Tutte le strade portano a Harrods, o quasi

Le ultime “rivelazioni” di Wikileaks sulla Siria finiscono su un tabloid inglese, il ché ci dà la dimensione delle stesse.

Rispetto alle precedenti, che erano apparse sul Guardian, c’è poco.

La moglie di Bashshar al-Asad, Asma, è una che proprio non si cura del “suo” popolo: spende a profusione, impazzisce per i gioielli e così via: il dato è confermato.

Di nuovo c’è un particolare: Asma compra da Harrods e – ironia – Harrods è del Qatar, quel paese che in questi mesi si impegna a livello diplomatico e finanziario per far cadere il marito di Asma.

A prima vista, dunque, sembrerebbe che Asma non è soltanto una donna che non si cura del suo popolo, ma anche una donna che non si cura di finanziare il nemico di suo marito.

Andando solo un po’ più a fondo si capisce che quello siriano non è il popolo di Asma, e anche che Asma, con qualsiasi popolo, non ha nulla a che fare.

Quanto ai suoi acquisti da Harrods: Asma, semplicemente, è una donna ricca, di quel genere maggioritario di ricchi la cui etologia differisce radicalmente da quella di un normale cittadino del mondo.

Pecunia non olet, si suol dire, e questo “non odorare” dei soldi produce in chi li possiede una deficienza olfattiva che si ripercuote immediatamente su ciò che il possessore di soldi compra, e dove.

Un universo relazionale anaffettivo e un orizzonte etico, qualsiasi esso sia, che si fa lontano: di fronte a un diamante, d’altronde, non faresti anche tu la stessa cosa?

E mentre le quotazioni di Asma crollano – a occuparsene ponendosi problemi di “decenza” del suo comportamento è addirittura un tabloid – continuano a salire quelle di una delle mogli del padrone di Harrods.

Ovverossia la seconda moglie dell’emiro del Qatar,  Mozah Bint Nasser al-Missned, che dopo aver scaricato denari in Italia per promuovere “la reciproca comprensione” fra “tra il mondo della Mezzaluna e l’Occidente”, spinge il maritino a comprarsi Valentino:

(AGI) – Roma, 12 lug. – Bellissima, sofisticata, impegnata e devota. Ci sarebbe anche un capriccio della moglie dell’emiro, Sheikha Mozah, dietro l’acquisizione di Valentino da parte del Qatar, resa nota oggi. La consorte – una delle tre spose di Hamad bin Khalifa al Thani – e’ nota per la sua predilezione per la maison italiana, gia’ amata da altre icone del fascino come Jacqueline Kennedy e Audrey Hepburn. Come Rania di Giordania, anche Sheikha Mozah si e’ guadagnata negli anni un profilo di ambasciatrice del proprio Paese nel mondo nonche’ di first lady impegnata in battaglie sociali, come l’educazione, la lotta alla disoccupazione e i diritti femminili. Il tutto in un sapiente mix di innovazione e tradizione, simboleggiato dal velo nero alternato ai completi griffati. Il suo ‘debutto’ pubblico avviene nel 2003, con un’intervista trasmessa dalla tv di Stato (al fianco del marito); prima di allora era persino vietato fotografarla. La svolta, studiata a tavolino, e’ parte della nuova strategia dell’emirato, deciso a ritagliarsi un’immagine piu’ moderna e un peso strategico negli equilibri del Medioriente e non solo. Da allora, Sheikha Mozah e’ divenuta un volto familiare per i sudditi del Qatar, complice una campagna di comunicazione – social media compresi – a suon di dollari e frasi come “mio marito e’ piu’ che altro un amico”. “Sheikha Mozah sta rapidamente diventando il brand piu’ noto del Qatar dopo al Jazira”, scriveva significativamente The National nel 2009. Non a caso, la rivista Forbes l’ha inserita nel 2010 fra le 100 donne piu’ potenti del mondo: al 74esimo posto, due posizioni avanti rispetto alla vicina Rania. (AGI) (fonte)

Asma giù e Mozah su.

I tempi cambiano? No, le donne del capo continuano a essere tali, e finché spendono i soldi macchiati di sangue dei mariti va tutto bene: il gossip può continuare.

Quando invece non vogliono farsi chiamare “first lady” nascono problemi, soprattutto di etichetta.

E’ il caso di Nagla Ali Mahmud, moglie del neo presidente egiziano Mohammed Morsi: una donna succube del marito che, però, non sembra essere interessata a Harrods.

Poco male, però: la “subalternità” non muta.