E adesso vi racconto una spy story de’ noantri, penosa perché povera, povera di tutto.

Forse ricorderete quando quest’estate il governo ex abrupto annunciò il ritorno del nostro ambasciatore in Egitto

Ne scrissi qui, su Vice.

In quei giorni si scrisse molto, in tanti scrissero, riemersero le solite vecchie storie complottare delle quali ho scritto in un libro al quale ho messo il punto – immaginate – nel lontano aprile 2016.

La storia complottara riguardava Cambridge, i tutor di Giulio Regeni, i docenti di quell’università.

Erano loro i veri responsabili, addirittura i mandanti morali dell’omicidio. Loro erano collegati con i servizi segreti inglesi che avevano ordito un complotto per rovinare i rapporti fra Italia ed Egitto.

A portare avanti queste ipotesi all’inizio erano i più coglioni di tutti, quelli che sappiamo essere dei veri brocchi specializzati in panzane o in scandaletti del menga.

A loro più avanti si erano associate voci più inquietanti, mezze spie ripulite con le mani in pasta in medioriente e culturalmente affini alla galassia fascio-rosso-bruna.

Poi erano arrivati alcuni mezzi fasci, gente che vivacchia in politica e deve trovare una visibilità.

Alla fine si erano accodati oscuri faccendieri, carichi da dodici, a mezzo stampa.

In mezzo si erano infilati anche giornalisti blasonati, cioè vecchi tromboni che dovrebbero cazzo essere andati in pensione da un centinaio di anni e invece niente, ci stanno ancora appesi alle palle e non accennano a mollare la presa.

Loro, in toni più melliflui, facevano notare cose come: “gli atenei inglesi hanno sempre allevato spie”.

Cioè facevano notare il niente o meglio l’ovvio. Un qualcosa che, purtuttavia, non ha nessun legame con la storia di Giulio Regeni.

Facendolo notare instillavano il dubbio, però, che il legame ci fosse.

Il tutto all’insegna della classica domandina da guardia mezzafascista (cioè in fondo alla Travaglio): “se non hai niente da nascondere perché ti rifiuti di collaborare?”.

Una domandina la cui risposta è, chiaramente: “perché questa è una democrazia e non uno stato di polizia, stronzo”.

***

Non starò qui a rifare la storia: andatevela a leggere. E se non credete a ciò che dico sticazzi.

Andatevi a nascondere.

E non provate nemmeno a commentare qui o altrove, verrete bannati.

La storia ci racconta di un’ipotesi che, al netto dell’antipatia che provo nei confronti di un ateneo come Cambridge, è assolutamente campata in aria ma evidentemente è l’unica storia che accende le bradipe emozionciucole del pubblico italiano in relazione a ciò che avvenne al Cairo dal 25 gennaio 2015 al 3 febbraio 2016.

E’ l’unica “ipotesi di verità” o “postverità” che data in pasto al pubblico italiano ha dimostrato capacità di resistenza. Non importa quando pusillanime sia la storia, è bene che ce la teniamo stretta riproponendola ciclicamente perché è chiaro che gli italiani preferiscono dare la colpa “agli inglesi” piuttosto che ad Abd al-Fattah al-Sisi, cioè il colpevole.

Un colpevole che fin dal primo giorno è stato difeso apertamente o meno da tutti quelli che in questo paese contano (come anche da una muta di cerebrolesi ma questo è un altro problema).

Leggete questo post di Giap, lo scrissi il 16 febbraio 2016 e sembra scritto ieri. Si intitola: “Nessuno tocchi il Pinochet d’Egitto, ovvero: fuffa e depistaggi sulla morte di Giulio Regeni”.

Leggete anche questo articolo su Vice, è del 6 febbraio 2016, si intitola “Cose che non possiamo più ignorare dopo la morte di Giulio Regeni” e vale ancora tutto.

Il fatto che questi due pezzi che vi ho linkato e che quel libro raccontino ancora cose su cui vale la pena di riflettere oggi, a 20 mesi di distanza, spiega una drammatica realtà: DAL 3 FEBBRAIO 2016 A OGGI NON E’ CAMBIATO NULLA.

O meglio: è cambiato poco o nulla sul piano dell’indagine. Non è cambiato nulla, se non in peggio, sul piano politico.

***

Vi dirò comunque, per farvi una crono di questo riproporre monnezza su Cambridge, che a giugno 2016 ho scritto due pezzi in merito per Valigia Blu: qui e qui.

Vi dirò che se avete seguito quei pochi che di Egitto sanno qualcosa per davvero, tipo Laura Cappon, avrete certamente letto un buon numero di articoli e interviste sul tema accademici e Cambridge.

L’ultima uscita si intitola “Giulio Regeni: chi è Maha Abdelrahman, la tutor di Cambridge che seguiva le sue ricerche in Egitto“.

Va letta: vi spiega che la tutor di Giulio Regeni era di prima scelta, la scelta numero uno al mondo per un dottorando che volesse lavorare sull’Egitto e sui temi di economia e società come Giulio Regeni.

Vi spiega quale sia la portata del vagone di merda lanciato ieri da Repubblica su Maha Abderrahman, fatto del quale discuterò fra breve e in breve.

Ma prima chiuderò il capitolo “ciclo di Cambridge”.

A un certo punto, verso dicembre scorso, mi è arrivata voce che in tanti ambienti giornalistici “generici” (cioè di giornalisti che non sanno una mazza di Egitto) e in tanti ambienti politici (in maniera trasversale) si dava per assodato che il problema fosse Cambridge, non Sisi.

Era proprio una specie di sostituzione del colpevole fatta allo scopo di non dire la verità, una verità che il tuo capo non vuole che si dica.

***

Una volta su Facebook un giovanotto che lavora a Repubblica si è offeso molto perché scrivevo di quanto melliflua e ambigua fosse la condotta di quel giornale sul caso Regeni.

Aveva tirato in ballo la famiglia, diceva: “lungi da me difendere il giornale in cui lavoro” e invece lo difendeva anche meschinamente dicendo fra le righe: “la famiglia di Regeni ha scelto noi di Repubblica. Tu chi sei? Se vai contro Repubblica vai contro la famiglia”.

Avevo provato a spiegare a quell’inetto individuo che le scelte della famiglia Regeni sono per me tutte sacrosante e che non avevo intenzione di porle in questione né in quel momento né mai. Avevo provato a spiegare che viste le scelte della famiglia Regeni quello di Repubblica mi sembrava un tradimento doppio.

Ma come: i Regeni si affidano a Repubblica e Repubblica stende i tappeti rossi a Sisi? E il loro direttore chiede alla famiglia “pubblicherete le foto di Giulio Regeni torturato”? E poi il giornale pubblica false lettere anonime creando polveroni?

Se c’è un giornale che ha detto tutto e il contrario di tutto, alzando un polverone gigantesco, in questi mesi è proprio Repubblica.

***

Si diceva: il pezzo su Vice la scorsa estate. La storia era questa: il New York Times aveva avviato una lunga inchiesta sul caso Regeni, già a partire dal gennaio 2017. Il giorno prima dell’uscita dell’inchiesta il governo italiano aveva annunciato il ritorno dell’ambasciatore al Cairo.

Fra le cose che uscivano dall’inchiesta (e che in pochi hanno riportato) c’era questa:

I diplomatici [del Ministero degli esteri italiano] sospettarono che le spie italiane, nel tentativo di chiudere il caso, avessero intermediato per un’intervista del giornale italiano Repubblica con Sisi, sei settimane dopo la morte di Regeni.

Al tempo scrivevo:

se il fatto fosse confermato bisognerebbe associarlo a un altro di quei peculiari “eventi a raffica” che ogni tanto capitano in questo paese: l’allora Presidente del consiglio, Matteo Renzi, a pochi minuti dall’uscita di quell’intervista, la salutò come un grandissimo passo avanti nella ricerca della verità. Era invece, a tutti gli effetti, il goffo delirio complottardo di un dittatore debole e spietato.

***

Arriviamo a ieri.

Ieri i Cavalieri della Verità di Repubblica – cioè Bonini e Foschini – basandosi su una documentazione che hanno solo loro – e chissà chi glie l’ha passata? indoviniamo? non indoviniamo? – scrivono un articolo il cui unico evidente scopo è puntare il dito su Cambridge e su Maha Abderrahman (che chiamano “Rahman” non sapendo proprio un cazzo di come si compongono i cognomi arabi, dimostrando insomma un’ignoranza che non potrebbero permettersi).

In tanti lo hanno fatto notare (vedi il pezzo di Laura Cappon citato prima e guarda anche questa precisazione di Valigia Blu).

Proprio un articolaccio di merda, una vera e propria opera di dossieraggio che bum, quasi magicamente viene intercettata da chi?

Ma da Matteo Renzi, che 5 minuti dopo l’uscita del pezzo scrive un tweettino di merda anche in inglese che fa così:

Segue un’intervistina del cazzo su Repubblica: lo schema è quello sperimentato con la già ricordata intervista a Sisi, marzo 2016.

Alla spicciolata, poi, arrivano le correzioni: Routledge, con la quale Abderrahman ha pubblicato un libro, non è una piccola casa editrice, proprio no, è gigantesca, è la più grande, la più importante casa editrice accademica del mondo.

Maha Abderrahman è disponibile a collaborare, sì. Ma non per effetto del dossieraggio di merda di Repubblica, sia chiaro.

Lo era ben prima, non fate i furbetti, che fortunatamente a Maha Abderrahman di voi importa il giusto.

***

Lo voglio dire forte e chiaro un’altra volta: Repubblica, nelle persone del suo direttore, del suo vicedirettore, di alcuni dei suoi redattori di punta, HA CONTRIBUITO IN MANIERA SOSTANZIALE a confondere le acque attorno alla vicenda di Giulio Regeni.

E non mi si venga a dire: “però questo singolo articolo era valido” e “possiamo fare errori”.

No, non è questione di singoli articoli o di errori. E’ questione che proprio Repubblica rema contro, pur ergendosi a difensore della causa.

E appare chiarissimo che in più occasioni abbia lavorato in staffetta con Matteo Renzi per far apparire buono chi buono non è.

***

Gli effetti?

Per i renziani l’effetto c’è.

Esempio: ieri su Twitter un povero coglione è riuscito a far polemica sostenendo che Renzi è stato l’unico a interessarsi del caso Regeni e dicendo infine che tutti noi, invece, “sfruttiamo” la vicenda non si sa per quali ragioni.

Capite?

***

Qualcuno, letta questa mia invettiva, proverà certamente a dire “grillino”, “populista”, addirittura “complottista”.

Qualche bacchettone dirà “io non dico parolacce come te, bruttone cattivone”.

Cose tipo: “ti identifichi con quello che scrivi”, che poi in idiotese significa “ci sarai”.

Tutte posture meschine da orsetto di peluche lasciato per strada da un ragazzino troppo intelligente per tenersi ancora un orsetto di peluche fra i coglioni.

Sono posture, solo posture, perché la sostanza non c’è.

Perché noi lo sappiamo chi ha ammazzato Giulio Regeni, sappiamo che siete tornati in Egitto facendo gli gnorri. Sappiamo che siete delle vere merde e che ora per coprire l’assoluto nulla che state facendo in Egitto riattaccate con questa cazzata di Cambridge, riprendendo le teorie dei peggiori complottari del web.

Poi dice “l’Italia scivola verso forme di fascismo”. Chi è il responsabile? Quei quattro scemi che secernono stoltezze online per fare 2 lire con la pubblicità?

Non credo.

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E adesso vi racconto una spy story de' noantri, penosa perché povera, povera di tutto. Forse ricorderete quando quest'estate il governo ex abrupto annunciò il ritorno del nostro ambasciatore in Egitto Ne scrissi qui, su Vice. In quei giorni si scrisse molto, in tanti scrissero, riemersero le solite vecchie storie complottare delle...