Quanto è islamica la finanza islamica?

1. NELL’878 DOPO CRISTO LA COLONIA commerciale musulmana di Guangzhou (Canton) viene distrutta. L’evento, importante perché segna l’inizio di un nuovo protagonismo cinese nel mondo medievale, ci ricorda che a due secoli e mezzo dalla morte del profeta Maometto l’islam «economico» aveva già da un pezzo raggiunto le rive orientali del mare commerciale per eccellenza, l’Oceano Indiano, e le aveva superate. Ben presto i soggetti commerciali del dār al-islām si riorganizzarono, costruendo un nuovo sistema non più basato su lunghi e pericolosi viaggi in Cina, bensì su una rete molto fitta di porti di scambio il cui fulcro divennero le coste dell’India, dove la presenza musulmana era ormai stabile.

La forza del sistema economico-commerciale musulmano stava in una giurisprudenza unificata, tutta islamica, utilizzata da attori non necessariamente musulmani (si vedano ad esempio le gilde commerciali degli ebrei del Cairo). Una volta stabiliti i diritti doganali all’entrata dei porti, i governanti musulmani lasciavano aperto – salvo qualche eccezione (ad esempio il monopolio del pepe in Egitto) – lo spazio commerciale.

Nel mondo coloniale e post-coloniale, quella giurisprudenza cede il passo alle regole occidentali, ma costituisce il riferimento per la costruzione di uno spazio economico islamico a partire dalla seconda metà del XX secolo. Il paradigma, tuttavia, è profondamente diverso e l’elaborazione teorica di un’economia più o meno autenticamente islamica, svoltasi negli ultimi decenni del Novecento, viene a patti con una realtà della quale il mondo islamico non è più il cuore. Al centro della riflessione dei teologi-economisti musulmani c’è il divieto coranico del rib ā , quasi unanimemente inteso come divieto dell’usura. Le conseguenze del divieto – che in passato veniva spesso aggirato per la presenza di attori non islamici all’interno dello spazio economico musulmano – producono una nuova giurisprudenza che si confronta con le regole del mercato e della finanza mondiali, dando vita all’Islamic banking e poi alla «finanza islamica».

A tale processo corrisponde, in parallelo, un profondo mutamento antropologico, determinato da eventi economici e politici di portata globale. Per raccontarlo può essere d’aiuto tornare indietro alla fine degli anni Cinquanta, quando le economie petrolifere erano in costruzione.

Nel 1959 l’italiano Felice Bellotti fu invitato dal re dell’Arabia Saudita a visitare il paese, nel quale anche le imprese italiane stavano mettendo piede. Il libro cui Bellotti affida il racconto di quel viaggio esordisce con una descrizione della Saudi Arabian Airlines che non fa parte della Iata, non ne rispetta i regolamenti, non garantisce la salvaguardia del bagaglio e soprattutto la puntualità del volo, che infatti parte con diverse ore di ritardo (non ci sono hostess a bordo, ma «un severissimo saudi con il mento ornato dalla tradizionale barbetta alla Belzebù»).

Più avanti Bellotti racconta che in Arabia Saudita la scansione del tempo è legata unicamente al calendario lunare musulmano, che allora segnava il 1378: «In tutto il mondo islamico, il 1959 è il 1959. In Arabia Saudita non è così, il 1959 non esiste affatto». Neanche il dignitario della corte saudita che lo accoglie «si raccapezzava più col calendario gregoriano». Quanto agli orari, Bellotti riporta questo dialogo con il portiere del suo albergo: «“Che ora è?”. Il portiere guardò l’orologio a muro e rispose: “Quasi le sei”. “Le sei? E perché quasi?”. “Qui”, rispose con l’aria rassegnata di chi è costretto a ripetere sino alla noia la medesima storia, “non esiste ora legale, cambia tutti i giorni, quando il muezzin invita alla preghiera serale, cioè quando tramonta il sole. Allora è l’ora zero”».

Le cose cambiano radicalmente in mezzo secolo, l’Arabia Saudita (meno agile, in questo senso, degli altri paesi rentiers del Golfo) si sincronizza col mondo. Dal 2012 il Masğid al- Ḥarām , al centro del quale si trova la Ka‘ba, ovvero il centro del mondo musulmano, è sovrastata dalle Abrāğ al-Bayt, un gigantesco complesso di grattacieli la cui volumetria supera di centinaia di volte quella della Ka‘ba stessa. La torre più alta, la Mecca Royal Hotel Clock Tower, porta al centro un grande orologio per certi versi simile al Big Ben di Londra. Il «tempo saudita» è stabilito con precisione assoluta. Si tratta del più grande orologio al mondo e della più grande torre con orologio. La Saudi Arabian Airlines è ora fra le dieci compagnie aeree più puntuali del pianeta e gli equipaggi non sono più soltanto maschili.


2. Le enormi Abrāğ al-Bayt simboleggiano, fra le altre cose, il tragitto compiuto dai fiumi di denaro transitati per le casse saudite a partire dall’èra del petrodollaro. L’investimento privilegiato finora dai sauditi, così come dagli altri rentiers del Golfo, è l’edilizia. Il denaro passa dalle mani dei signori della rendita petrolifera a quelli che nel suo Forces of Fortune Valī Naṣr chiama «mercanti», i quali trovano soprattutto nell’edilizia un business naturale. Ciò perché ad esso si applicano con estrema facilità le regole della finanza islamica: l’investitore parteciperà alla costituzione del capitale iniziale e riceverà gli utili derivati dalla commercializzazione degli immobili, senza far uso di strumenti finanziari ulteriori.

Superando l’aneddotica, e allargando il discorso a tutte le petromonarchie (il cui operato è simile), ci si trova di fronte a processi di portata globale. Come sottolinea più volte Adam Hanieh nel suo Capitalism and Class in the Gulf Arab States, i rentiers del Golfo hanno oggi un ruolo strutturale nell’economia mondiale, soprattutto nell’assicurare la tenuta del sistema finanziario: «Nel contesto neoliberale, in particolare con la finanziarizzazione dell’economia globale, il Golfo ha continuato a giocare un ruolo preminente. Per prima cosa ha continuato a mettere in circolo i petrodollari nell’industria (e sempre di più nell’industria militare) occidentale. In secondo luogo, dopo un accordo segreto con gli Stati Uniti nel 1974, l’Arabia Saudita ha contribuito a mantenere invariato il valore del dollaro attraverso acquisti massicci di titoli del Tesoro statunitensi e anche usando la sua influenza nell’Opec per prevenire la diversificazione della moneta di scambio del petrolio. Terzo, un enorme ammontare di petrodollari, provenienti principalmente dai fondi sovrani del Golfo, sono andati a finire nei mercati finanziari e nel debito europeo e americano, la qual cosa ha permesso l’insorgere di bolle finanziarie e di credito facile che ha contribuito alla recente recessione mondiale».

Ciò che rende diversi questi paesi rispetto ad altri che pure, come Russia o Iran o Venezuela, basano le proprie economie sulla rendita petrolifera, è la struttura politica e demografica. Si tratta di monarchie «senza società», paesi che sfruttano fino all’eccesso una manodopera non locale che non ha alcuna possibilità di acquisire la cittadinanza e che, di norma, viene infine rispedita nel paese di provenienza.

Negli anni Novanta dire «finanza islamica» significava per molti declinare il nascente concetto di finanza etica. Le prescrizioni islamiche (coraniche, sciaraitiche) in materia economica e le diverse pratiche legate ad uno dei pilastri dell’islam, la zakāt o elemosina rituale, ispiravano un’idea di gestione della vita economica che teneva in conto gli ultimi e metteva alla porta gli strozzini. Gli esiti dell’elaborazione di dotti e giuristi sul tema erano ancora per molti versi incerti, anche se alcuni elementi fondanti di ciò che negli anni Duemila diventerà un fenomeno esplosivo erano già ampiamente visibili.

Quando quegli esiti iniziarono a palesarsi in un mondo dominato dalla globalizzazione, ci fu chi lanciò i primi allarmi. La zakāt, nel mondo globalizzato, era raccolta dai soggetti più diversi – gli Stati riscuotevano invece normalissime tasse – che ne facevano ciò che volevano. Alcuni convogliarono collette milionarie verso le organizzazioni terroristiche impegnate nel jihād: era il jihād finanziario di bin Laden e alQā‘ida. Ma al di là delle perversioni insite in un sistema di raccolta fondi quasi sempre parallelo al fisco degli Stati, andava formandosi il complesso di norme che implementavano il divieto di usura all’interno di istituti bancari nati da esperienze di varia natura: nel periodo di formazione (seconda metà dello scorso secolo), le «banche islamiche» erano principalmente istituti per il deposito e il prestito che non applicavano interessi.

Un punto di svolta si ebbe a metà degli anni Settanta, con la creazione della Islamic Development Bank (1975), nata in seno all’Organizzazione della Conferenza Islamica (1969). L’istituto nasceva in un contesto internazionale e globalizzante, aveva una connotazione eminentemente politica, era lo strumento finanziario che permetteva la cooperazione o – volendo essere maliziosi – tendeva a sviluppare forme di dipendenza economica fra entità statuali che si definivano e si univano in quanto «islamiche», alcune delle quali potevano disporre di risorse economiche ingenti. La sua eticità non era all’ordine del giorno, la sua struttura non aveva nulla a che vedere con la costruzione di quelle legislazioni «islamicamente corrette» in campo economico in determinati paesi (Sudan, Pakistan, Malaysia, Indonesia e più tardi Iran) o con il fiorire di istituti di credito «etici» dal punto di vista islamico in altri (Egitto). La finanza islamica sembrava configurarsi piuttosto come strumento che permetteva di abbattere le barriere fra Stati musulmani, in particolar modo attraverso i legami stretti al livello dell’Organizzazione della Conferenza Islamica.


3. La dimensione della finanza islamica è dunque, fin dall’inizio, sovranazionale. Anzi, come abbiamo visto essa nasce proprio come progetto panislamico, in un’ottica di superamento delle barriere nazionali che dividevano sistemi finanziari chiusi. Se il tradizionale araldo della finanza islamica, la Malaysia, detiene ancora saldamente la leadership in questo campo, è nei paesi petroliferi del Golfo che si registra il più alto tasso di sviluppo di prodotti finanziari islamici. Che lo sviluppo dell’intero settore sia legato alla progressiva penetrazione di capitali localizzati in quei paesi è evidente guardando ai passi compiuti dagli Stati musulmani che non possono contare su quelle rendite, ma sono interessati ad attirare quei capitali. L’apertura all’Islamic banking e ai prodotti finanziari šarī‘a- compliant (gli ormai noti ṣukūk1 – plurale di akk – che per il 70% sono titoli sovrani, cui si aggiunge il settore relativamente nuovo delle assicurazioni, takāful2) interessa diversi paesi a maggioranza musulmana che fino a qualche anno fa non erano investiti dal fenomeno e si giustifica col fatto che una struttura finanziaria islamicamente connotata attira gli investitori del Golfo. Fra gli esempi più recenti vi sono Marocco, Algeria, Tunisia e lo stesso Egitto, che invece ha una lunga storia dal punto di vista dell’Islamic banking e che aveva annunciato un ambizioso progetto di emissione di ṣukūk sovrani durante il governo islamista di Muḥammad Mursī.

Occorre sgombrare il campo da equivoci. Il business dei prodotti finanziari islamicamente corretti, così come il mercato delle merci ḥalāl, non sono esclusivo appannaggio degli imprenditori musulmani. Coinvolti in esso sono, in misura crescente, attori che di islamico non hanno nulla, come Goldman Sachs, che a partire dal 2011 ha avviato un programma per l’emissione di ṣukū3.

In Europa il primo ṣakk sovrano emesso da un’entità non islamica è datato 2004 (in Germania, su iniziativa della Sassonia-Anhalt), ma ad avviare un progetto articolato sono i britannici che, sul finire del 2013, annunciano le prime emissioni di ṣukūk e l’istituzione presso la Borsa di Londra di un Islamic Market Index a margine della nona edizione del World Islamic Economic Forum, tenutosi nell’ottobre 20134.

Intanto il Lussemburgo, dopo aver approvato una legge sui ṣukūk nel luglio scorso, ha emesso in ottobre i primi titoli con denominazione in euro5.

In Italia, sebbene la fase di studio sia a un livello piuttosto avanzato6, un’iniziativa concreta non ha ancora avuto luogo. Gli analisti sottolineano che queste iniziative, vista anche la loro portata relativamente modesta, hanno un sapore soprattutto politico. Non è escluso tuttavia che nel medio periodo diventino realtà di dimensioni rilevanti. Come osserva un recente rapporto del Malaysia International Islamic Financial Center (Mifc), le iniziative europee del 2014 hanno dimostrato la fattibilità di queste operazioni7 anche in paesi non musulmani che non fanno parte dell’Organizzazione della Conferenza Islamica8.

Incontrando sul cammino l’iniziativa islamizzante di alcuni paesi come la Malaysia, l’Indonesia, il Sudan e il Pakistan, le risorse dei paesi petroliferi disegnano all’interno del sistema finanziario globale un’area di pertinenza islamica l’ingresso nella quale è subordinato a determinate regole. Lo scarto fra un passato etico e un presente aggressivo risulta evidente se si osserva che la finanza islamica, nata per mettere al riparo dall’usura i buoni musulmani attraverso una rete di istituti bancari non legati al sistema occidentale, è sbarcata in Occidente attraverso banche non islamiche. Ma è pur vero che la mappa delle operazioni finanziarie etichettate come «islamiche» disegna un mondo rivoltato, in cui aree fino a poco tempo fa inerti appaiono centrali e viceversa.


4. Se sul piano finanziario la nascente economia islamica non guarda all’identità dell’investitore, i musulmani nel loro complesso ne sono invece i destinatari. Visto in questa luce il complesso di attività economiche che va sotto il nome di «economia islamica» è oggi, anche, un sistema di inclusione/esclusione: identifica cioè attori che, in virtù della loro islamicità, operano più agevolmente in determinati contesti politico-culturali. La finanza islamica è dunque uno strumento di protezionismo o comunque un filtro e genera una sorta di doppio binario interno al sistema economico mondiale.

Per comprendere meglio questo aspetto è bene dare uno sguardo, seppur veloce, all’altro ramo in forte sviluppo dell’economia islamica, del quale l’Islamic banking sta divenendo parte e la finanza islamica motore. Si tratta dell’industria dei prodotti ḥalāl che, nascendo come filiera di merci prodotte seguendo alcuni precetti religiosi in campo alimentare – il divieto di consumare o anche solo venire a contatto con carne di maiale e alcolici – va estendendosi progressivamente per inondare i mercati con una vastissima gamma di prodotti e servizi islamicamente corretti. I settori coinvolti sono molti: dalle banche al turismo, dal farmaceutico al cosmetico al tessile. Un mercato nato per soddisfare i bisogni delle comunità islamiche occidentali e della nascente classe media del Golfo, della Turchia e dell’Egitto9.

A questo fenomeno si può dare una spiegazione storica che non riguarda i musulmani in quanto tali, ma piuttosto una dinamica economica che coinvolge determinate categorie socioeconomiche nei paesi a maggioranza musulmana. Tale dinamica ha a che fare con il modo in cui l’ondata liberista e il capitalismo globalizzato sono penetrati negli ultimi quarant’anni in paesi a maggioranza musulmana, in quella che Anwar Sadat, agli inizi degli anni Settanta, chiamò infitāḥ (apertura): stagione che segnò l’inizio di ciò che noi chiamiamo liberalizzazione. Il nuovo ciclo, che conobbe dinamiche ed esiti diversi in ogni paese, fece emergere il protagonismo (anche politico) di una classe di imprenditori i quali, come i loro finanziatori, erano (sono) portatori di un universo valoriale che unisce la dottrina liberista a un’identità «islamizzante». Una nuova borghesia, ormai dominante in Turchia e concorrente in Egitto, che al contrario delle controparti locali (legate ai regimi) trae origine e vantaggio dall’apertura, in ciò che Patrick Haenni definisce «un paradossale allineamento alle tesi del compassionate conservatism americano»10.

Resta da valutare la reazione dei musulmani, quel miliardo e mezzo di persone individuate come consumatori (per ora più immaginati che reali) dall’emergente economia islamica. Il principale vulnus di tutto il costrutto sta nel sistema di controllo e nelle entità, private o pubbliche, che definiscono islamico un prodotto, finanziario o meno. Si tratta di commissioni di verifica o comitati per l’applicazione delle regole creati ex novo, talvolta supportati dalle istituzioni accademiche, che mettono in discussione il sistema – università islamiche, mufti, ‘ula – sul quale fino a oggi è stata stabilita (non senza dissidi) nell’islam l’autorevolezza dell’una o dell’altra posizione in campo religioso. Gli operatori, agendo in uno schema globalizzato, possono proporsi come islamici senza che la loro islamicità sia vagliata dalle autorità tradizionali. Si constata inoltre un’opacità dei criteri e dei controlli, che aumenta all’espandersi del business. Grattata via la patina islamica, troviamo temi e problematiche comuni in tutto il mondo.

1. Si tratta delle cosiddette «obbligazioni islamiche», certificazioni di investimento šarī‘a- compliant la cui emissione è finalizzata alla realizzazione di attività reali. Per una introduzione si veda S. ALVARO , «La finanza islamica nel contesto giuridico ed economico italiano», Quaderni giuridici , 6, 2014.

2. Per un’introduzione al concetto e una panoramica generale si veda «Prospects for Evolution of Takaful in the 21st Century», Takāful Ta‘āwunī, gennaio 2000.

3. D. SALTARI, «Prestiti senza interessi, Goldman Sachs sceglie la finanza islamica dei ṣukūk », Interna- tional Business Times, 2/1/2012.

4. P.G. CONFORTI DI LORENZO , «Il ruolo di Londra nella finanza islamica e le opportunità per l’Italia», International Business Times, 14-12-2012.

5. F.Z. HABIBEDDINE , «È lussemburghese il primo ṣakk denominato in euro», La Finanza Islamica , 10/10/2014.

6. Cfr. S. ALVARO, op. cit.; R. BOCCIARELLI, «Finanza islamica, Visco: per noi è un’opportunità da cogliere », Il Sole 24 Ore , 9/4/2013.

7. A. SHARIF, D. SOLOVIEVA, «Goldman Learns from Debut Flop in Islamic Finance Market», Bloomberg, 17-9-2014.

8. A Landmark Year for Global Islamic Finance Industry – 2014 , Malaysia, dicembre 2014; Islamic Finance Outlook 2015, Standard& Poors, settembre 2014.

9. Anche in questo caso il nuovo mercato non è esclusiva dei musulmani. Nestlé, ad esempio ha un’esperienza trentennale nel campo del cibo ḥalāl ; cfr. L. D ECLICH, L’islam nudo, Roma 2014, Jouvence.

10. P. HAENNI, L’islam de marché, Paris 2003, Seuil.

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