Musulmani al plurale. La ricerca del Pew Forum

Pew Research Center’s Forum on Religion & Public Life emana il proprio nuovo “The World’s Muslims: Unity and Diversity“.

I ricercatori hanno lavorato con 80 lingue diverse, compiendo più di 38.000 interviste dirette, in 39 paesi e territori che, complessivamente, raccolgono il 67% dei musulmani nel mondo, il cui numero si aggira attorno al miliardo e 600 milioni.

La ricerca include tutti i paesi che contano almeno 10.000.000 di musulmani.

Ma, fattore importante, non comprende “quei paesi dove la sensibilità politica o le condizioni di sicurezza sconsigliano un sondaggio di opinione fra i musulmani”.

Questi paesi sono:

  1. Cina
  2. India
  3. Iran
  4. Arabia Saudita
  5. Siria.

Il ché, vista l’importanza di questi cinque paesi nel panorama mondiale contemporaneo, rende la ricerca in qualche modo mozza.

Si chiama “unità e diversità” perché, nonostante i deliri di qualche editorialista del Corriere, l’islam è uno solo per chi lo professa, ma chi lo professa pensa in centinaia di maniere diverse all’islam.

Interessantissimo il primo pannello, a pagina 7, su “i musulmani che credono in un solo Dio e nel profeta Muhammad”.

Credere in questa cosa significa essere musulmani, essendo che la professione di fede, la shahada, primo pilastro dell’islam, recita: “Non c’è altro Dio che Iddio e Maometto è il suo Inviato (Profeta)”.

Sorprendentemente nell’Europa sud-orientale 15 persone su 100 dichiarantesi musulmane rispondono “no”.

4 su 1000 nell’Africa subsahariana, 3 su 100 nell’Asia meridionale e centrale, 2 persone su 100 nell’Asia suborientale.

Non avranno capito la domanda? Si saranno attaccati a qualche particolare? Non lo sappiamo.

Il secondo pannello ci racconta di quanto importante sia la religione nella vita degli intervistati.

Scopriamo, qui, che generalmente i musulmani pensano che la religione sia una cosa importante.

Spiccano per disaffezione l’Albania (15%) e il Kazakistan (18%).

Nella Turchia di Erdogan 67 persone su 100 pensano che la religione sia importante nella vita.

In Senegal sono 98 su 100 (e 92 su 100 appartengono a una confraternita sufi): le percentuali più alte si riscontrano nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale e sudorientale.

Gli arabi occupano una posizione mediana in questa lista.

Ultimo è il Libano (59%), primo è il Marocco (89%). La media è attorno all’80%.

Sembra poi che i musulmani del Medioriente siano molto sensibili alle differenze confessionali.

Il pannello registra che in una buona percentuale di musulmani (sunniti), in quell’area, pensa che gli sciiti non siamo musulmani.

In Egitto lo pensano 53 persone su 100, ma i dati più interessanti riguardano i paesi dove dove gli sciiti sono in maggioranza.

In Libano 21 musulmani (sunniti) su 100 pensano che gli sciiti non siano musulmani. In Iraq 14 su 100 (più avanti i rapporto sottolinea il dato opposto, e cioè che in questi due paesi i sunniti generalmente accettano gli sciiti come musulmani).

In altre zone del mondo islamico la gente risponde più o meno che gli sciiti sono “musulmani come altri”.

In Indonesia, il paese con il maggior numero di musulmani nel mondo, il 26% dei musulmani si descrive come “sunnita”, mentre il 56% afferma di essere “un semplice musulmano” e il 13% non dà risposte.

La cosa non è secondaria perché ha a che vedere con la percezione di se e della propria identità religiosa.

Particolarmente illuminante è l’opinione che gli sciiti hanno dei sunniti (fate voi le comparazioni in base alle aree geografiche):

Da segnalare anche qui la crasi generazionale e di genere: i giovani e le donne, in generale, accettano molto di più le confessioni degli altri.

Problemi ci sono anche per gli ordini sufi (le confraternite mistiche, diffuse in tutto il mondo islamico, espressione spesso di un islam locale non globalizzato e culturalmente radicato), percepiti sempre più come “non-musulmani”.

Interessante il dato della Turchia, in cui la maggioranza degli intervistati pensa che alcune pratiche sufi come danzare, cantare e poetare, siano una corretta forma devozionale: un qualcosa che fa inorridire invece i salafiti di tutto il mondo (ma, ripeto, i dati sull’Arabia Saudita non ci sono).

I “numeri” dei sufi, comunque, sono questi:

Un altro indicatore interessante è la percezione della diversità interpretativa interna al mondo musulmano.

 

In Indonesia, dove la maggioranza afferma di essere “un semplice musulmano” solo 20 persone su 100 pensano che si possa essere musulmani seguendo una interpretazione diversa da quella degli intervistati stessi.

Stesso andamento nell’Asia intera e in Europa sudorientale.

Molto aperti, anche se come abbiamo visto molto ferventi, sono i musulmani dell’Africa subsahariana.

Da segnalare, qui, che storicamente vi sono differenze più o meno accentuate nel sunnismo, che si suddivide in quattro madhab, modi o scuole, di lettura e di interpretazione del Corano e delle Tradizioni (cioè il corpus di detti e fatti del Profeta Maometto).

Il modello “standard” di Stato musulmano, nel medioevo e oltre, prevedeva che l’autorità sultaniale avesse per se la “gestione della violenza” e che una “classe di ulama“, i “dotti” esperti in materia giuridico-religiosa, si occupassero di tutto il resto. In questo assetto, le “quattro scuole” (hanbalita, malikita, sciafiita, hanafita), erano rappresentate da un proprio qadi (giudice), chiamato a sovrintendere le faccende giuridico-religiose pertinenti agli appartenenti dell’una o dell’altra “scuola”.

E’ dunque normale che, nonostante l’avanzata dell’islam “globalizzato” salafita, che è molto poco tollerante nei confronti di questo tradizionale assetto quadripartito, i musulmani sunniti percepiscano “la diversità” al loro interno senza farsi particolari problemi.

E ciò specialmente nell’area mediorientale-nordafricana, dove – e qui cito la teoria delle tre islamizzazioni di Alessandro Bausani – l’islam si è storicamente venuto a strutturare elaborando il proprio corpus giuridico e teologico.

Non sorprende dunque che in Medioriente e Nordafrica il dato sulla “pluralità” dell’islam non sia così “negativo”, nonostante la presenza, nell’area, di conflitti settari.

Altri dati: i giovani si distaccano progressivamente dall’osservanza dei precetti religiosi.

I “giovani” per il Pew sono persone dai 18 ai 34 anni.

Vale la pena di dirlo perché questa è, demograficamente parlando, la fetta più rilevante di popolazione in moltissimi dei paesi in cui è stata condotta la ricerca.

Interessanti, nel capitolo 4 e oltre, i risultati riguardanti l’accettazione e la pratica di quelle che chiameremmo “superstizioni” in un altro ambito (magia, stregoneria, esorcismo, malocchio). Si parla, qui, in definitiva, di un collegamento quotidiano col “soprannaturale” molto pronunciato.