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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

I criminali e le rivoluzioni

2011-04-19
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Qualche tempo fa Bob Zoellick, capo della Banca Mondiale era riuscito a non vomitarsi addosso mentre descriveva uno dei simboli delle rivoluzioni tuttora in corso, Mohamed Bouazizi, come:  “a private entrepreneur who found himself fighting government red tape” (fonte).

Tutti vogliono appropriarsi della primavera araba ma questo – siatene consapevoli – non significa che gli attori di quelle rivolte che vanno sotto quel nome siano come vengono descritti.

Durante un intervento in un meeting tenutosi presso il quartier generale del Fondo Monetario Internazionale, Wael Ghonim, leader della rivoluzione egiziana del 25 gennaio glie lo ha detto in faccia:

Per me non è stato un errore, è stato un crimine (fonte)

Ha detto, riferendosi all’appoggio che le elites politiche del mondo nonché le istituzioni come quella che lo stava ospitando  hanno dato al regime di Mubarak.

 

 

 

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5 Responses to I criminali e le rivoluzioni

  1. Giorgioguido Messina on 2011-04-19 at 15:44

    Mmm… Lorenzo, stavolta temo di non riuscire a capirti. Su cosa ci vuoi spingere a riflettere?

    • Lorenzo Declich on 2011-04-19 at 19:44

      Queste persone tentano di portare acqua al proprio mulino e definiscono Bouazizi un “imprenditore che non poteva sviluppare il suo businness”, mistificando la realtà: Bouazizi era stritolato dal sistema che che la Banca Mondiale e le altre istituzioni internazionali hanno costruito in Tunisia e nel mondo. Altro che “imprenditore”. In Tunisia e in Egitto si sono rivoltati contro a quel sistema, che i dittatori incarnavano. Non a caso i sindacati – rinnovati – hanno avuto un ruolo importantissimo in ambedue i casi. Di qui la citazione di Ghonim: non sono errori quelli del FMI o simili, sono crimini, perché i responsabili sapevano perfettamente quello che stavano facendo.
      Forse non mi sono spiegato benissimo, spero tu abbia capito.

      • Lorenzo Declich on 2011-04-20 at 07:31

        “Ma l’Occidente non sta solo dispiegando la propria potenza militare nel tentativo di controllare il processo di cambiamento. Sta dirigendo a tal fine anche il suo braccio economico, attraverso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. David Cameron, Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy non sono gli unici impegnati a rivendersi come riformatori. Recentemente il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, si è rivolto a un gruppo di attivisti arabi lodando il cambiamento nella regione come “un momento straordinario che sta generando il proprio stesso slancio”. A sentirlo parlare dei problemi delle “persone in Nord Africa e in Medio Oriente”, egli avrebbe potuto essere scambiato per un innocente analista indipendente, che non aveva nulla a che vedere con la crisi economica contro cui queste regioni stanno lottando.
        Ciò fa parte di una campagna per nascondere un dato fondamentale su ciò che sta accadendo: le persone non si stanno solo ribellando contro un autoritarismo politico sostenuto a livello internazionale, bensì contro il modello economico imposto dall’FMI, dalla Banca Mondiale e, nel caso della Tunisia e dell’Egitto, dai programmi di riforma strutturale dell’Unione Europea. Milioni di persone sono state lasciate a se stesse mentre le imprese di proprietà statale sono state vendute a investitori stranieri e a una cabala di partner locali, favorendo il proliferare della corruzione”

        Soumaya Ghannoushi (The Guardian 8.4.2011)

  2. Valerio Peverelli on 2011-04-20 at 10:06

    Aggiungerei che processi simili, sebbene a livello embrionale, erano in atto anche in Libia, ma, per la struttura economica di quel paese (petrodollari a valanga), avevano un impatto più ridotto sulla popolazione.
    Semmai colpivano i lavoratori-migranti.
    Comunque non credo sia del tutto casuale che la rivolta libica sia arrivata dopo la fine (da un decennio circa) della folle spesa pubblica populista, tesa a comprare la fedeltà al regime delle persone attraverso regalie e posti fissi, inutili, nella pubblica amministrazione.
    Inoltre in Libia (ma questo credo valga per molti altri paesi della regione, Italia inclusa) era molto alta la quota dei laureati disoccupati o sotto-occupati, o comunque quella che chiamiamo disoccupazione intellettuale.

    Comunque i ribelli libici parlano di dignità e di libertà molto di più di quanto parlino di economia, e il loro problema con Gheddafi era che quel regime li faceva vivere nella paura (oppure avevano buoni motivi per vendicare un familiare e/o un amico).

    Allo stesso modo anche la corruzione immediata ed evidente in Egitto e Tunisia, come per esempio le tangenti chieste dalla polizia praticamente per tutto, ha contribuito forse a far 1nc4774r3 molta più gente della disoccupazione e del prezzo altissimo dei cereali.
    Insomma una crisi economica si sarebbe forse anche sopportata se si fosse visto che la classe dirigente tirava la cinghia e si impegnava, mentre gli apparati di dello stato si sarebbero dovuti comportare in maniera impeccabile.
    Invece la gestione della cirsi targata FMI e BM (e causata, almeno in parte, dalle loro ricette) ha arricchito alcuni, i soliti, mentre lo stato egiziano (o tunisino) veniva usato dai poliziotti, che si comportavano quasi come boss mafiosi; questo era davvero troppo per la sopportazione. Non a caso in ambedue quelle nazioni la scintilla scoppiò da un fatto di cronaca che riguardava giovani vs. polizia corrotta.

    Certamente però nei due casi tunisino ed egiziano la repressione poliziesca del sindacato, durante l’ultimo decennio, non solo non ha distrutto il sindacalismo indipendente, ma ha contribuito a far crescere un sindacato molto combattivo ed attento ai problemi che ricorda Soumaya Ghannoushi.

    In Algeria mi sembra più una “rivolta per il pane”, lì la rivolta per la democrazia c’è stata nel 2001, in Cabilia, ha portato alla nascita del Rassemblement pour la Culture et la Democratie, ed è fallita.
    Però tra pochi giorni dovrebbe essere il decennale, vedremo, sopratutto perché il regime algerino non è saldissimo e le concessioni fatte immediatamente alla piazza (abolizione dello stato di emergenza) non sono state ancora mantenute.

    In Siria forse vi è un gran mescolone, da un lato la crisi economica e la sicittà, che hanno agito come detonatore, dall’altro una società civile in formazione in una stanza fin’ora chiusa, a cui va aggiunta l’erosione di consensi per il regime per il moltiplicarsi delle ingiustizie economico-sociali su modello FMI, da un lato, e la saldatura di alcune differenti opposizioni (dai curdi ai fuoriusciti, dagli islamisti, magari alla turca, ai socialisti) su modello libico, dall’altro. (ed anche in questo caso la rabbia è diretta anche contro la paura e l’umiliazione).
    Il tutto in un paese dalle mille minoranze religiose.

  3. Giorgioguido Messina on 2011-04-20 at 10:51

    Perfetto, grazie mille ad entrambi e buona giornata.

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