Nella guerra di Siria si cercano le priorità dell’Italia

Un sito israeliano storicamente legato a “fonti militari” di Gerusalemme, Debkafile, descrive il primo bombardamento russo in Siria come un evento storico. Gli attacchi dal cielo delle forze di Mosca, secondo questi noti “spioni”, cambierebbero definitivamente le carte in tavola. In un certo senso, soprattutto dalla prospettiva dello Stato ebraico, c’è del vero.


È vero perché palesa quello che da anni era nascosto ma tutti sapevano: mentre masse di cacciatori di complotti costruivano la narrazione dell’aggressione statunitense alla Siria, i russi stavano rinsaldando – con tutta calma, la più comoda delle logistiche e in accordo con il regime di Asad – le loro postazioni in località strategiche come Latakia, Tartus e Jableh. L’intervento russo è dunque “nuovo” solo se lo si legge da un punto di vista molto particolare, quello del passaggio all’offensiva.


I russi se ne sono stati nell’ombra per anni. Fino a quando è stato chiaro a tutti che l’aiuto iraniano, di Hezbollah e delle milizie sciite iraqene non sarebbe bastato a distruggere i “ribelli”, vaga etichetta sotto cui ricadono gli oppositori del regime alauita, tutti messi nel calderone indifferenziato del “terrorismo”. E a riportare sotto il loro controllo le varie aree in cui le forze leali ad al-Asad combattono.


Le aree veramente strategiche per Asad sono la fascia mediterranea della Siria e l’asse Damasco-Aleppo, con in mezzo le città di Homs e Hama. Tutto il resto, dal punto di vista del regime e dei suoi alleati, può anche essere lasciato – per ora – nelle mani di qualcun altro.


Mosca si muove “allo scoperto” nel momento in cui lo Stato islamico è a pochi chilometri dalla strada che collega le grandi città menzionate. Ciò basta a fare della Russia un paese che – in base ai propri interessi – combatte contro l’Is. Ma non le impedisce di attaccare in primis altre formazioni “ribelli” che, nella sua ottica e in quella di al-Asad, sono prioritarie perché le contendono direttamente territorio strategico. Passare all’offensiva non cambia la collocazione russa nello schema delle alleanze (è stata e continua a essere dalla parte di Damasco), ma innalza il valore delle sue azioni all’interno del suo schieramento.


La nuova forma della guerra per procura di Siria è stata poco analizzata. Secondo Obama, l’Is è circondato e non ha speranza. Interessante però è capire chi e come è chiamato a contenere i jihadisti. I due grandi gruppi sono la coalizione Asad-Iran-Russia-Hezbollah-Iraq e quella Usa-Turchia-Stati del Golfo. Ci sono poi battitori liberi – bombardatori liberi in realtà – come i francesi, ma di fatto queste due coalizioni sono antagoniste e solo considerandole insieme possiamo pensare all’Is come una realtà “circondata”.


L’Is è dunque accerchiato? I suoi avversari sono decine ma non sembra soffrirne moltissimo. Per contrasto appare – e l’intervento diretto russo lo mette a fuoco – che questa guerra si sta combattendo fra i nemici di al-Baghdadi.


Tutti sanno che se domani si volesse sconfiggere militarmente l’Is ci si riuscirebbe abbastanza in fretta (ma non basterebbe a debellarlo). Tutti, di conseguenza, in base ai loro interessi, cercano di preparare il terreno prima della definitiva sconfitta della milizia jihadista. Volano sulla Siria senza mai scontrarsi, lanciando ordigni esplosivi di qualsiasi tipo, dal più rudimentale al più tecnologico e seminando morte e distruzione là dove pensano sia più utile.


Compatte l’una contro l’altra, le due coalizioni non per forza sono unite al loro interno. Problematici, per esempio, sono i rapporti fra Stati Uniti e Turchia e paesi del Golfo. Dall’altra parte, i russi non vogliono lasciare agli iraniani tutta la fetta di torta siriana, dato il miglioramento dei rapporti tra Teheran e Washington dopo l’intesa sul nucleare.


Al-Asad è da tempo ostaggio dei poteri che lo sorreggono. Abilmente si è messo in una posizione in cui tutto il mondo, in forme varie, ne chiede la permanenza a breve, medio o lungo termine. In suo aiuto, diretto e militare, giunge la Russia, che dice: Asad ha chiamato noi, non gli americani, e noi quindi abbiamo il diritto di aiutarlo; siete fuori dalla partita “aiutiamo al-Asad”.


Ecco il punto: chi, come Romano Prodi, afferma che Obama deve aiutare al-Asad non ha considerato che il dittatore siriano non ha chiesto il suo aiuto. Forse l’ex premier avrà pensato che, se non lo aiutiamo, della fetta di torta suddetta non vedremo neanche le briciole.


Ma sempre di briciole si tratterebbe. Nessuno, nella coalizione pro-Damasco, ha la minima intenzione di cedere qualcosa. Anzi, è evidente che in essa vi sia una lotta per accaparrarsi una fetta la più grande possibile, ora che il vento è cambiato.


Renzi ha risposto a Prodi: “Non sarà semplicemente aiutando Assad che bloccheremo l’Is. Né considerandolo l’unico problema come fanno in modo altrettanto banale altri”. Così facendo, il premier dimostra di non conoscere – o di non voler riconoscere – non “l’unico” ma il “vero” problema: l’esistenza di quelle due alleanze e la ricaduta che la loro esistenza e la loro litigiosità ha sulla Siria.


Chi scrive non è del partito di quelli che vedono in Asad “l’unico problema”. Quasi nessuno al mondo, compresi tanti ribelli, ne è convinto. Ma per risolvere i problemi devono essere stabilite delle priorità.


I russi dimostrano, con i loro attacchi alle postazioni dei “ribelli” non-Is, di averle stabilite. I francesi, molto maldestramente, anche. Aspettiamo di sapere quali siano le priorità italiane.

 


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