e nel 2014) ne pubblicavano un buon numero, corredando il tutto con considerazioni finali collegate alla situazione del momento.

Quindi di letteratura sul mullà Omar ne abbiamo moltissima e ultimamente è disponibile anche una biografia scritta dai Talebani stessi.

La cifra di questa letteratura è il grado di vaghezza che porta con sé, perché il mullà “non si fa vedere in pubblico dal 2001” (e forse neanche prima era così avvezzo all’esposizione mediatica che, tuttavia, non c’era, perché prima del 2001, e precisamente dall’11 settembre 2001, in pochissimi se ne interessavano giornalisticamente parlando).

Motivo per cui il suo necrologio ha talvolta assunto la forma del coccodrillo, quella particolare forma di panegirico che si concede a morti da compiangere.

Rimorire dev’essere un’esperienza incredibile, e sembra che solo alcuni jihadisti ci riescano. Osama bin Laden, pieno di acciacchi, è morto decine di volte.

Abu Bakr al-Baghdadi, il Neocaliffo di Mosul, è già morto una volta nonostante la sua breve carriera mediatica. Pare che stia male di schiena.

Un grande rimoritore è Mr. Marlboro: Mukhtar b. Mukhtar, genio del narcotraffico saheliano e grande inventore di sigle qaidiste.

Al-Zawahiri meno, non è mai morto. E ci si chiede, a questo punto, perché l’attuale capo di al-Qaida non possegga questo potere.

Forse perché nessuno lo cerca davvero, o perché la sua morte non serve o non è mai servita a nessuno.

Fra i rimorti importanti c’è anche un famoso qaidista libico, l’allora numero 2 di al-Qaida, Atiyyatullah Abd el-Rahman.

Morto due volte, nel 2009 e nel 2011 (definitivamente).

Ci sono anche i resuscitati, quelli che per ora sono morti una volta sola, cioè: non sono rimorti.

Ad esempio Fahd Mohammed Ahmed Al-Quso, detto Abu Huthaifah Al-Yemeni, che dopo essere stato dronato riapparve in una foto nel 2010 insieme a un giornalista di Asharq Alawsat, che lo intervistò.

Ma i grandi superano sempre la seconda morte, arrivano perlomeno alla terza.

In questo al-Baghdadi ha ancora molta strada da fare, è un pivellino.

Mentre il leader dei Talebani Mullah Omar era un esperto nel rimorire e, comunque, stava male anche lui.

Era possibilmente malato di cuore (2011) o di tubercolosi (2015) – ma il suo segno distintivo era per tutti la mancanza di un occhio che, dicono, si fosse spiccato lui stesso dall’orbita allorché feritosi con la scheggia di una granata (il quando di questo evento è relegato in un tempo comunque mitico, indefinito).

Le notizie della sua rimorte arrivano spesso a scoppio ritardato (è morto 2 o 3 mesi fa, è morto due anni fa).

Anche questo è un segnale.

Meno importante, anche se narrativamente valido, è il fatto che la sua data di nascita sia oscillante (1958-1962).

Così come è morto tante volte potrebbe essere nato tante volte?

O in più fasi?

Non lo sapremo mai.

Ci possiamo comunque chiedere “perché il mullà Omar è rimorto”?

La domanda è legittima, vista l’incertezza generale.

È legittima perché, tornando a essere un po’ seri e facendo i conti con tutta questa narratologia applicata, in questi casi la fabbricazione della notizia, le sue fonti, il suo timing, la sua ricezione sono spesso spesso più importanti della notizia stessa.

Sono questi gli elementi attorno ai quali ragionare per procedere nelle analisi specialmente se, come abbiamo visto, le rimorti sono retrodatate.

Non è dietrologia, non esattamente.

Nel mare dell’indeterminazione ci si guarda attorno e si prendono come riferimento gli unici scogli affioranti.

E una volta aggrappati a essi ci si guarda attorno, si osserva il panorama dell’oggi, in cerca di una terraferma qualsivoglia.

Da quella prospettiva i dati che abbiamo sono i seguenti:

1. Il gruppo Stato islamico prende piede in Afghanistan e, come in altri teatri, si propone come polo esclusivo ed egemonizzante, a detrimento di altri gruppi primo fra tutti i Talebani.

2. Alcuni Talebani stanno passando allo Stato islamico (e anche il famoso voltagabbana Hekmatyar).

3. Altri Talebani avviano un confronto con l’Iran per ottenere finanziamenti e armi.

4. A metà mese trapela la notizia che il mullà Omar è favorevole ai colloqui di pace col governo di Kabul.

La disponibilità del mullà a dialogare con qualcuno è anch’essa oggetto di una narrativa.

Come riscoprimmo nel 2010, grazie ai cable di Wikileaks, già prima dell’11 settembre, all’indomani degli attacchi missilistici di Clinton contro le basi di al-Qaida in Afghanistan e in Sudan (1998), si cercava un contatto con il capo dei Talebani, che certo non osteggiava la presenza dei campi di addestramento dei cosiddetti “arabi-afghani”.

Al contrario, si manteneva autonomo rispetto alla nascente al-Qaida (anche se la leggenda narra che sposò una figlia, tredicennne, di Bin Laden), rappresentando quegli stranieri in quel momento un vero e proprio corpo estraneo nel contesto afghano, un’entità separata dalla realtà circostante (stessa cosa è avvenuta per molto tempo in Yemen). Le possibilità di dialogo si chiusero poi con l’attacco americano dell’ottobre 2011.

Di certo sappiamo che – non importa se sia morto né quando sia morto – ciò che dice o direbbe il mullà passa attraverso dei portavoce.

E sappiamo che questi portavoce usano le parole del capo per dettare le linee politiche.

E che la morte definitiva del capo significa la messa in discussione di quei portavoce.

In breve: c’è un conflitto interno ai Talebani, qualcuno vuole parlare con l’Iran e avviare i colloqui col governo, qualcun altro vuole invece passare allo Stato islamico, cioè rimanere fermo su posizioni di chiusura.

Un conflitto che, a specchio, ritroviamo nel governo afghano dal quale, all’alba di nuovi colloqui di pace, “trapela” la notizia.

Falchi e colombe, da ambo le parti: ecco come spiegare, aggrappati allo scoglio, questa rimorte.

Staremo a vedere come va a finire.