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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Egitto: come mettere fine a una rivoluzione in sei mosse

2011-08-04
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Da qualche giorno mi interrogo su un post di Sherif el-Sebaie, col quale condivido il progetto di Islametro e a cui riconosco  rigore e acume, ma sul quale mi trovo in disaccordo in merito alle valutazioni sulle ultime vicende egiziane*.

Penso che si debba leggere il post di Sherif ma che, almeno, lo si debba affiancare ad Alaa al-Aswany, che in  un articolo ironico (ho ripreso il titolo nel titolo del post) si rivolge a “un generale” egiziano spiegandogli come si fa a mettere fine a una rivoluzione.

Consiglio di leggerlo, per i non-anglolettori lo riduco all’osso:

  1. celebrare la rivoluzione e denunciare il deposto dittatore;
  2. preservare il vecchio regime in toto;
  3. lasciare che il paese vada in rovina;
  4. colpire l’unità del fronte rivoluzionario e frammentarlo;
  5. contenere i rivoluzionari e gettare su di loro discredito;
  6. assestare il colpo finale: aspettare che la situazione economica e la sicurezza di deteriorino fino al momento in cui la gente normale inizia a non poterne più della rivoluzione. Dire, a qual punto, che la crisi peggiorerà. Poi chiedere ai rivoluzionari di sospendere le dimostrazioni. Aspettare che essi escano di nuovo fuori, in numero minore. Sarà la loro fine: i fascisti li attaccheranno e la gente normale li maledirà. A nulla serviranno le spiegazioni: la gente normale li imputerà di tutti i mali. Documentare in fine l’odio della gente normale nei confronti dei rivoluzionari.

* le sue osservazioni sul processo a Mubarak sono preziose anche se, anche lì, non sono d’accordo su diversi punti. Ad esempio: che cos’è una “democrazia autoritaria” se non un ossimoro? L’orgoglio patrio — del tutto comprensibile — può, talvolta, sfociare in un cieco e pernicioso nazionalismo?

 

 

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4 Responses to Egitto: come mettere fine a una rivoluzione in sei mosse

  1. Stefano on 2011-08-04 at 12:50

    Lorenzo, capisco la purezza dell’idea di democrazia, ma che la democrazia autoritaria esista è un altro discorso. Qualcuno su Islametro (mi sa proprio te) ha definito l’Iran attuale come una democrazia nonostante le distorsioni: non è una democrazia autoritaria?
    Se Mubarak fosse stato compiutamente un tiranno non sarebbe stato possibile deporlo, o I’ll prezzo sarebbe stato molto più elevato. Fondamentalmente, condivido quel che dice Sherif, che I pare sensato e non accecato da alcun paraocchio. Sul post invece, purtroppo l’analisi non fa una grinza.

  2. Lorenzo Declich on 2011-08-04 at 13:16

    > Se Mubarak fosse stato compiutamente un tiranno non sarebbe stato possibile deporlo,
    > o I’ll prezzo sarebbe stato molto più elevato.

    Su questo hai ragione, ed anzi su questi parametri bisognerebbe ragionare quando si parla delle situazioni di Marocco (più alto grado di democrazia), Libia e Siria (più basso) ad esempio. Non vorrei cadere però nell’errore del “meno peggio” per giustificare cose inaccettabili. Il rischio è di considerare la democrazia un vestito più o meno ben cucito.

  3. Stefano on 2011-08-04 at 14:37

    Certi percorsi sono lenti. Si parte con le idee migliori e poi si compromette per arrivare da qualche parte. Non si deve partire col meno peggio, e l’accettazione del meno peggio deve essere sempre una cosa temporanea; ma per eliminare il masso che ostruisce il sentiero hai due possibilità: una forza enormemente superiore al masso o tante spintarelle.
    Ovviamente, il compromesso si porta appresso tutti i rischi che citi nel post, ma non so se realisticamente ci sono strade differenti…

  4. valerio on 2011-08-04 at 18:07

    “L’esperienza mostra che il momento più pericoloso per un cattivo governo è in genere proprio quando sta cominciando ad emendarsi.”
    Charles-Alexis de Tocqueville

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