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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

L'Aja o Bengasi? L'importante è che parli

2011-11-22
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La notizia di oggi è che gli emissari della Corte Penale Internazionale si sono recati in Libia per chiedere al Consiglio Nazionale di Transizione di poter processare all’Aja Sayf al-Islam Gheddafi. Credo proprio che questi desideri andare all’Aja, lì non lo ucciderebbero. Inoltre potrebbe togliersi diversi sassolini dalle scarpe, tracciando i passati di molti islamisti che oggi si trovano a governare ad interim la Libia insieme ai “liberali”. Sono loro i “nemici storici” con cui il regime di Gheddafi fece la pace attraverso l’ormai famoso “programma di riabilitazione” e che, appena divampata la rivolta, si sono immediatamente riproposti fra le fila degli insorti. Lo stesso genere di “libertà di denuncia” potrebbe non essere assicurato in un processo che ha luogo in Libia.

Come scrivevo qualche giorno fa:

Sayf al-Islam sa molte cose. Per anni ha parlato con questi jihadisti, in carcere, e li conosce bene, specialmente i leader. Conosce la loro psicologia prima e dopo la supposta “conversione” e liberazione, tanto che qualche tempo fa si è presentato davanti alle telecamere, vestito in abito genericamente “islamico” (lo definirei meglio “tradizionale”) per dire che si voleva alleare con loro, che la Libia stava per diventare un posto ad alta densità islamista (il ché, viste le ultime notizie, è apparentemente vero) e che allearsi con lui (e con suo padre) poteva esser più vantaggioso per gli islamisti in questione, di quanto non fosse rimanere alleati dei “liberali” del CNT (che in definitiva sono quasi tutti degli ex-gheddafiani).La risposta fu affidata ad Ali al-Salabi, lo sheykh della Fratellanza Musulmana riparato in Qatar e poi ritornato in patria, che aveva funzionato da tramite fra Sayf al-Islam e i jihadisti in carcere. Ali negò i contatti con Sayf al-Islam e disse che non v’era alcuna intenzione di allearsi con lui: evidentemente lui e i suoi sodali avevano di meglio, molto di meglio fra le mani che non tornare nelle braccia dei Gheddafi. In particolare hanno l’appoggio del Qatar, che ha avuto un ruolo fondamentale nei giorni della guerra e che avrà un ruolo se possibile più importante dopo di essa.

Chi invece può essere interessato a lasciar vivo il figlio del Qa’id sono proprio i “liberali” , nella funzione di argine, anche mediatico, ad una galassia islamista che ha da sempre osteggiato Moammar, che ha combattuto in prima linea in guerra, e quindi ora gode di una maggiore legittimità non avendo compromissioni col passato. Sayf al-Islam Gheddafi, insieme al suo amico Noman Ben Othman, possono raccontarci tutto di chi siano Abd el-Hakim Belhaj, Abd el-Hakim el-Hasadi e tanti altri ex-prigionieri di Abu Salim, il carcere in cui i jihadisti libici furono rinchiusi, il carcere nel quale si consumò la tremenda carneficina negli anni ’90, quando il generale Younis era ancora il Capo delle forze armate di Gheddafi. L’unico che ci può raccontare di quantoo anche i jihhadisti si siano compromessi col passato regime.

Sono i parenti delle vittime di quella carneficina i primi ad essersi organizzati contro i Gheddafi. E’ sotto l’abitazione dell’avvocato che li difendeva che si è accesa la miccia della rivolta in Libia, un giorno prima di quanto stabilito.

Insomma sarebbe bene che Sayf al-Islam potesse parlare e che le sue parole fossero ascoltate e riportate sui giornali. In merito al “cosa dire” immagino le febbrili trattative in corso in queste ore fra l’interessato, il Consiglio Nazionale di Transizione e gli emissari della Corte Penale Internazionale.

 

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4 Responses to L'Aja o Bengasi? L'importante è che parli

  1. valerio on 2011-11-22 at 16:53

    Ho l’impressione che non solo non arriverà all’Aia, ma che il processo sarà molto complicato.

    La brigata che ha catturato Saif è di Zintan, non fa riferimento né al CNT, né alla parte più islamista della rivolta, ed è anzi rivale dichiarata della brigata Tripoli (LIFG + Qatar, anche se c’è un bel po’ di “brava gente” anche nella Tripoli).

    Quelli di Zintan sono berberi, e berberisti.

    Lo avrebbero catturato il 19 (o forse anche prima), annunciando solo poi la cosa per paura che altri gruppi arrivassero sul posto.

    In Libia stanno succedendo molte cose in questi giorni, assai poco chiare, sopratutto del lato dei “ribelli”, ovvero dell’esercito ancora fedele alla famiglia Gheddafi.

    Hanno cambiato nome, ora si chiamano LLF (Libyan Liberation Front), continuano a rivendicare alcune azioni che non hanno effettivamente compiuto.

    Ma hanno anche adottato alcuni strumenti classici del terrorismo, tra cui la lista dei 500 bersagli legittimi.
    Ovvero una lista di 500 personalità che sono prescritte e che tutti i libici fedeli al vecchio regime devono uccidere appena possibile.

    Sulla cattura anche di Abdullah Senussi non mi esprimo, mi sembra una vicenda confusa e roccambolesca, su cui mancano fonti certe, potrebbe essere una balla messa in giro ad arte.

    Certamente con tutti e due i loro leader riconosciuti catturati (ammesso e non concesso che abbiano catturato anche Senussi)il LLF è oggettivamente in difficoltà, dubito che Hannibal sia in grado di riconquistare il paese.

    (comunque continua a girare in rete materiale firmato dall’esercito di liberazione nazionale libico, quindi i lealisti potrebbero avere due sigle rivali e parallele).

    Ci sono minacciosi proclami di resistenza di alcune tribù, che sono però immediatamente contraddetti.
    Anche una delle poche uscite pubbliche di Saif, mentre era in clandestinità, conteneva molte accuse verso le tribù libiche nel suo complesso. Solo le tribù di Kadadfa e Warfala starebbero ufficialmente ancora con il regime, ma decine e decine di appartenenti a queste tribù hanno combattuto con i ribelli.

    Come sapete se avete seguito i miei post su questo blog io sono convinto che le tribù in Libia, tolto il Fezzan e Bani Walid, non contano ormai quasi nulla.

    Nel frattempo anche l’esercito regolare libico (ovvero l’esercito della nuova Libia) è nei guai, molti ufficiali di cariera vorrebbero come capo Haftar “l’americano” (che lo ricordo non è solo un ex protetto della CIA, ma anche un eroe della guerra tra Libia e Chad).

    Haftar non è solo apprezzato da vecchi ufficiali, ma anche dalla brigata popolare di Bayda.

    Gli islamisti, e la potente brigata Tripoli, vogliono un loro uomo al comando.

    Alcuni membri del CNT (i liberal, ma non solo, anche molti badogliani malpancisti) non vogliono assolutamente un filo qatariota ed hanno capito che il Qatar li sta annettendo. La cosa inizia a dar fastidio a loro come da fastidio a noi (ed in particolare a Lorenzo) da diversi mesi.

    Ora Haftar probabilmente si è bruciato, ma dubito che sarà scelto un islamista, i vecchi ufficiali dell’esercito regolare accetteranno solo un ufficiale che ha fatto l’accademia come loro.

    E c’è uno scatto d’orgoglio (e di casta) contro i qatarioti.

  2. dostojevskij on 2011-11-23 at 21:10

    @valerio molto interessante, posso chiederti quali fonti hai usato? thx ;)

  3. valerio on 2011-11-24 at 08:27

    @dostojevskij
    purtroppo non ho più il tempo di leggere le notizie dalla Libia da tantissimi giornali come un tempo, le scadenze del mio dottorato incombono e anche per questo non posto quasi più.

    Comunque, oltre alla stampa italiana, ho seguito (male) le vicende da il Guardian, dal uno dei siti dei “lealisti” (Libyan Free Press, usare con cautela, visto che è ciò che resta della propaganda di un regime defunto) e dall’Indipendent.

    Ogni tanto mi faccio ancora un giretto tra i bloggher libici, in particolare http://khadijateri.blogspot.com/
    (professoressa di inglese a Tripoli)e
    http://on-the-edge-of-something.blogspot.com/
    (dotteressa di Tagura)
    (due donne, il che è importante, ma parecchio più occidentalizzate della media libica; comunque sono blog molto onesti, c’è ne sono tanti altri meno affidabili)

  4. […] Finito il racconto di fatti e supposizioni le domande aumentano e le risposte scemano. A voi l’arduo esercizio. Per quanto mi riguarda di risposte per ora non ne ho, sebbene mi ci lambicchi. Ad esempio: possiamo definire Belhaj un vero e proprio mercenario del jihad? La sua biografia di “arabo-afghano” in contatto, certo non sempre amichevole. con servizi segreti di mezzo mondo le cui milizie sono foraggiate dal Qatar non sarebbe in contraddizione con questa ipotesi. E’ possibile che un uomo che ha sempre combattuto un generico jihad si faccia pagare per questo e la valigia di denaro lo confermerebbe. Ma che interesse avrebbe il Governo ad interim di mandare “in missione” Belhaj in Siria? Sinceramente poco, a meno che più che una missione non si tratti di un accordo fra le due parti in base al quale Belhaj se ne sarebbe andato, con una valigia di soldi, per “togliere definitivamente il disturbo”, vista la mutata situazione in Libia. O comunque un modo per “decomprimere” la situazione in Libia, anche alla luce di ciò che potrebbe dire, al processo, Sayf al-Islam Gheddafi (vedi anche qui e qui). […]

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