Le due facce delle poesie dei talebani

[riprendo il pezzo di Martino uscito sull’Unità]

«È tardo pomeriggio, il vento si fa forte e poi rallenta/gli aghi di pino si muovono emettendo un rumore lieve. Quando accelera, il vento muove i rami e i raggi del sole compaiono e scompaiono/come la fiamma di una candela». A scrivere questo canto quasi notturno è un pastore errante dell’Asia. O meglio, la sua versione islamista e combattente. Sono versi del 2008 di Amanullah Nasratun, talebano. La sua poesia e più di 200 altre sono raccolte in volume (Poetry of the Taliban, Hurst publisher/Oxford University Press) pubblicato a cura di Alex Strick Van Linschoten e Felix Kuehn, ricercatori, giornalisti e fondatori di AfghanWire. I due fanno avanti e indietro da anni con Kandahar cercando di rappresentare la società afghana e di capire la cultura talebana. Le poesie invece sono pubblicate sul sito del movimento, ma non vengono degnate di attenzione. La pubblicazione della raccolta ha suscitato diverse polemiche in Gran Bretagna: un veterano di guerra l’ha trovata inaccettabile mentre un suo collega ha paragonato quei testi a quelli dei reduci britannici dell’Afghanistan. Chi va in guerra non ha sentimenti diversi, solo un modo di rappresentarli a se stesso e agli altri. Nei versi di questi afghani pre e post 11 settembre, ritroviamo il lutto per i commilitoni uccisi in guerra, gli addii alle famiglie o, come nei versi qui sopra, pause idilliache di una vita in trincea. «Il sito dei talebani è una miniera di informazione ed è stato studiato all’inverosimile. Eppure, alla sezione di poesia, che c’è da sempre, nessuno prestava grande attenzione. Noi raccoglievamo i testi. Poi, parlandone con il nostro editore, ci siamo convinti che valesse la pena pubblicarle. Ci sono molti stereotipi sui talebani. Siamo da dieci anni in guerra contro di loro, tutti sono più o meno convinti di sapere chi siano i talebani. Eppure difficilmente qualcuno assocerà l’idea di poesia agli studenti di religione. Questa è una delle tante cose che non sappiamo». A spiegarci il perché di questo libro è Kuehn. I versi dei guerriglieri ci mostrano queste persone sotto un’altra luce. Non necessariamente una bella luce, ma a più dimensioni. Come le foto colorate e lascive trovate tal fotografo Magnum Thomas Dworzak a Kandahar che dopo il 2001 hanno fatto il giro del mondo. Quelle foto colorate in teoria vietate dalla loro dottrina – di talebani truccati, che tenevano fiori in mano o in atteggiamento distante da quel che in Occidente immaginavamo di loro, come i versi di questo volume sono a tratti contraddittorie con l’idea che ci siamo costruiti e persino con le scelte iconoclaste e punitive del mondo femminile che i talebani hanno fatto quando erano al potere. «È qualcosa di nuovo e diverso che riguarda i talebani e in una fase in cui si parla di riconciliazione e negoziati, allora mostrarne un aspetto in più può contribuire a capire» aggiunge Alex Strick Van Linschoten. La poesia ricopre un ruolo cruciale in Afghanistan. È una tradizione orale forte, un verso famoso può essere usato durante una discussione a tavola e riguarda donne e uomini. Ci sono almeno due festival importanti. «A Kandahar conosciamo diversi poeti che si incontrano una o due volte al mese per declamare, discutere della loro nuova produzione. In un Paese in cui l’85% della popolazione è analfabeta è naturale che la tradizione orale sia forte e che molte parti della cultura e della storia nazionale vengano tramandate così». Le poesie piacciono a tutti: il mullah Omar, che vietò la musica quando era al governo, teneva dei cd di poesie musicate in auto raccontano i curatori nell’introduzione mentre non è raro sentire anche membri del governo o dell’esercito canticchiare le poesie più famose. Qui e là, tra i versi, si affacciano donne, desiderio e persino il vino. I proclami di guerra e le poesie che chiedono sangue e vendetta sono anche le peggiori. E sono la cosa più vicina alla propaganda. Altre ne sono molto lontane e se venissero usate in quel modo, sarebbero controproducenti per i talebani. Come in un verso nel quale uno dei poeti scrive: «Che pietà vagare come nomadi/Tutto questo lo abbiamo fatto a noi stessi» o altrove, dove un altro scrive, rivolto a dio: «Poni fine alla crudeltà/ così che nemmeno una formica muoia per mano di un uomo». I talebani sono delle mammolette che sbagliano? Niente affatto. Una parte della poesia è uno strumento ottimo per creare empatia con il movimento in parti della popolazione non in contatto con esso. «E spesso troviamo i versi più sanguinari come colonna sonora dei video molto guardati in Afghanistan nei quali si mostrano decapitazioni e altre terribili scene di violenza».

29 maggio 2012 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 18) nella sezione “Speciali