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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Moschea di Milano: calcoli politici, populismo e businness

2010-09-07
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Parlare di islam in Italia ignorando controjihadisti e nazi-leghisti non è facile.

Urlano forte, generano rumore di fondo, mandano invettive e improperi smodati, la qual cosa rende faticosa l’operazione di non applicarsi a un muro contro muro che non serve a niente se non a gonfiare i loro petti.

Sulla questione della moschea di Milano e delle dichiarazioni di Tettamanzi in proposito si è scatenato il solito vespaio.

Come seguendo un riflesso condizionato leghisti e destrorsi di ogni risma, in virtù del fatto che – ormai è ovvio – facendo gli islamofobi si guadagnano anime, si sono avventati contro Tettamanzi.

Maroni, l’ammazzaeritrei amico di Gheddafi, dice di essere un Ministro degli interni, non un costruttore di moschee.

A lui, è bene sottolinearlo, non si chiede di entrare nel businnes, bensì si esercitare le proprie prerogative per non negare il diritto, sancito dalla nostra Costituzione, di professare la propria religione.

E se altri leghisti esortano Tettamanzi a costruire la moschea nella propria curia, La Russa manda a memoria il ritornello – ormai ben installato a livello hardware nella destra italiana grazie alla cara Oriana, a Cristiano Allam e ai suoi seguaci, che dice: “nelle moschee ci sono i terroristi”.

La qual cosa fa ridere, o piangere a seconda delle sensibilità (io faccio tutte e due). Per questi decerebrati non costruire moschee (ufficiali, pubbliche, non scantinati o capannoni) elimina il problema dell’estremismo.  E’ come se per eliminare i talebani bandissimo i turbanti.

E mentre uno Zaia, Duce del Veneto, si affretta a salire sul carro dei “no-moschea” dicendo cose come “prima di parlare di moschee in Veneto bisogna parlare di rispetto” (non pensa proprio al fatto che il rispetto lo manca lui, con questa frase) arriva qualcuno, nello specifico il Vicesindaco di Milano De Corato che propone la ricetta populista ormai di modissima dalle nostre parti: facciamo un referendum fra i milanesi.

Un Edo Ronchi si associa alla proposta e il piatto è servito: un diritto costituzionale diventa oggetto di referendum consultivo.

E’ come se si chiedesse agli italiani se vogliono cacciare i rumeni dall’Italia: che #*òòP di referendum è?

E fra l’altro mi ricorda un po’ la storia di Cristo e Barabba: chi volete libero?

Ma con una differenza: Pilato fece “il referendum” allo scopo di “lavarsene le mani”, questi abominevoli politucoli, invece, sanno come andrà a finire e ci speculano sopra.

Proprio io devo spiegar loro l’ABC delle “radici cristiane dell’Europa”?

Per il resto, se non volete leggere una invettiva come questa ma un ragionamento sulla vicenda – certamente opinabile ma sensato, documentato e ragionato –  vi consiglio Zmagria (Prima della moschea facciamo i musulmani) che conlude così:

Ma c’è un altro problema. Tutto interno alla comunità islamica, questa volta. L’idea di una moschea unificatrice è ambiziosa ma è anche lontana e improbabile, proprio perché la stessa comunità è frammentata non solo per comunità di origine di appartenenza ma anche per le varie interpretazioni che dell’islam ne fanno i fedeli musulmani al di fuori dal paese d’origine. Qui c’è una reislamizazzione da cui consegue una frammentazione della comunità. Ciò spiega la presenza a Milano di 4 fondamentali luoghi di culto, oltre a quelli piccoli ovviamente. Che si traducono con differenti linee di pensiero. La Moschea di Segrate, quella di viale Jenner, di Via Padova, e la Coreis.

Ciascuna ha la sua specificità, e i suoi interlocutori. Difficile che tutte vogliano lasciare il proprio Minbar (il pulpito) e sedersi in un’unica sala di preghiera. Meglio invece dare loro gli strumenti per poter rendere i propri luoghi di culto dignitosi per la comunità che accolgono. Riconoscendoli nella trasparenza e nella legalità.

Perché la moschea qui, e lo sa bene chi la gestisce, non è solo idee e fede, è soprattutto soldi e potere. Per il futuro che ci attende ed è difficile che gli “emiri” vogliano lasciare la poltrona.

Morale della favola?

Facile.

—————–

* vedi qui per le fonti di questo post.

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6 Responses to Moschea di Milano: calcoli politici, populismo e businness

  1. letturearabe on 2010-09-07 at 10:12

    quello che ho colto io, e che mi ha dato molto fastidio, sentendo commenti di amici e conoscenti è che adesso costruire la moschea a milano è un diritto perché l’ha detto tettamanzi. come dire aspettavamo il permesso della chiesa, dimenticando che è un diritto costituzionale e tralasciando la questione concordato. quanto all’articolo non sono d’accordo: è vero che la poltrona non hanno nessuna intenzione di lasciarla, ma questo non ha niente a che vedere con la costruzione di una moschea nel senso di costruzione con determinate caratteristiche. perché dovrebbe essere una e unica? :)

  2. mizam on 2010-09-08 at 04:03

    In effetti l’articolo mi sembra sensato, e sicuramente il problema della “moschea unica” è complesso. Pensate che da queste parti un leghista (!!!) aveva la lanciato la proposta delle moschee di quartiere: una serie di piccole moschee decenti, sparse nella città, avrebbe alleggerito la tensione da sovraffollamento, viabilità intasata e disagi vari, specie nei momenti topici tipo il venerdì. Chi sono stati i più indignati avversari della proposta devo dire piuttosto sensata? Gli altri leghisti o il PDL? Macché, il direttivo della moschea UCOII, motivando con grande finezza teologica che “più sono numerosi quelli che pregano, più grande è il merito: non si discute, la moschea deve essere unica, l’umma unita e bla bla bla”.
    Al di là dei giochi di potere e delle divisioni interne, viene il sospetto che la raccolta unificata delle offerte, specie in periodi come il ramadan, è una bella torta se non viene divisa a fettine. I maligni pensano che sia uno dei motivi per cui c’è tanta foga per l’unificazione globale dell’inizio e della fine di ramadan (fine, come l’inizio, già decretata dal lungissimo-mirante Concilio Europeo della Fatwa Suprema e Infallibile, in base alla remota possibilità di avvistamento da parte dei leoni marini lungo le coste cilene, forse addestrati in qualche scuola saudita…)

  3. Lorenzo Declich on 2010-09-08 at 13:48

    Karima mi suggerisce un suo articolo uscito il marzo scorso: “Con il falso Waqf a rischio soldi e indipendenza dell’islam in Italia” (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/03/moschee-falso-waqf-rischio-soldi-indipendenza.shtml). Vi è legato anche un altro articolo (trovate il link in fondo). Sono storie di soldi dati in buona fede da musulmani “pii” a istituzioni fantasma e mai restituiti. Alla base c’è la colpevole assenza completa di leggi o norme o altro – insomma di intervento – dello Stato italiano su questioni che riguardano l’islam.

  4. mizam on 2010-09-08 at 15:50

    Grazie Lorenzo e brava Karima, anche se andrebbe precisato che in teoria per la legge islamica i fondi della zakat non possono essere usati per la costruzione di moschee, ma solo per i poveri; di certo, però, mancano controllo e trasparenza.

  5. mizam on 2010-09-08 at 18:16

    Bravissima sul waqf, che non deve gestire solo denari destinati alla zakat, ma anche donazioni, eredità, lasciti e così via. Resta il fatto che le somme raccolte per la zakat generale e quella particolare del fitr non possono essere destinate alla costruzione e gestione di moschee, e devono essere distinte e separate dai fondi destinati ad altri fini, almeno in teoria e a rigor di fiqh. :))

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