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Egitto: il giorno dei martiri e la rivoluzione che continua

2011-06-30
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Da quel che ho capito i motivi delle proteste alle quali sono seguiti pesanti scontri ieri e l’altro ieri al Cairo hanno un punto in comune: la giustizia.

C’erano le famiglie dei martiri della rivoluzione del 25 gennaio, e la manifestazione era intitolata a loro.

Si protestava contro il Maresciallo Tantawi, capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate.

Contro la “mancanza di trasparenza” nel perseguire diversi personaggi del vecchio regime, primo fra tutti l’ex Ministro dell’interno Habib el-Adly.

C’erano anche famiglie di senza casa.

Un resoconto della giornata di ieri è qui.

Dal quale si evince che probabilmente sono intervenuti alcuni gruppi alieni alla protesta a generare il caos.

C’è chi ha detto e scritto che questa protesta è nata in seguito allo scioglimento dei Consigli municipali.

Non è così.

Anche se è ovvio che una reazione allo scioglimento vi sia stato o vi possa essere: i Consigli erano un bastione del sistema di potere precedente alla rivoluzione del 25 gennaio.

Ora sono 25 i movimenti che hanno chiesto chiarezza sui fatti del 28 giugno.

L’appuntamento dell’8 luglio, lanciato da moltissime sigle, si annuncia pregno di conseguenze.

O forse l’8 luglio è già arrivato.

Secondo al-Ahram le richieste dei gruppi che hanno indetto le proteste dell’8 luglio chiedono sostanzialmente:

  1. Fine della legge d’emergenza (come il 25 gennaio)
  2. dimissioni di personaggi legati al vecchio partito di Mubarak (Procuratore generale, Ministro dell’interno, Ministro delle finanze ad es.)
  3. nomina di un Ministro dell’informazione preso dalle fila dei “rivoluzionari”
  4. che l’Associazione Nazionale per il Cambiamento (eng) diventi il Parlamento ad interim prima delle elezioni parlamentari. Il quale dovrebbe rivedere e vagliare tutte le leggi che il governo intende promulgare.
  5. il ruolo delle Forze armate deve essere di difendere le frontiere e assistere la polizia fino a quando questa non sarà in grado di funzionare normalmente
  6. dimissioni di tutti i governatori locali ed elezioni dei governatori in 60 giorni.

Intanto, per chi conosce il calcio egiziano, Ahly-Zamalek è finita 2 a 2, senza scontri fra tifosi.

Michele Giorgio sul Manifesto via NENA:

… La polizia ha trasformato in una battaglia la denuncia pubblica di migliaia di egiziani per il ritardo nell’apertura dei processi nei confronti degli esponenti del regime di Mubarak e dei comandanti della polizia responsabili del massacro di centinaia di manifestanti tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. In strada ormai i giovani dimostranti, almeno quelli che fanno riferimenti ai movimenti laici, non scandiscono più «Il popolo vuole la caduta del regime», lo slogan della rivoluzione, ma «Il popolo vuole le dimissioni di Tantawi», ossia del generale a capo del Consiglio supremo delle Forze Armate che dallo scorso 11 febbraio controlla il paese. Ma i militari si sentono forti. All’estero godono del pieno sostegno degli Stati Uniti, già grandi alleati di Mubarak, e in casa hanno dalla loro parte i partiti islamisti, Fratelli Musulmani in testa, che ieri si sono guardati dal condannare la brutalità della polizia contro i manifestanti.

Chi crede ancora in un nuovo Egitto perciò ieri si è precipitato in Piazza Tahrir.  Lo hanno fatto tre candidati alle presidenziali: Hamidine Sabahi, del partito Karama, l’ex giornalista televisivo Bossayana Kamell e il medico Abdel Moneim Aboul Foutouh, espulso dai Fratelli musulmani per la decisione di correre per la poltrona di presidente e per aver pubblicamente riconosciuto il diritto alla conversione religiosa. Aboul Foutouh ha criticato le forze di sicurezza per la violenza «spropositata» contro le famiglie dei martiri della rivoluzione aggradite dalla polizia. Un altro candidato alla presidenza, Mohamed  ElBaradei, ha denunciato su twitter le «violenze contro i manifestanti» mentre il movimento 6 Aprile, fra i primi promotori della rivolta anti-Mubarak, ha fatto appello, sulla sua pagina Facebook, ad un sit in permanente di protesta contro l’uso della forza da parte della polizia. Wael Ghonein, il più noto dei cyberattivisti, ha ricordato sulla sua pagina Facebook che oggi è atteso il verdetto nel processo per la morte di Khaled Said, il giovane di Alessandria pestato a morte un anno fa dalla polizia e la cui figura ha ispirato la rivoluzione di gennaio. Una manifestazione di solidarietà con gli attivisti di piazza Tahrir  si è svolta in Midan Isaaf, a Suez, città dove cadde il primo martire della rivoluzione.

«Con questi scontri  si tenta di diffondere il caos in Egitto…sono in attesa dei risultati dell’inchiesta per stabilire le responsabilità per quanto è avvenuto», ha dichiarato il premier Essam Sharaf. Ma la sua credibilità è in forte dubbio. Tanti egiziani non gli credono più. E suona ormai come un ritornello di una canzone l’accusa che governo e militari rivolgono tutte le volte «ad elementi del passato regime» che, dicono, intenderebbero scatenare il caos. «Sono invenzioni, è ora di dirlo con estrema chiarezza» ha detto al manifesto Nabil Abdul Fattah, uno degli analisti politici più noti. «Le autorità denunciano teppisti e criminali ma la verità è che le forze di sicurezza non sono cambiate, i comandanti e gli agenti della polizia sono gli stessi, poco o nulla è mutato ai vertici del potere, il regime è lo stesso e vuole consolidarsi, anche con la repressione». Nena News

 

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