La scatola del razzismo

Maggio 2017:

Dunque, ora spiego come funziona secondo me il razzismo, così ci mettiamo d’accordo (o anche litighiamo). Il razzismo è una forma molto elementare e pervasiva di pregiudizio (negativo ma anche positivo). Per me siamo tutti indistintamente razzisti. Proprio tutti, dal primo all’ultimo essere umano di questo pianeta. Il razzismo, nelle sue varie forme, che sono moltissime, è in tutto e per tutto un costrutto sociale, purtroppo pressoché inevitabile. Le razze non esistono ma noi continuiamo a pensarle come se fossero un fatto reale basandoci su parametri fittizi. Sono così fittizi che a volte risultano macroscopicamente falsi: si veda ad esempi la tendenza a definire “gli islamici” un popolo. Il pregiudizio ha lavorato al punto che, come sostiene Olivier Roy, le società europee e i loro governi hanno infine determinato qualcosa che si chiama “neo-etnia”, la “neo-etnia islamica”: un evidente costrutto sociale fittizio (che fra l’altro tende ad autoavverarsi, si veda fra gli altri un caso per molti versi simile come quello dei Tutsi). Sedimentando ragionamenti sballati attorno a questi costrutti fittizi qualcuno finisce per dire cose come: “non sono razzista perché i profughi non sono una razza”, o anche: “sono islamofobo, e ne vado fiero”.

La cosa è comprensibile (ma non giustificabile), deriva da un fatto semplice: gli esseri umani ragionano per approssimazioni, costruiscono categorie, fanno classificazioni per rendere agibile un pensiero efficace. Efficace ma non per questo corretto: quel pensiero, su una scala condivisa di valori come ad esempio l’idea per cui tutti gli esseri umani sono uguali, può contenere errori anche molto grandi, che possono essere trovati ed eliminati. Sempre che non si sia proprio dichiaratamente razzisti, ma questa è un’altra storia (per molti versi una storia politica).

Siamo tutti, a un certo livello, razzisti inconsapevoli e questo fatto, in partenza, dovrebbe farci ragionare sulla stigmatizzazione del razzismo. La formula “non sono razzista ma” non è un’idiozia per il fatto che nasconde un velato razzismo, ma per il fatto che è proprio quasi sempre falsa in partenza. Dire “non sono razzista” è una dichiarazione di intenzioni, talvolta pronunciata in buona fede talvolta no. La questione, superando la facciata “ontologica”, non è “non essere razzisti” perché alla fine del “non essere razzisti” ci sarà sempre un “ma” (nel mio caso il “ma” riguarda i laziali, gli juventini, le persone molto alte e varie tipologie di indigeni del nordeuropa o di giornalisti di destra: ci sto lavorando su).

Il “razzismo ontologico” è un grande malinteso. Chiunque dica “io non sono razzista” è a rischio razzismo, me compreso. La formula giusta sarebbe forse: “mi pongo sempre il problema del razzismo e sono pronto a ragionarci su anche ora: parliamone”. La questione, insomma, è praticare ogni giorno, ogni volta che se ne presenti la necessità o l’occasione, un pensiero critico attorno ai propri valori, alla propria identità, attorno ai propri valori in relazione ai valori degli altri, attorno alla società e ai costrutti spesso inquinanti – ma anche no – che produce e così via. In questo modo si è davvero antirazzisti (ma non per forza “nonrazzisti”), cioè si dichiara a se stessi e agli altri che si sta lavorando criticamente sull’abbattimento di approssimazioni, categorie e classificazioni personali o di gruppo, partendo dal proprio vissuto più o meno immerso in contraddizioni e rudezze, complesse o no.

Nessuno “nasce imparato”, non c’è nulla di “ontologico” (i razzismi sono tanti, da essi ne germinano altri, tutto muta), non c’è bisogno di stigmatizzare quando ci si lavora su e non ci si irrigidisce. E questo vale in tanti altri campi, il primo che mi viene in mente è quello delle differenze di genere.

 

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