Come è cambiato il conflitto siriano

Diversi sono gli spunti di riflessione importanti di questa nuova release dell’International Crisis Group sulla Siria.

Il merito principale è quello di andare al di là della cronaca quotidiana, fatta di “tipping points” e “issues”, individuando ciò che davvero cambia nella struttura del conflitto.

Primo: gli attori internazionali si sono rivelati molti bravi a sostenere il conflitto e inetti nel fermarlo.

E, facendo i conti, si scopre che il conflitto è sì influenzato ma non determinato dall’esterno.

Secondo, le “fasi” attraversate dal regime: da un atteggiamento ambiguo fatto di aperture per le riforme e di contemporanea brutale repressione delle manifestazioni di piazza, si è passati alla “soluzione sicuritaria”, che ha spinto l’opposizione a un serrate le fila e alla resistenza armata. Si è arrivati infine alla “cosiddetta soluzione militare”, cioè all’uso indiscriminato della violenza per reprimere la rivolta.

Ad ogni “fase” il regime “ha bruciato un ponte” che lo collegava a una soluzione negoziata.

Terzo, le dinamiche sociali: da una “vibrante” e “coraggiosa” contestazione che era riuscita a tenere fuori dalla porta “le peggiori forme di violenza” che la repressione poteva accendere e a far nascere un genuino “senso di solidarietà, comunità e orgoglio nazionale” si è passati all’inserzione di tutte quelle variabili che il “conflitto prolungato” voluto dal regime inevitabilmente porta: derive fondamentaliste, settarismo, jihadisti siriani e non.

Con l’esacerbarsi del conflitto i “demoni” della Siria sono risorti.

Quarto, la natura del regime: il conflitto armato, che ha raggiunto Damasco e Aleppo, le defezioni, la perdita di importanti presidi alle frontiere iraqena e turca, la Caporetto diplomatica  e la catastrofe economica l’hanno mutata definitivamente.

“Con la disintegrazione della sua ossatura politica, il regime si riduce al suo apparato repressivo che, sempre più, muta da ‘esercito’ a un’entità simile a una milizia”.

“Le vittorie dell’opposizione terrorizzano gli alawiti che si coagulano sempre più attorno al regime. Le defezioni serrano i ranghi di chi rimane leale. Le perdite dal punto di vista territoriale determinano il concentrarsi su aree geografiche ‘utili’. Le sanzioni danno vita a un’economia di violenza dove la razzia e il contrabbando, non punite, assicurano l’autosufficienza”.

Insomma: “che il regime sia indebolito è un fatto incontrovertibile. Ma si è indebolito in modi che rafforzano la sua permanenza al potere”.

Inutile dire che in questa situazione la soluzione – sempre che con “soluzione” intendiamo qualcosa non necessariamente positiva – non è dietro l’angolo.