18 luglio 2012: bombe, battaglie e dissonanze cognitive

[scrivo questo post in progress, chiedo venia. Forse se ci ritornate fra qualche ora troverete cose in più]

Chi, Che Cosa, Quando, Dove, Perché: le 5 domande cui un buon articolo di giornale dovrebbe rispondere.

Le famose Five Ws (who, what, when, where, why).

Cercare di rispondervi nel caso degli attentati di Damasco e Burgas non è facile.

Damasco: chi

Ci sono due rivendicazioni:

  1. Esercito Siriano Libero;
  2. Brigata dell’Islam.

Gli esecutori materiali potrebbero essere di due tipi:

  1. un attentatore suicida
  2. un gruppo di attentatori che sistema una bomba nella sala riunioni

Burgas: chi

Per ora non ci sono rivendicazioni, Hezbollah nega il proprio coinvolgimento, anche l’Iran nega ogni coinvolgimento.

Israele accusa l’Iran e/o Hezbollah.

Gli esecutori materiali potrebbero essere di due tipi:

  1. un attentatore suicida
  2. un gruppo di attentatori che sistema una bomba nel pulmann

Damasco: che cosa

E’ stato un attentato. Sono stati uccisi esponenti del regime siriano molto vicini ad al-Asad ma non siamo sicurissimi del loro numero e della loro identità. Non si sa, infatti, chi partecipava davvero alla riunione. Il Telegraph ipotizza che vi fossero o Bashshar al-Asad o suo fratello Maher. Di qui le voci del ferimento dell’uno o dell’altro, della fuga del primo a Latakya etc. Si sa che un ufficiale dell’ESL sta cercando di capire chi c’era e chi non c’era.

Burgas: che cosa

E’ stato un attentato. Sono stati uccisi turisti israeliani.

Quando, dove: lo sapete, questo non è un articolo di giornale.

Ok. Perché?

Il perché nel giornalismo è una lettura dell’evento che dipende dal target, cioè il lettore.

In base ai supposti lettori di un giornale si approfondisce più o meno il perché.

Mi limito alla spiegazione base:

Damasco: per indebolire il regime di Asad

Burgas: per dire a Israele che i suoi cittadini sono un obbiettivo anche al di fuori del loro paese.

Bene.

L’unica cosa che non mi suona proprio è l’opzione “suicida” al capitolo “chi”.

Gli attentati suicidi hanno avuto finora una sola matrice: il terrorismo jihadista/qaidista.

Né Iran, ne Hezbollah, né Esercito Siriano Libero si sono mai attribuiti, finora, attentati suicidi.

Mi risulta questo.

Per ora, l’ipotesi accreditata per l’attentato di Burgas è quello del kamikaze.

E in questo strano 18 luglio succede che la Brigata dell’Islam, neoformazione di chiara impronta jihadista, rivendica l’attentato ma nega che sia stato un attacco suicida.

Mentre, come riporta il Telegraph, “alti ufficiali” dell’Esercito Siriano Libero affermano che vi fossero due bombe piazzate alla riunione, una nascosta in un vaso di fiori, l’altra in una scatola di cioccolatini e che esse siano state fatte detonare da remoto.

Il Telegraph ritiene che le due entità rivendicanti, ESL e Liwa al-Islam, potrebbero aver agito in collaborazione.

Il ché, a questo punto sarebbe realistico.

Comunque: se risultassero realistiche le ipotesi di attentato suicida saremmo di fronte a una grossa novità, dalle implicazioni gigantesche in entrambi i casi.

Nel primo (Damasco) significherebbe che l’ESL adotta apertamente strategie jihadiste/qaidiste.

Nel secondo (Burgas) significherebbe che Iran e/o Hezbollah adotta/no apertamente strategie jihadiste/qaidiste.

La qual cosa non sarebbe una buona notizia per la salute del mondo.

Gradirei smentite dall’intelligenza collettiva che gravita attorno a questo blog.

Altre note “di colore”.

Diversi giornali e agenzie titolano una cosa come “Siria, attacco al cuore dello Stato”.

Non vi ricorda qualcosa?

Ironia della sorte, stavolta si saluta questo attacco al cuore dello Stato, non lo si esecra, come si faceva in Italia un tempo.

Sembra quasi un atto liberatorio, in Italia, quello di citare metatestualmente, ma rivoltandolo, il motto delle BR.

Almeno da parte di chi visse quella stagione.

In tema di ironie Moon of Alabama@MoonofA su Twitter scrive: I Talebani, confusi, scrivono un e-mail all’Esercito Siriano Libero: “quando mandiamo i kamikaze a uccidere funzionari veniamo condannati. Qual’è il vostro segreto?”

Ultima nota.

Volendo essere un po’ dietrologici c’è da segnalare che proprio all’alba della “battaglia di Damasco” si riuniva in plenaria, dopo 30 anni, a Istanbul:

(ANSAmed) – ANKARA, 16 LUG – Il movimento dei Fratelli Musulmani siriani, considerato la forza piu’ influente nella piattaforma di opposizione del Consiglio Nazionale Siriano (Cns), e’ riunito da oggi e per due giorni a Istanbul in Conferenza Generale, una nota l’organizzazione islamica. E’ la prima riunione plenaria in 30 anni del movimento sunnita illegale in Siria dal 1963, ha precisato un portavoce, Omar Mushaweb. I Fratelli Musulmani hanno precisato che l’incontro di Istanbul, cui partecipano circa 150 delegati, e’ dedicato alla rivolta in corso in Siria contro il presidente sciita alawita Bashar al Assad e alla maggiore partecipazione al movimento di donne e giovani.

I Fratelli Musulmani siriani hanno secondo diversi analisti l’appoggio del governo turco del premier islamico nazionalista Recep Tayyip Erdogan, pure sunnita. La loro influenza preponderante in seno al Cns ha suscitato forti tensioni con l’opposizione curda siriana al regime di Damasco. Nei giorni scorsi il leader curdo Sherkoh Abbas ha accusato il Cns di volere ”sequestrare la rivoluzione” e di avere ”una agenda nascosta per arrivare a un regime islamico, sunnita, arabo e nazionalista, escludendo i curdi e le altre minoranze, guidato dai Fratelli Musulmani”.(ANSAmed).

E c’è anche, il giorno dopo, l’annuncio della “battaglia decisiva”:

(Di Francesco Cerri) (ANSAmed) – ANKARA, 17 LUG – A 30 anni dal sollevamento tentato contro Hafez al Assad, padre dell’attuale presidente siriano, finito in un bagno di sangue mel 1982 (20mila morti), i Fratelli Musulmani vedono ora la vittoria possibile e forse anche vicina.

A Damasco, hanno annunciato oggi, e’ iniziata la ”battaglia decisiva”, e’ ”un momento storico”. Il movimento politico-religioso sunnita vietato in Siria dal 1963 si prepara alla rivincita. I suoi leader, molti da anni in esilio, sono riuniti da ieri a Istanbul per la prima volta in 30 anni in Assemblea Generale per prepararsi alla conquista del potere.

[…]

Mentre la battaglia infuria a Damasco il capo della missione ONU in Siria annuncia la sua partenza dal paese: il mandato della missione scade domani.

Ce n’è per i dietrologi.

Per chiudere.

In questo 18 luglio in cui tutto è il contrario di tutto, le 5 Ws del giornalismo vanno un po’ in crisi.

Il “timing” delle bombe che coincide con la “battaglia di Damasco” fa pensare a un attacco ben orchestrato, a una strategia pianificata.

Il “chi” diventa di difficile interpretazione e si mescola col “che cosa” e col “perché”.

Tutto può apparire legato, anche Burgas con Damasco.

A “leggere” ci prova Christian Elia in “Medio Oriente, la strategia della tensione”, del purtroppo in via d’estinzione “E/peacereporter”:

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha già il colpevole: l’Iran. Subito sostenuto da Ehud Barak, suo ministro della Difesa. Di certo, per ora, ci sono solo le otto vittime dell’attacco suicida avvenuto ieri, 18 luglio 2012, a Burgas in Bulgaria contro un pullman carico di turisti israeliani.

”Ci sarà una forte risposta contro il terrorismo iraniano”, “Perseguiremo gli autori” e via minacciando. Il governo israeliano si è mosso subito, inviando almeno due squadre sul posto. Funziona così: un’unità (di solito con la richiesta di occuparsi personalmente di ricomporre le salme per motivi religiosi) si palesa, un’altra si muove nel territorio nascosta, operazione coordinata dal Mossad, il servizio segreto d’Israele.

L’esecutivo israeliano non ha aspettato neanche poche ore per accusare Teheran. L’assioma è semplice, la data simbolica. Il 18 luglio 1994, a Buenos Aires, una bomba esplose nel centro culturale ebraico della capitale argentina uccidendo 85 persone e ferendone 300. Buenos Aires ha accusato Teheran di aver orchestrato l’attentato con un’autobomba, affidandone poi l’esecuzione al gruppo libanese Hezbollah.

L’Interpol ha chiesto agli Stati membri di arrestare ed estradare in Argentina otto cittadini iraniani: tra loro l’attuale ministro della Difesa Ahmad Vahidi, l’ex Presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e l’ex ministro degli Esteri Ali Akbar Velayati. Nel luglio dello scorso anno, il ministero degli Esteri di Teheran promise di avviare “un dialogo costruttivo” e di “collaborare con il governo argentino per fare luce” sui fatti del 1994, negando però ogni coinvolgimento degli otto ricercati.

Quello era un momento delicato, come l’attuale. La morsa sulla Siria si stringe: ormai si combatte a Damasco e se l’unità di crisi dell’esercito siriano, riunito in gran segreto, può essere decapitato da un violento attacco come quello di ieri è segno che le ore di Assad sono contate. Questo significa che sempre più si avvicina il momento nel quale l’asse sciita, nato dopo la guerra in Iraq, che andava dal Libano all’Iran, si sta per spezzare. Per sempre, forse.

Nessun dubbio che potrebbe essere benissimo un messaggio dei Guardiani della Rivoluzione, specialisti nelle operazioni all’estero, come quelle di Hezbollah: possiamo colpirvi ovunque. Stesso messaggio che, se la ricostruzione delle autorità Usa è credibile, la rete dell’internazionalismo sciita di apprestava a lanciare agli Stati Uniti con la rete sgominata – o almeno così ha raccontato la Casa Bianca – a ottobre dello scorso anno.

La situazione, considerando che i sondaggi in Usa non sono affatto buoni per Obama, rischia di precipitare. L’Iran deve a tutti i costi evitare l’isolamento, anche diplomatico, al punto che nessuno osa ammettere che uccidere scienziati sia un crimine ignobile. Eppure capita, da anni, in Iran, ma a nessuno interessa. Il Libano rischia di sfaldarsi, con il suo fragile equilibrio interconfessionale, subito dopo la Siria. La situazione in Iraq è molto fluida. Le ricche monarchie del Golfo continuano a preparare lo scontro con l’Iran, tra politica e religione. La situazione è sempre più tesa.

Certamente lo scagliarsi di Israele contro l’Iran all’indomani della bomba di Burgas, nello stesso giorno delle bombe di Damasco, e la presenza -nei giorni precedenti- di ripetuti allarmi provenienti principalmente dagli USA per il possibile uso di armi chimiche da parte di al-Asad o di al-Qaida (che le ruberebbe in caso di caduta del dittatore), riporta in campo un’aggressività di Israele e Stati Uniti che fino a ieri era stata riposta nel cassetto.

Tira una brutta aria o, se preferite, tira aria di “showdown”, e districare la matassa è un compito improbo.