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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Rivolte e nuovi media

2011-05-16
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[Valerio mi manda questo pezzo di Tiziano Colombi molto documentato che volentieri pubblico sebbene non rispetti gli standard “minimalisti” di questo blog (c’è la bibliografia!). Le opinioni espresse, ovviamente, sono le sue e io mi riservo di commentarle. N.d.r.]

Dopo le proteste e gli scontri che hanno segnato la fine del regime del dittatore Ben Alì è comparsa sui muri di Tunisi la scritta: “Merci le peuple! Merci Facebook” (Paolo Zanuttini, Così nasce una democrazia senza troppa paura dell’islam, Il Venerdì, 29 aprile 2011). Il graffito sembra avvalorare le numerose tesi giornalistiche che nel raccontare le rivolte di questi mesi in Medio Oriente hanno spesso usato espressioni come “rivoluzioni di Twitter” o “rivoluzioni di Wikileaks”.

Questo orientamento tuttavia appare più come una riduzione di complessità riferita a eventi tanto drammatici quanto complessi. Numerosi gli interventi di esperti dei media e professionisti del settore, accademici e non, che hanno provato ad approfondire l’analisi sulle “nuove rivoluzioni”.

Rivolte virtuali.

Tra quanti hanno definito il ruolo dei social media quantomeno rilevante nella genesi dei fatti del nord Africa troviamo l’autorevole blogger politico Andrew Sullivan (Andrew Sullivan, Could Tunisia be the next Twitter revolution?, The Daily Dish, www.theatlantic.com , 13 gennaio 2001). Egli ritiene che quando i ricordi e gli accadimenti dell’ultimo anno potranno essere analizzati con più calma si noterà il contributo fornito alla causa dei ribelli da piattaforme come Twitter e Facebook. Sullivan parla a questo proposito di un aiuto importante sia per quanto concerne la mobilitazione sia la circolazione di informazioni.

Elizabeth Dickinson fa notare come i cablo di Wikileaks abbiano consolidato il malcontento dell’opinione pubblica tunisina fornendo particolari sul sistema di corruzione costruito dalla famiglia di Ben Alì:

I tunisini non avevano bisogno di altre ragioni per protestare, quando sono scesi in piazza nelle scorse settimane – i prezzi alimentari erano in aumento, la corruzione era dilagante, e la disoccupazione era sconcertante. Ma potremmo anche contare la Tunisia come la prima volta in cui Wikileaks ha spinto le persone oltre il limite (Elizabeth Dickinson, The first Wikileaks revolution?, www.foreignpolicy.com, 13 gennaio 2001).

Anche Manuel Castells ha sottolineato il ruolo fondamentale della rete nella riorganizzazione del flusso informativo durante le lotte del Maghreb:

Al Jazera ha raccolto le informazioni diffuse su internet dai cittadini usandole come fonti e ha organizzato dei gruppi su Facebook, trasmettendo poi gratuitamente le notizie sui cellulari. Così è nato un nuovo sistema di comunicazioni di massa costruito come un mix interattivo tra tv, internet, radio e sistemi di comunicazione mobile. La comunicazione del futuro è già usata dalle rivoluzioni del presente (Manuel Castells, I gelsomini tunisini viaggiano in rete, Internazionale, 4/10 febbraio 2011).

Sempre Castells si sofferma sui tratti innovativi assunti dalle rivolte proprio grazie ai nuovi media:

Senza questi nuovi modi per comunicare la rivoluzione tunisina non avrebbe avuto le stesse caratteristiche: la spontaneità, l’assenza di leader, il protagonismo di studenti e professionisti, con i politici dell’opposizione e dei sindacati che hanno dato sostegno a un processo ormai avviato (Ibidem).

In tutti gli interventi sopracitati l’accento è posto sull’influenza positiva avuta dalle nuove forme di aggregazione e comunicazione offerte dal web. Una posizione che trova nelle teorie di Clay Shirky la sua elaborazione più efficace:

Gli strumenti sociali non creano l’azione collettiva, semplicemente ne rimuovono gli ostacoli. Questi ultimi sono stati però così significativi e invasivi che, nel momento in cui vengono rimossi, il mondo comincia diventare un mondo diverso. Ecco perché i cambiamenti più significativi non sono basati sulle tecnologie scintillanti e complesse, ma piuttosto su strumenti semplici e facili da usare […]. Le rivoluzioni non avvengono quando le persone abbracciano nuove tecnologie ma quando adottano nuovi comportamenti (Clay Shirky, Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, Codice edizioni, Torino, 2009, pag.119).

E’ forse qui che si possono rintracciare elementi di novità nell’introduzione dei social media nella pratiche di opposizione da parte della società civile. Nessun legame di causa ed effetto. I popoli dell’Egitto, della Tunisia, della Libia e prima di loro il Movimento Verde in Iran non hanno trovato in Twitter o in Facebook gli elementi fondanti del loro agire sociale. Tuttavia coloro i quali hanno potuto accedere a queste piattaforme alternative hanno modificato quantomeno la percezione di eventi tanto destabilizzanti introducendo uno scarto mai verificatosi fino a oggi. Ecco come ancora Clay Shirky definisce il nuovo scenario:

internet aumenta la vita sociale del mondo reale piuttosto che offrire un mondo alternativo. Invece di diventare un cyberspazio separato, le reti elettroniche si stanno radicando profondamente nella nostra vita (Ivi, pag 146).

L’equazione di Jeff Neumann bene si presta a riassumere il contenuto di quanto detto finora:

Did social media have an effect on events in Tunisia? Undoubtedly, yes. Is this a social media revolution? Absolutely not (i social media hanno forse avuto un effetto sugli eventi in Tunisia? Sì, senza dubbio. Dunque questa è la rivoluzione dei social media? Assolutamente no. Jeff Neumann, Social media didn’t oust Tunisia’s president – the Tunisian people did, www.gawker.com, 15 gennaio 2011).

Rivolte reali.

Se da una lato dunque sono in molti, seppur eterogenei, i pareri positivi sull’influenza delle nuove tecnologie di rete nelle azioni di piazza di questi mesi, altrettanti sono coloro che hanno manifestato dubbi e perplessità.

La prima obbiezione trova riscontro nei dati di cronaca.  Scrive infatti il giornalista americano David Rieff:

se l’insurrezione tunisina ha avuto una causa scatenante, bisognerebbe cercarla in un gesto politico tutt’altro che virtuale. Parlo della decisione di Mohamed Bouazizi – un ambulante di Sidi Bouzid, una cittadina nella Tunisia centrale – di darsi fuoco per protestare contro la polizia che gli aveva sequestrato il carrettino e i prodotti che tentava di vendere […]. E’ stato il suo gesto a scatenare le prime manifestazioni antigovernative in Tunisia, imitato da varie altre persone che si sono immolate un po’ dappertutto dall’Egitto alla Mauritania. Nelle narrazione dei cyberutopisti, i gesti di auto immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweets di piazza Tahrir, tifiamo per noi stessi (David Rieff, La rivoluzione di Twitter non riempie la pancia, Internazionale, 18/24 febbraio 2011).

I social media ritratti come icone rivoluzionarie rispondono a quell’aspetto della media logic che vede nella personalizzazione la chiave del racconto giornalistico, il logo di Twitter sostituisce l’immagine di Che Guevara. Servono leader per raccontare le rivoluzioni e le folle eterogenee scese in piazza in tutto il Maghreb non sono mediaticamente appetibili in tal senso.

Un ulteriore aspetto può essere preso in considerazione: il concetto di “cronocentricity” (Tom Standage, The victoria internet: the remarcable story of the telegraph and the nineteenth century’s on-line pioneers, Barkley Trade, 1999), formulato da Tom Standage a proposito del telegrafo. Si tratterebbe in sostanza di una fascinazione temporale per le tecnologie del presente tale da far supporre a quanti ne fanno uso che queste siano il volano della storia. Ignorando per esempio che:

la blogosfera iraniana non è solo il luogo dove le donne alzano la bandiera dei diritti negati, i giovani criticano la polizia, i riformisti auspicano i cambiamenti e i giornalisti combattono la censura; è anche il luogo dell’Olocausto negato, della difesa della rivoluzione islamica, della mobilitazione degli studenti pro Ahmadineijad (Paola Stringa, Blogdemocrazia. Come si forma oggi l’opinione pubblica, Carocci editore, Roma, 2011, pag.81).

Sul versante della smitizzazione del valore della rete come macchina sovvertitrice delle dinamiche di potere si muove l’autore di The Net Delusion Evgeny Morozov, ricercatore di origine bielorussa che insegna a Stanford:

Non mi sono mai sognato di avanzare la tesi che le dittature, una volta diventate digitali, sarebbero divenute invulnerabili alla protesta popolare e al cambiamento democratico. Sarebbe una argomentazione ridicola, resa anzi ancora più ridicola dal ruolo che essa assegna alla tecnologia come motore di eventi politici e sociali. Chiunque pensi che la tecnologia possa far regnare per sempre i dittatori sarebbe altrettanto fuori strada di chi pensa che la tecnologia serva a far trionfare i dissidenti basta che aprano abbastanza profili Facebook. Nessun tipo di controllo di internet può risolvere il problema della disoccupazione. Guardando alla Tunisia e all’Egitto, vedo due regimi che non sono stati particolarmente capaci a governare il flusso informativo (oltre agli altri numerosi errori commessi). Le cose sarebbero potute andare in modo differente se la polizia segreta di Mubarak e i suoi pierre fossero stati altrettanto dotati di quelli cinesi? Possibile (Filippo Sensi, Il lato oscuro della rete, intervista con Evgeny Morozov, Europa, 16 aprile 2001)

Due aspetti vengono dunque messi in evidenza: la tendenza a rappresentare il mondo  attraverso il filtro di una sorta di “orientalismo tecnologico” (Edward W. Said, Orientalismo. L’immagine Europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2002) e la poca attenzione riposta nelle possibili controindicazioni dei nuovi network sociali,  soprattutto in contesti politici venati di autoritarismo.

Emblematico in tal senso il caso della “democrazia con regole cinesi” di cui parla Paola Stringa dove anche un colosso come il motore di ricerca Google ha dovuto arrendersi, per restare sul mercato, ai diktat del governo di Pechino:

La partita della comunicazione, dei blog e dei social network in Cina è una partita geopolitica, anche se i casi di scontro con multinazionali del settore non sono ancora rientrati nelle agende governative mondiali, ma potrebbero presto entrarci se internet diventa un nuovo pilastro della politica estera degli Stati Uniti, come hanno fatto pensare alcune dichiarazioni del segretario di Stato Hillary Clinton all’indomani del caso Google, sul fatto che una nuova cortina dell’informazione stia calando su larga parte del mondo (Paola Stringa, Blogdemocrazia. Come si forma oggi l’opinione pubblica, Carocci editore, Roma, 2011, pag.73).

Alto è dunque il grado di incertezza che governa lo sviluppo delle nuove tecnologie. A grandi potenzialità corrispondono altrettante criticità. Occorre dunque prendere atto della possibilità che le teorie elitiste di Gaetano Mosca e Roberto Michels potrebbero valere anche per il mondo della rete. Nemmeno un “positivista” come Shirky allontana questa idea quando sostiene:

[…] una verità fondamentale dei sistemi sociali: nessuno sforzo nel creare valore di gruppo può avere successo senza una qualche forma di governo. I gruppi che attualmente adottano gli strumenti sociali formano un’ala sperimentatrice della filosofia politica, e possono trovare una risposta alle difficili domande sulla gestione delle aggregazioni. Uno degli aspetti più notevoli dello sfruttamento del valore sociale è che i gruppi tendono a essere omeostatici, vale a dire resistenti alle pressioni esterne. L’esempio classico dell’omeostasi è la temperatura corporea dell’individuo. Gli esseri umani hanno una temperatura interna di circa 36.5°C sia che si trovino nel Sahra sia che si trovino nell’Artico. Anche un gruppo, una volta formato, può raggiungere l’omeostasi, trovando modi per rimanere unito anche quando l’ambiente cambia (Clay Shirky, Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, Codice edizioni, Torino, 2009, pag.?).

Da qui allora la necessità di pensare a nuovi “format di partecipazione” secondo una definizione di Juan Carlos De Martin, il quale parla anche di potere come capacità di organizzazione. Stare in rete dandosi regole condivise, puntare sull’alfabetizzazione informatica (Juan Carlos De Martin, Maurizio Ferraris, Carlo Infante, Potere del web. Poter del web, (conferenza Biennale Democrazia), 15 aprile 2011). Lo scopo è evitare la deriva di uno strumento che, nato libero per motivi tecnologici, potrebbe anche divenire strumento di coercizione.

Nelle parole scritte da Mosca ne La classe politica, testo lontanissimo dal trattare tematiche inerenti al web eppure sorprendentemente attuale, si legge:

Cento che agiscono sempre di concerto  e di intesa gli uni con gli altri trionferanno su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra loro (Gaetano Mosca, La classe politica, Laterza, Bari, 1966, pag.54).

Cyberottimisti e Cyberpessimisti.

Uno degli interventi che ha maggiormente alimentato il dibattito sul tema delle rivolte e dei nuovi media è stato quello di Malcolm Gladwell sul The New Yorker (ripreso in Italia da Internazionale con il titolo “Twitter non fa la rivoluzione”). Il teorico del “punto critico” analizzando i principali aspetti del movimento per i diritti civili che agli inizi degli anni ’60 portò in America a una svolta sul tema della questione razziale rileva:

[…] il movimento per i diritti civili fu più simile a una campagna militare che a un contagio […] era militanza ad alto rischio. Era anche, e soprattutto, una forma di militanza strategica: una sfida all’establishment, organizzata con precisione e disciplina (Malcolm Gladwell, Small change, The New Yorker, 4 ottobre 2010).

Caratteristiche queste antitetiche rispetto alla struttura dei social media e alla loro organizzazione:

È la distinzione fondamentale tra la militanza tradizionale e la sua variante online: i social media non sono organizzazioni gerarchiche. Sono strumenti per creare reti, che sono l’opposto per struttura e carattere, delle gerarchie, le reti non sono controllate da un’unica autorità centrale, le decisioni vengono prese per consenso, e i rapporti che legano le persone al gruppo sono deboli.  […]. Non possono pensare in modo strategico, sono cronicamente più inclini ai conflitti e agli errori. Com’è possibile compiere scelte di strategia o di orientamento filosofico quando tutti i membri sono sullo stesso piano? (Ibidem)

Per Gladwell l’orizzontalità della comunicazione non è un fattore in grado di consolidare la militanza politica. Al contrario questo sarebbe il difetto più evidente delle rivolte nordafricane. La mancanza di un ordine e di una leadership come quella incarnata dalla chiesa nera e dal suo vertice indiscusso Martin Luther King non sono elementi di contorno ma il fondamento del successo di una strategia di opposizione e rivendicazione.

Di parere opposto è Henry Jenkins direttore del Comparative Media Studies del Mit. Egli infatti riprendendo il concetto di “adhoc–crazia” categorizzato dallo scrittore di fantascienza Cory Doctorow scrive:

All’opposto di una burocrazia, una adhoc-crazia è un’organizzazione caratterizzata dall’assenza di gerarchie. Al suo interno, ogni persona contribuisce ad affrontare un particolare problema affidandosi alle proprie conoscenze e capacità, e i ruoli di leadership si alternano con il variare dei compiti. Una adhoc-crazia, perciò, è una comunità del sapere che trasforma l’informazione in azione (Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Milano, 2007, pag. 275).

Di certo il modo in cui gli individui condividono lo spazio pubblico e articolano il loro agire sociale sta subendo profonde trasformazioni. Siamo di fronte a una rivoluzione? Difficile dirlo.

 

Riferimenti bibliografici.

– Castells Manuel, I gelsomini tunisini viaggiano in rete, Internazionale, 4/10 febbraio 2011.

– De Martin Juan Carlos, Maurizio Ferraris, Carlo Infante, Potere del web. Poter del web, (conferenza Biennale Democrazia), 15 aprile 2011.

– Dickinson Elizabeth, The first Wikileaks revolution?, www.foreignpolicy.com, 13 gennaio 2001.

– Doctorow Cory, Down and out in the magic Kingdom, Tor, New York, 2003.

– Durschmied Erik, Rivoluzione. Il rivoluzionario vero è il rivoluzionario morto, Piemme, Alessandria, 2002.

–  Fini Massimo, Sudditi. Manifesto contro la democrazia, Marsilio, Venezia, 2004.

–  Gladwell Malcolm, Small change, The New Yorker, 4 ottobre 2010 (trad. it., Twitter non fa la rivoluzione, Internazionale, 4/10 febbraio 2011.)

–  Jenkins Henry, Cultura convergente, Apogeo, Milano, 2007.

– Maistrello Sergio, Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, Apogeo, Milano, 2010.

– Morozov Evgeny, The Net Delusion. The dark side of internet freedom, PublicAffairs, 2011.

– Mosca Gaetano, La classe politica, Laterza, Bari, 1966.

– Neumann Jeff, Social media didn’t oust Tunisia’s president – the Tunisian people did, www.gawker.com, 15 gennaio 2011.

– Rieff David, La rivoluzione di Twitter non riempie la pancia, Internazionale, 18/24 febbraio 2011.

– Said Edward W., Orientalismo. L’immagine Europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2002.

– Sensi Filippo, Il lato oscuro della rete- intervista con Evgeny Morozov, Europa, 16 aprile 2001.

– Shirky Clay, Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, Codice edizioni, Torino, 2009.

– Standage Tom, The victoria internet: the remarcable story of the telegraph and the nineteenth century’s on-line pioneers, Barkley Trade, 1999.

– Stringa Paola, Blogdemocrazia. Come si forma oggi l’opinione pubblica, Carocci editore, Roma, 2011.

– Sullivan Andrew, Could Tunisia be the next Twitter revolution?, The Daily Dish, www.theatlantic.com , 13 gennaio 2001.

– Zanuttini Paolo, Così nasce una democrazia senza troppa paura dell’islam, Il Venerdì, 29 aprile 2011.

 

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