Caro Sechi, sei un parruccone che gioca a soldatini

L’altro ieri stavo sorseggiando del brunello quando gli occhi mi sono caduti sulla prima pagina di un’edizione de “Il tempo”.

Il titolo, davvero gigantesco, prendeva mezzo foglio e urlava: “Attacco islamico”.

Allora la parrucca che indossavo, senza la quale non esco di casa, ha avuto un fremito.

Aiuto, ho pensato. Cos’è successo?

Mi sono procurato la copia del giornale e ho iniziato a leggere l’editoriale di Mario Sechi intitolato appunto “Attacco islamico”.

Il terzo millennio si è aperto ufficialmente l’11 settembre 2001. Da allora niente è come prima.

Ok.

Nove anni dopo, abbiamo assistito al tentativo di insabbiare quella frattura, al progetto di cancellare dalla memoria l’attacco alle Torri Gemelle, al disegno di annullare ogni ricordo e concludere che in fondo lo “scontro di civiltà” non esiste.

Ohibò, dico. Ci può essere qualcuno che vuole insabbiare, qualcuno che vuole cancellare il ricordo dell’attacco alle Torri Gemelle? Chi è questo irresponsabile?

Certamente chi “conclude che in fondo lo scontro di civiltà non esiste” non necessariamente ha queste intenzioni.

Io, ad esempio, critico la teoria dello scontro di civiltà in base a una serie di considerazioni che NULLA HANNO A CHE VEDERE con l’11 settembre.

Critico, piuttosto, chi USA quell’evento per dimostrare il contrario.

Come sembra fare Sechi.

Comunico a lui e a tutti quelli che la pensano come lui che lo scontro di civiltà è una teoria della storia, non una realtà.

Una teoria che nasce agli albori degli anni ’90 e non l’11 settembre 2001.

Mi dispiace per le finte anime pie, quell’evento non è rubricabile nel passato, produce i suoi effetti e tutti i giorni ne abbiamo la conferma.

L’evento è una cosa, la teoria è un’altra. E sul fatto che quell’evento non sia rubricabile nel passato non ci piove. Quale anima, per quanto pia, può dire il contrario?

Molti citano il libro di Samuel Huntington – originato da un primo saggio sulla rivista Foreign Affairs – senza averlo mai letto. In realtà il saggio del grande studioso americano era un campanello d’allarme che andrebbe riletto per cercare una soluzione pragmatica – non utopistica – allo scontro in atto.

Sbagliato. Il saggio di Samuel Huntington non cerca nessuna soluzione.

A meno che individuare il nemico per muovergli guerra in base a una teoria sia qualcosa di rubricabile come “una soluzione pragmatica”.

Vedremo più avanti che in Sechi troviamo grossa confusione anche nell’individuare il nemico, ma ora concentriamoci: il Direttore ci spiega in cosa consiste l’attacco islamico.

Tre eventi in una giornata apparentemente “normale” ci costringono a ripensare il nostro mondo: 1. sei islamici sono stati arrestati a Londra perché sospettati di preparare un attentato contro il Papa in visita in Gran Bretagna; 2. un alpino italiano in missione in Afghanistan è stato ucciso mentre cercava di assicurare la pace nel Paese che un tempo era dominato dai talebani, gli stessi che hanno ferito il centro di Manhattan; 3. una donna vestita con il burqa ha spaventato i bambini di un asilo a Sonnino, in provincia di Latina. L’innocenza dei bimbi parla più dei discorsi degli adulti sulla libertà delle donne e l’Islam.

Evento n. 1: giovedì 16 settembre, alle cinque di mattina, una fonte confidenziale dell’MI5, il servizio segreto britannico, indica a Scotland Yard i nomi di sei uomini che vorrebbero uccidere il Papa. Scotland Yard, in base al Anti-Terrorism, Crime and Security Act del 2001 cattura queste persone, per poi rilasciarli poche ore dopo. I “sei spazzini islamici”, come li chiama La Stampa, non sono infatti in alcun modo una minaccia tanto che Scotland Yard, che pure potrebbe tenerli in base alla legge di cui sopra, li manda a casa: sembra che facessero del sarcasmo (pesante, d’accordo) sulle proprietà dei vetri antiproiettile della Papamobile.

Evento n. 2. Qui c’è da fare qualche correzione perché Sechi si fa prendere un po’ dall’ardore patriottico.

  1. l’Afghanistan, purtroppo, è tuttora, in molte aree, dominato dai talebani. Non dire questo equivale a mistificare il dato, equivale a dimenticare. Che gli americani e le forze alleate abbiano terribili difficoltà in Afghanistan a causa dei talebani è un fatto assodato e non starò qui a inserire links che lo provano: lo sanno anche i sassi. Sechi forse non sa che, al contrario dell’Iraq dove gli americani stanno facendo armi e bagagli, in Afghanistan arrivano nuove truppe alleate e gli stessi americani non sanno proprio come cavarsi d’impaccio? Non dire queste cose significa non rendere giustizia all’alpino colpito in Afghanistan, significa strumentalizzare la sua morte.
  2. i talebani non hanno colpito Manhattan. Fra gli attentatori non c’era nemmeno un afghano, come faceva a esserci un talebano? Gli attentatori di Manhattan, stando alle indagini ufficiali, erano arabi (soprattutto sauditi) affiliati di al-Qaida – hai presente, caro Sechi? –  non dei talebani. Che poi al-Qaida, e Bin Laden, ricevessero protezione in Afghanistan dai talebani è un altro discorso, dalle implicazioni che – caro Sechi – tu non calcoli minimamente. Per dirne una: la guerra in Afghanistan nasce non per distruggere i talebani ma per andare a prendere Bin Laden e gli al-qaidisti laggiù e per smantellare l’organizzazione di al-qaida . Si dirà: stai sottilizzando. E invece no: quando si parla di cose così brutte e difficili ogni semplificazione, ogni imprecisione – per me – è un problema. Se poi l’imprecisione nasce perché si vogliono collegare cose che non andrebbero collegate allora il problema diventa malafede.

Evento numero 3. la donna marocchina vestita con il burqa ha sì spaventato i bambini di un asilo a Sonnino ma quella donna portava suo figlio a scuola, non andava in giro con un lenzuolo addosso allo scopo di spaventare qualcuno. Questa osservazione può sembrare banale e invece non lo è. Venerdì pomeriggio mi è capitato di ascoltare su Radio Città Futura un’intervista al giornalista che ha tirato fuori la notizia e al sindaco di Sonnino. Due fonti di prima mano. Entrambi affermano che la donna è conosciuta, così come suo marito (che è l’imam di Priverno, fra l’altro). Entrambi dicono che l’amministrazione a più livelli si è attivata e che si sta cercando una soluzione condivisa, un qualcosa che vada nella direzione di un incontro fra posizioni, modi di pensare, stili di vita e non verso uno scontro.  Non c’è nessun “attacco”, c’è un problema, un caso, un solo caso, in una cittadina di 5000 persone. E ci sono persone responsabili che stanno lavorando, nella società e non tramite leggi o agitando gli animi, per arrivare  a una soluzione. Il sindaco, che fra le altre cose ha lavorato come docente nella scuola di cui parliamo, conosce il giornalista e dichiara di stimarlo, ma lo “pizzica” un po’ affermando che : “ha cercato lo scoop”. Altrove dichiara che: “Non c’è stata nessuna sommossa. Siamo un paese solidale” (qui). Rimane la domanda, di grossa pertinenza: perché una donna marocchina indossa il burqa? In Marocco le donne non indossano il burqa. E non l’hanno mai indossato. Perché, dunque, questa donna sì? Si tratta evidentemente di un qualcosa su cui approfondire, tenendo conto che abbiamo di fronte una donna giovane e che, presumibilmente, il suo burqa l’ha scelto. Purtroppo sembra che questa ultima tematica non interessi a nessuno, tantomeno al nostro eminente, caro Editorialista del Tempo.

Bene,  mi son detto grattando i capelli finti e ingoiando con allegria l’ultima stilla di brunello, riassumiamo:

  • Evento n. 1: una bufala
  • Evento n. 2: gravi errori e omissioni nella descrizione
  • Evento n. 3: benzina sul fuoco a gratis

2 “gonfiature” su 3, una delle due è proprio una bufala. Un evento descritto male e in malafede.

Conclusioni: l’attacco non c’è, Sechi è un irresponsabile.

Ma andiamo oltre, c’è di più:

Qualcuno può pensare che questi tre eventi che si sono svolti su teatri diversi siano impossibili da collegare. In realtà sono uniti da un fil rouge chiarissimo che le cattive coscienze non vogliono vedere.

Mentre Sechi, l’acuto osservatore che abbiamo appena sbugiardato, ha la coscienza a posto, e continua così:

Due mondi sono entrati in conflitto. Questa confronto produce traumi: c’è quello della guerra, della guerriglia e del terrorismo; quello dell’integrazione/disintegrazione, dell’accettazione/rifiuto dell’Occidente come sistema di regole, convivenza, libertà, costume sociale e metodo democratico. L’Islam radicale non accetta il nostro modo di vivere e concepire la società, combatte la nostra idea di civiltà, la considera lontana, abominevole, un male da cancellare con la forza delle armi, della violenza e della violazione di qualsiasi diritto.

Bene il collegamento fra i 3 eventi è molto chiaro:  i sarcastici netturbini, l’efferata banda di talebani e la giovane donna marocchina sono tutti musulmani (nel caso dei netturbini, non sappiamo nemmeno se il loro islam assuma i toni della “radicalità”) e c’è qualcuno che specula indebitamente su questo fatto perché in almeno 1 dei 3 casi (donna in burqa ) la notizia quasi non c’è.  Il fil rouge sta nel desiderio di creare conflitto.

Risultato? Sechi entra a pieno titolo nella categoria dei conflittori di civiltà cioè di quelle persone che il conflitto di civiltà lo hanno fabbricato.

Volete una riprova? Sechi non si ferma, perché un vero conflittore di civiltà va all’attacco, fa rullare i tamburi, brandisce il fucile:

Viene da chiedersi se in questo scenario esista un altro Islam, moderato, rispettoso dei diritti umani, solidale, desideroso di democrazia. Confesso il mio pessimismo. Una sola cosa è certa: se esiste, in questo momento è perdente su tutti i fronti. Questo non significa che non valga la pena di cercarlo e aiutarlo a crescere. Ma contemporaneamente l’Occidente ha il dovere di rispondere alla minaccia con la doppia arma della diplomazia e con la sua clausewiziana continuazione: la guerra.

Quindi bombe su bombe. Perché  la diplomazia  in questi casi non ha motivo di essere:  la diplomazia si fa fra Stati, non fra Stati e singoli individui (donne in burqa), gruppi di colleghi (spazzini), bande armate (talebani).

E le guerre in corso non sono contro uno Stato, islamico o meno, ma “contro il terrorismo”.

Uf, che confusione, mi son detto riempiendo di nuovo il bicchiere. Dove andrà a finire il nostro bombardiere?

Esportare la democrazia non è un errore, ma un dovere di chi ama la libertà non solo per sè ma per tutti.

E’ a questo punto che ho innalzato la mano destra e, con atteggiamento filosofico, ho teso l’indice verso l’alto, quasi a evocare Bin Laden e a deplorare l’America, quasi a voler dimostrare che stavo godendo dell’immeritata pace che altri mi garantivano. E ho scoperto che Sechi era proprio lì, su di me, e mi osservava!

Vedo già i parrucconi sollevare il ditino. Sono quelli che si godono la pace grazie all’ombrello protettivo aperto dagli altri. Sorseggiano brunello, mentre c’è chi muore al fronte. Godono a piene mani dei sacrifici delle nazioni e dei soldati che fanno la guerra. Fanno i filosofi, evocano Bin Laden e deplorano l’America mentre il mondo è pieno di gente cattiva che non vede l’ora di distruggere, cancellare dalla carta geografica gli Stati democratici.

Il gioco è fatto.

Anche qui, qui da noi c’è il male: sono i soliti borghesi da salotto che cagano in testa alla gente che sta male mentre discutono sul sesso degli angeli.

No, Sechi, a questo punto non ci sto più.

Perché il parruccone sei tu.

Perché sei tu che evochi Bin Laden.

Tu parli di aria fritta e giochi a soldatini.

Procurando allarme e giocando sulla morte altrui.

Senza un briciolo di etica professionale.

Mentre qui, noi, facciamo una fatica terribile a seguire tutto, a porci domande, a darci risposte non facili.

E non becchiamo un euro che è uno.

E il brunello ce lo sogniamo.

E le parrucche non ce le mettiamo, anche se siamo pelati*.

Sentite, facciamo così: finite voi di leggere l’articolo di Sechi.

Il link l’ho dato.

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* Ma non è il mio caso, ci tengo a dirlo.

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[fuori misura]