Il musulmano islamico – “Islam” è una parola che, oltre a vivere nel suo contesto d’origine, la lingua araba, ha una sua esistenza e dei suoi derivati nelle diverse lingue che l’accolgono. Il caso italiano è particolarmente interessante.  In arabo “islam” è un sostantivo verbale derivante da aslama, un verbo che significa “abbandonarsi, sottomettersi (a Dio)”. Una persona che si abbandona/sottomette (a Dio) è un muslim (participio attivo di “islam”), in italiano “musulmano”. La parola “musulmano” è tutto sommato un buon calco di muslim: preserva la forma della parola originaria concedendo qualcosa alla fonetica e alla morfologia dell’italiano (il gruppo “sl” è sciolto in “sul”, la “i” è elisa per far posto a un suffisso aggettivale denominale: “-ano”). Per indicare un musulmano nella pubblicistica italiana è invalso tuttavia l’uso di un derivato della parola “islam” non presente, o presente con accezioni diverse, nella lingua di partenza: “islamico”. Sebbene dire “gli islamici” per indicare “i musulmani” sia concettualmente sbagliato, il dizionario italiano, oggi, accetta l’ errore, ma solo nel caso in cui la parola si usi come sostantivo. Usare l’aggettivo “islamico” per qualificare una persona non equivale a usare l’aggettivo “musulmano”: esiste una “cosa islamica” ma non una “persona islamica”.

L’errore probabilmente è in buona fede. Per indicare la religione di Cristo noi usiamo “cristianesimo”, un sostantivo che deriva dall’appellativo di Gesù. Il “cristiano” è un seguace di Cristo. Dire “i cristiani” è dunque corretto. E anche usare “cristiano” come aggettivo in riferimento a cose e persone è corretto. Dunque, probabilmente per associazione, qualcuno ha pensato che la parola “islamico” potesse funzionare. D’altronde uno dei primi appellativi dati dai cristiani ai musulmani fu “maomettani” proprio perché i primi erano “seguaci di Cristo”, e quindi ritenevano che i musulmani fossero “seguaci di Maometto”. Ma nell’islam, a differenza del cristianesimo, la divinità è assoluta. Non c’è nessuno che “parla” con Dio. Nemmeno Maometto parlò con Dio: riceveva istruzioni e rivelazioni. Essere musulmano significa “abbandonarsi/sottomettersi” a questa evidenza, non “essere seguaci di Maometto”. Maometto era “soltanto” il migliore degli uomini, Gesù era uomo e dio insieme, l’anello che legava la divinità agli uomini.

Seppure l’uso di “islamico” sia probabilmente il frutto di un errore innocente, il dualismo che crea con il già esistente “musulmano”, dona al gruppo “islamico/musulmano” un’ambiguità di fondo, anche in presenza di un altro aggettivo, questa volta derivato dall’inglese e/o dal francese: “islamista”. Tralasciando che fino a qualche anno fa con questa parola si indicava uno studioso di islamistica (il ché rende questi studiosi dei pericolosi estremisti), “islamista” sta a indicare – anche qui non senza ambiguità – un militante e/o simpatizzante dell’islam politico, cioè di quell’universo di gruppi e organizzazioni che mettono del discorso politico la propria identità di musulmani. Certamente un “islamista” è un musulmano, o si ritiene tale, ma altrettanto certamente non tutti i musulmani sono islamisti, anzi.

Gli “islamici” semplicemente non esistono al mondo. Sono il prodotto più genuino dell’islam percepito. L’aggettivo “islamico” va a inserirsi in una zona grigia che sta fra “musulmano” e “islamista”, col risultato che spesso non sappiamo se con questa parola ci si riferisce a degli esponenti dell’islam politico o a dei semplici musulmani. Il tutto tenendo conto che l’arabo, generalmente traboccante dal punto di vista lessicale, non fa differenza fra “islamista” e “islamico”: per ambedue le parole non si può che usare l’aggettivo relativo islamiyy. L’ambiguità si spinge al punto che alcuni giornalisti finiscono per mutare il nome di una delle più importanti organizzazioni dell’islam politico sunnita, i Fratelli Musulmani, in “Fratelli Islamici”. O anche, come abbiamo visto, che sei sarcastici operatori ecologici maghrebini, vengano definiti “spazzini islamici”.

Gli islamici come popolo – Se “gli islamici” non esistono ancor meno esiste il “popolo islamico”. Il concetto di “popolo” è già molto problematico di per sé, perché non se ne individuano contorni certi e, ultimamente, prende un’accezione assai larga (Lanni): indica un’indefinita massa di persone unita da un elemento distintivo, spesso assai circoscritto e, allo stesso tempo, vago (il popolo di internet, il popolo viola), che ne costituisce un collante . Ha una sua legittimità nella modernità, se per modernità intendiamo un contesto in cui le categorie dell’etnicità e della tradizione hanno un ruolo secondario. In campo islamico ha anche una sua consistenza teorica nel concetto di umma, nazione (islamica) o “comunità dei credenti”, un qualcosa che tuttavia – sebbene costantemente invocata da studiosi ed esponenti dell’islam politico – ha coinciso con una comunità reale solo in un determinato periodo storico, quando Muhammad era in vita.

Di norma esisterebbero – in ambito storico e antropologico – solo “popoli islamici”, o “musulmani”, al plurale. Sarebbero popolazioni i cui principali (ma non esclusivi) tratti religiosi e culturali ruotano attorno all”identità islamica. Un “popolo islamico” astratto esiste proprio perché ve ne sono diversi, tutti connotati da una particolare lingua, o da una qualche caratteristica storico-culturale che con l’islam ha poco a che fare.

Un “popolo islamico” invece è ben presente in un islam percepito che ordina il suo discorso attorno all’unica coordinata dell’islamità. Nella sua forma più virulenta lo stereotipo costituisce il presupposto per quella forma di razzismo che è stata definita islamofobia. Secondo uno studio del Georg Eckert Institut (2011)[1] i libri di scuola europei (UK, Francia, Austria, Spagna, Germania) “usano stereotipi” in cui “l’islam è sempre presentato come un sistema di regole che a partire dalla sua epoca d’oro non è mai cambiato”. L’islam, anche a scuola, è descritto come qualcosa di omogeneo che combatte con l’Europa, una rappresentazione che, secondo le parole della ricercatrice Cornelia Pieper, “non riesce a sfidare l’islamofobia populista”. Pieper dice, soprattutto, che: “i musulmani non devono più essere classificati come un gruppo separato costituito di immigrati non europei le cui tradizioni limitano l’integrazione”, perché “la mancanza di differenziazione e i riferimenti collettivi ai musulmani possono promuovere una forma di ‘razzismo culturale’ che considera non superabile l’alterità religiosa. Il focus di questa polarizzazione non è, tuttavia, in primo luogo la presentazione dei musulmani come avversari religiosi in conflitti violenti, come ad esempio nelle narrazioni sulle crociate, ma nella loro rappresentazione come pre-moderni e quindi come ‘altri’, incompatibili con l’Europa”.

Mentre i media di volta in volta “ridefiniscono”, riesumandolo, il “popolo musulmano” trando spunto anche dall’immensa pubblicistica divulgativa dello scontro di civiltà, l’“islamofobia populista” tesse la sua trama astorica e decontestualizzata in uno spazio e in un tempo così indefiniti da divenire totalizzanti e da inglobare in sé tutti i musulmani. Gli “islamici” fanno parte di un “popolo islamico” che si muove all’unisono, compie azioni in maniera coordinata, specialmente in ambito politico. Il popolo islamico si costituisce in corrispondenza di eventi specifici, come la pubblicazione di vignette offensive o film che offendono la sensibilità dei musulmani. In queste occasioni i titoli dei giornali, i commenti dei bloggers, le aperture dei telegiornali abbandonano gli indugi e, con maggiore o minore intensità, alimentano la percezione di una massa formata da un miliardo e seicento milioni di persone i quali, come telecomandati, minacciano il mondo libero, o meglio l’universo valoriale dell’Occidente. Laddove la maggior parte di “quel popolo” non sa di far parte della cospirazione.


[1] È possibile consultarne l’abstract: http://www.gei.de/fileadmin/bilder/pdf/Presse_interviews/Abstract-Islamstudie.pdf

Lorenzo Declichpost mortemislam,islamico,popoli islamici,popolo islamico
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