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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Le rivolte arabe, il complotto globale, l'asimmetria delle forze in campo

2012-05-07
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Di complottardi, in Italia e nel mondo, ce ne sono molti. Ultimamente pensano alle rivolte arabe come a un “grande disegno” ordito dagli americani in combutta con i paesi del Golfo (ci è voluto un po’ prima che questi ultimi fossero inclusi, prima tutti pensavano che al-Jazeera fosse buona, un giusto contrappeso al dominio americano dei media) per entrare nei paesi in rivolta e conquistarli.

A loro mi rivolgo, chiedendogli di leggere attentamente quanto segue:

Yemen: lì c’è stata una rivolta, subito “coartata” da opportunisti di regime che, mettendosi d’accordo con americani e sauditi, hanno assunto il potere tramite elezioni-farsa, scalzando Saleh pur essendo fino a ieri suoi amici. Lì, insomma, le grandi forze esterne capaci di condizionare gli eventi hanno trovato la soluzione più semplice per ottenere ciò che volevano. Da mesi in Yemen si è manifestato un barlume di società civile che combatte, subendo violenze di ogni genere, per un paese nuovo. Ma non c’è Clinton o al-Arabiya che vadano in loro soccorso. C’è per di più l’avanzata degli Ansar al-Sharia che, come al tempo di Saleh, serve all’attuale regime per calmierare i rapporti internazionali: più i jihadisti sono attivi meno la comunità internazionale interverrà con pressioni al cambiamento. I complottardi, nel caso yemenita, si scagliano contro Stati Uniti e paesi del Golfo, ma cancellano la società civile.

Algeria: lì da moltissimo tempo, anche da prima del 2010, la società civile è in subbuglio, ogni giorno si verifica una protesta, ogni giorno il regime reprime con violenza. Neanche lì Clinton o al-Jazeera muovono paglia e, semplicemente, non si parla dell’Algeria. Non ne parlano nemmeno i complottardi se non –in rari casi — per dire che anche lì c’è un disegno per abbattere il glorioso regime il quale però, piccolo dettaglio, da sempre usa “al-Qaida” per armarsi fino ai denti in accordo con gli americani.

Marocco: lì c’è un movimento giovanile che viene represso con la violenza. Il Re è un corrotto che ciclicamente cambia la Costituzione in qualche dettaglio lasciando per sé un’ampissima fetta di potere. Ma lì gli americani sono di casa, tradizionalmente, e il Re è amico dei petromonarchi. Dunque lì nessuno ha “aiutato” i rivoltosi e, nell’altima tornata elettorale, si è passato direttamente a “inglobare” alcuni islamisti nel gioco del potere. I complottardi generalmente evitano di parlare del Marocco perché il movimento, lì, non può davvero rientrare nel complotto. Altra possibilità: lo supportano, scagliandosi contro Stati Uniti e petromonarchie.

Bahrain: lì un’ampia fetta di popolazione si è rivoltata nel giardino dei petromonarchi e gli Stati Uniti sono rimasti a guardare. I complottardi, anche qui, appoggiano la rivolta, agitandosi per le infamità perpetrare da Stati Uniti e petromonarchie. A differenza dello Yemen, dove la ignorano, “considerano” l’emersione della società civile, la danno per esistente.

Siria: lì sono nati movimenti per abbattere la tirannia ma gli interessi contrastanti delle grandi potenze, da una parte Cina e Russia e dall’altra Stati Uniti e paesi del Golfo, hanno permesso ad al-Asad uno spazio di manovra che questi ha sfruttato trasformando la rivolta in un massacro. Quello che è successo è solo la (ovvia) conseguenza dell’inazione iniziale della comunità internazionale, che il massacro lo è stato a guardare per mesi. I complottardi qui, a giochi ormai ampiamente fatti, identificano i rivoltosi con gli Stati Uniti e i paesi del Golfo. Una magmatica “al-Qaida” è qui “alleata” a questi ultimi, laddove in Yemen e Algeria è, nel silenzio dei complottardi, usata dai regimi per avere il semaforo verde dagli americani.

Bene, consideriamo gli esempi tutti insieme: le variabili stabili sono

  1. i rivoltosi, che vengono “oscurati”
  2. il “non-cambio” di regime, o “cambio farsa” (Yemen).

Sebbene i rivoltosi siano uguali ovunque, chiedono le stesse cose, i complottardi non sono disposti ad accordare loro il “premio genuinità” se non quando la cosa funziona all’interno dello schema del complotto.

Chi dice che i rivoltosi sono “manovratori” per conto terzi si chieda perché, ad esempio, “tifa” contemporaneamente per il regime algerino o siriano e per i rivoltosi del Bahrain. Perché non ha nulla da dire sullo Yemen e ben poco sul Marocco.

Fatto? Convinti?

Bene: ora si faccia lo sforzo di considerare l’asimmetria delle forze in campo.

Pensate a un drone di ultima generazione contro una donna sudyemenita.

Sparate una pallottola su un muro e poi scagliate una pietra sullo stesso muro, e guardate la differenza.

Immaginate il potenziale organizzativo di una gerarchia militare e paragonatelo con quello espresso in una riunione clandestina di rivoltosi.

Paragonate l’effetto, quasi solo mediatico, di una “disobbedienza civile” in Italia (es. NO TAV) e l’effetto di una “disobbedienza civile”, decine di morti, in un paese dove vige da decine di anni lo stato di emergenza.

Fatto?

L’asimmetria delle forze in campo crea illusioni ottiche. Se da una parte i rivoltosi chiedono tutti le stesse cose dall’altra reagiscono in maniere diverse in base alla repressione che subiscono e al livello di organizzazione che sono riusciti a darsi.

Anche a livello mediatico, che in più è infarcito di propaganda, la narrativa di ogni situazione particolare è affetta dalla cecità data dall’asimmetria.

Riguardo allo Yemen i più avveduti parlano di “rivoluzione parallela” ma, sostanzialmente, la maggior parte dei media non fa che parlare di al-Qaida. L’Algeria, anche, è “qaidizzata”, ma lì non si è parlato neanche di “primavera”, gli algerini con la primavera araba non ci hanno niente a che fare, pare. In Marocco si considerano le ragioni del Re, si fa il dibattito sulle innovazioni contenute nella nuova Costituzione e si tratta il movimento paternalisticamente, salvo poi reprimerlo pesantemente quando i riflettori sono spenti. Per la Siria è stato sdoganato il termine “terroristi” e si applica la narrativa della “guerra civile”, dimenticando migliaia di persone inermi uccise con armi da fuoco. Del Bahrain si parla in termini di “conflitto settario” e, cercando di aggirare l’ipocrisia di non voler veramente criticare il regime, di “diritti umani”.

Ok.

Ora, calcolati gli effetti dell’asimmetria, aggiungete i chiari, evidentissimi interessi dei vari attori internazionali nell’area e avrete il quadro completo della situazione.

E, magari, pensate alla teoria in base alla quale le rivoluzioni le ha fatte l’America tramite internet e riflettete sulla sua povertà, sul semplicismo che essa esprime.

La verità è che tutto è alla luce del sole, e tutto è terribilmente angosciante.

Le rivolte arabe sono genuine, sono state represse come era ovvio che fosse, non hanno ricevuto il sostegno che meritavano.

E tutto questo è molto meno rassicurante di un complotto, dal quale non ci si può sottrarre.

 

 

 

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8 Responses to Le rivolte arabe, il complotto globale, l'asimmetria delle forze in campo

  1. karim on 2012-05-07 at 14:31

    Hai ragione. è pesante e stancante l’attitudine di chi ci vede solo la mano del complotto.
    Credo che lo dobbiamo in buona parte alla guerra fredda questo approccio tutto tarato su quanto gli Stati uniti e l’occidente siano dietro alle cose.
    Ma credo anche che l’approccio del dire che è tutto puro e genuino sia anch’esso falso e per lo meno ingenuo.
    Le rivolte ci sono. I ragazzi che si danno fuoco ci sono. La rabbia c’è. La disperazione c’è.C’è anche la volontà di finire con l’oppressione e Il troppo terrore per troppi anni anni che porta la fine del terrore.
    I ragazzi in Cabilia (Algeria), già nel 2001 affrontavano le pallottole a petto nudo gridando non potete ucciderci siamo già morti.
    Però c’è anche la volontà di recuperare, di manipolare, di deviare. Da parte dei regimi stessi. Da parte dei loro vicini. Da parte delle potenze regionali e globali.
    Non è così semplice. In Siria come in Libia, la volontà popolare di farla finita c’è. Ma ci sono anche i mercenari stranieri, i trafficanti d’armi, i soldi dell’Arabia Saudita e del Qatar. C’è la copertura selettiva dei media.
    A gennaio del 2011 scrivevo questo pezzo: http://karim-metref.over-blog.org/article-e-se-lasciassimo-fiorire-il-gelsomino-65854521.html
    Credo che c’è una prima fase prima della Libia, e una seconda fase dalla Libia in poi. Una un po’ più confusa in cui nessuno capiva molto bene cosa succedesse e una altra in cui qualcuno si è organizzato e riesce a dare una certa direzione. Le rivolte hanno perso di slancio e le dittature si sono riorganizzate e attrezzate. I ragazzi del Marocco e dell’Algeria sono passati sotto silenzio perché i loro governi sono sotto controllo.
    Insomma credo non sia dovuto tutto a un complotto. Ma credo che di complotti ce ne siano in corso una miriade. E leggere la situazione come solo complotto o priva di complotti sono entrambe letture monche.

    • Lorenzo Declich on 2012-05-07 at 14:58

      Il problema, secondo me, sta nel fatto che in molti vogliono “ridurre a uno” le strategie dei vari attori in campo, e poi prendere posizione “pro” o “contro”. Mentre, appunto, le strategie (o complotti, ma per me, per non confondere, è meglio chiamarle strategie) sono molte, come è ovvio. Voglio dire: andando nel particolare e cercando si capisce (quasi) tutto quello che succede, ma non bisogna partire col pregiudizio e/o con tesi preconfezionate.

  2. Michelangelo Severgnini on 2012-05-07 at 19:39

    perché un pagliaio bruci c’è bisogno di paglia e di una scintilla. paglia (malcontento, disagio, miseria) nei paesi arabi ce n’era tanta. la scintilla è stata accesa da qualcun altro che ha lasciato che tutto bruciasse finché gli è convenuto, per poi ritornare a essere pompiere. nel libro seguente si dimostra come alcuni attivisti in tunisia ed egitto e libia fossero al corrente della caduta dei regimi almeno da un anno prima dell’inizio delle rivolte

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/alfredo-macchi/200498/

    oppure confrontare i link di seguito:

    • Lorenzo Declich on 2012-05-08 at 07:51

      Ciao Michelangelo, mi dai modo di mettere in ordine alcune idee.

      il libro cui fai riferimento presenta con enfasi dati e concetti che sono di dominio pubblico da un bel po’.

      La vicenda di Otpor è ben raccontata il 16 febbraio 2011 su Foreign Policy (sì, FP) da Tina Rosemberg.

      Consiglio la lettura di quell’articolo, in cui la vicenda, raccontata nei dettagli, appare nella sua completezza:

      http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/02/16/revolution_u?page=full

      Spiega anche le relazioni di questi attivisti con quella realtà organizzativa.

      Riguardo al simbolo del movimento 6 aprile, considerato una “prova del complotto” si potrebbe fare dell’ironia: se un’operazione è così “soffolta” ci si fa “scoprire” in maniera così stupida inserendo un simbolo che lega in maniera così evidente gli attivisti a Otpor?

      Leggendo i racconti che gli attivisti fanno sull’accaduto e sulle loro aspettative (ad esempio nel libro di Azzura Meringolo) appare ovvio che stessero preparando da tempo la rivolta. Nessuno qui dice che le rivolte siano state “spontanee”, ma “genuine”. Se volessi fare una rivolta nonviolenta o comunque pacifica avendo una qualche speranza di vincere attingerei anch’io alle fonti indicate da molti come spia del complotto (Sharp, ad esempio).

      Riguardo a questo brano dell’articolo che hai citato:

      “E documenti ufficiali, pubblicati per la prima volta, svelano l’appartenenza all’Alliance of Youth Movements – organizzazione creata nel 2008 dal Dipartimento di Stato americano e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane – del Movimento del 6 Aprile. La parola d’ordine sarebbe ”aiutare a superare le censure dei regimi, rimanendo anonimi, a fare attività politica tramite i social network”. Emerge che gli Usa sostengono i movimenti più laici e legati ai social network mentre le monarchie arabe rispondono supportando quelli religiosi. Perché gli Stati Uniti intendono abbattere i regimi ostili al libero mercato, obiettivo di un disegno geostrategico per l’area mediorientale degli interessi per le risorse petrolifere, che coinvolge Russia e Cina.”

      1. i “documenti ufficiali” sono quelli di Wikileaks, li ho letti. Se ne deduce, anche, che nonostante quelle organizzazioni e l’amministrazione americane abbiano da sempre (e ovunque) lavorato nella direzione indicata, l’amministrazione stessa non era granché fiduciosa che quegli sforzi arrivassero a buon fine.
      Riguardo a questi argomenti buoni punti di partenza sono questi due post (notare le date):

      https://in30secondi.altervista.org/2011/01/29/egitto-il-manualetto-della-rivolta/
      https://in30secondi.altervista.org/2011/01/26/egitto-sciopero-generale/

      Il fatto è che tutto questo, come scrivo, era alla luce del sole, non c’è niente di segreto.

      2. Quanto poi all’appoggio al libero mercato: gli islamisti, come mi sforzo di spiegare da tempo ormai immemorabile (vedi la categoria “islamercato”) sono molto, ma molto più disponibili al libero mercato di quanto non lo siano gli odierni militari al potere in Egitto o di quanto fossero Ben Ali e Mubarak in passato. L’idea che i “laici” fossero più aperti all’idea del libero mercato è sbagliata. Non è un caso che, finite le rivolte, i movimenti che le hanno promosse siano stati messi all’angolo: chiedevano dignità ma soprattutto una giustizia sociale che i grandi interessi economici mondiali non hanno alcuna voglia di concedere. Si veda la piattaforma del 25 gennaio:

      https://in30secondi.altervista.org/2011/01/25/egitto-tutto-quello-che-dovreste-sapere-sulla-manifestazione-del-25-gennaio/

      E si veda anche la composizione sociale dei rivoltosi (sì, c’erano i geek, i giovani libertari della borghesia, ma anche i sindacati, specialmente in Tunisia, e nel caso dell’Egitto ampie fasce di lavoratori del pubblico impiego, che volevano l’innalzamento del salario minimo).

      Piuttosto dai cable di wikileaks emerge che gli americani erano alla spasmodica ricerca, anche ad esempio in Siria (https://in30secondi.altervista.org/2011/04/29/wikileaks-arabo-damasco-da-al-akhbar/) di contatti con la Fratellanza Musulmana. E la cosa non va vista, ancora una volta, in maniera complottista: gli americani, che nonostante tutto non sono scemi, sapevano perfettamente che alla lunga i Fratelli, col loro portato di “islamercato” e la loro base sociale immensa, costruita in decine di anni, sarebbero stati il vero referente futuro per quelle aree.

      Ogni amministrazione americana, da che mondo è mondo, prepara un “piano b” e un “piano c” per difendere i propri interessi. Fanno come tutti (escludendo gli italiani nell’era berlusconi :-)) ), con la differenza che in molte cose, quasi tutte, sono i più potenti. Chiamatelo imperialismo, se volete, ma anche no. Anche per la Siria si esercitano in “piani” per il futuro, è normale: non sarebbero così potenti se non facessero così (e con questo, ovviamente, non voglio dire che siano buoni, anzi). Si preparano a tutte le evenienze per riuscire a prendere il sopravvento al momento giusto e in qualsiasi evenienza. Da qui a pensare a “un complotto” di strada ce n’è. Voglio dire: di complotti ce ne sono, eccome, ma penso che:

      1. venirne a conoscenza non è così semplice
      2. avvengono soprattutto all’interno (scontri all’interno dei servizi segreti, all’interno delle amministrazioni etc.) e solo in seconda battuta danno esiti, anche catastrofici, all’esterno.

      In definitiva “complottizzare” la narrazione laddove, ripeto, tutto era “in chiaro” da prima non aiuta la comprensione dei fatti. E’ un bell’espediente narrativo, questo sì.

  3. anna vanzan on 2012-05-08 at 05:46

    grazie Lor, aggiungerei che quanto accade in Bahrein viene volutamente nascosto sotto il pretesto che si tratat di una rivolta sciita e che cìè l’Iran dietro, quindi che la gente muoia non importa a nessuno, alla faccia dei diritti umani. inoltre, hanno detto la stessa cosa (complotto US) quando gli iraniani sono scesi in piazza nel 2009 e purtroppo questa fola gira nei ns ambienti mediatici “di sinistra”

  4. Michelangelo Severgnini on 2012-05-08 at 09:24

    http://www.kapdkjumb.it/blog/what-repair-mr-obama

    13 febbraio 2011, di Otpor coinvolto nelle rivolte ne parlai per primo io sul mio blog. se non altro perché ero a Belgrado tra il 1999 e il 2001 e quei ragazzi li ho visti crescere e quindi ho fiutato subito la loro presenza. inoltre mio fratello era a Tunisi in quei mesi e mi passava notizie fresche. avendo conosciuto a fondo la realtà di Otpor in quegli anni penso di essermi fatto un’idea della loro capacità di impatto, soprattutto se affiancata da una pressione internazionale contro il dittatore (cosa avvenuta contro tutti quei regimi dove poi il dittatore è caduto). quindi, per questo e altri episodi diretti, mi sono fatto un po’ le mie idee..
    non serve negare la legittimità e la genuinità delle rivendicazioni dei popoli arabi per riconoscere un piano preciso americano per la sostituzione di questi regimi. ho vissuto 2 anni 2 mezzo in turchia, l’islamercato, come tu dici, lo conosco bene. immagino conoscerai bene il discorso che Obama tenne al Cairo nel giugno 2009. la mia idea è che questo era l’ultimo treno per mantenere il mondo islamico sotto l’influenza occidentale, la Cina se lo sarebbe presto inghiottito come già ha fatto per l’Africa nera. i vecchi dittatori, alla testa di cricche clientelari e mafiose, erano permeabili agli investimenti sottobanco che i cinesi tentavano per inserirsi in queste economie. gli unici veramente fedeli all’america erano rimasti (e sono) gli eserciti (e se ne immagina il motivo, con tutte le armi che ricevono). lo schema è stato: perno sugli eserciti nazionali che hanno garantito continuità di interessi e evitato derive rivoluzionarie, rabbia sfogata dalla gente a favore di telecamera, dichiarazioni di condanna della repressione da parte delle grandi potenze, infine caduta del dittatore (almeno così per una volta la gente non potrà dire che sono stati gli Stati Uniti a volere la caduta di un dittatore e con il consenso ai minimi storici nel mondo arabo per gli Americani era fondamentali uscire vergini da questa vicenda).

    confrontare questo articolo di Giulietto Chiesa. mi sembra ultimativo sulla questione:

    http://www.sinistrainrete.info/politica/1909-giulietto-chiesa-come-si-abbattono-i-regimi.html

    • Lorenzo Declich on 2012-05-08 at 10:12

      Sì, l’avevo letto. Lasciamo perdere la critica a Chiesa, che secondo me in alcuni casi le dice grosse (per dirne una sulla Siria ingigantisce e non credo che Israele abbia alcun interesse a cambiare regime, lì, anche se è vero che il “pacchetto” preparato dagli Stati Uniti non è da poco).

      Che gli Stati Uniti pensino da un bel po’ al Grande Medio Oriente è chiaro, e “in chiaro”. Non c’è bisogno di “schemi” o meglio, di schemi ce n’erano diversi. Voglio dire: il loro obiettivo era raggiungibile in diverse maniere, lo stanno raggiungendo nelle maniere che vediamo verificarsi in questi mesi, senza bisogno di evocare complotti.

      Ti riporto una cosa che sto scrivendo:

      Era il 5 febbraio 2011 e Hillary Clinton, rivolta alla platea della 47th Munich Security, che riunisce ogni anno il mondo intero sui temi della sicurezza globale, diceva: “abbiamo costruito partnership forti di sicurezza con i paesi del Medio Oriente per promuovere la pace fra Israele e i suoi vicini, per piegare le ambizioni nucleari iraniane, per dare supporto allo sviluppo economico, per fermare l’avanzata del terrorismo e continueremo a mettere al primo posto questi obiettivi, quegli obiettivi che crediamo siano essenziali per la sicurezza americana ed europea così come per la sicurezza dei popoli della regione. Per decenni molti di questi stessi governi non hanno perseguito il tipo di riforme economiche e politiche che li avrebbero resi più democratici, responsabili e affidabili. A Doha [Qatar], il mese scorso, ho esortato i leader della regione a soddisfare le esigenze dei loro popoli e a offrire una visione positiva per il futuro loro e nostro, perché sulla regione sulla regione si sta abbattendo una tempesta perfetta scaturita da correnti poderose. Una crescente maggioranza in quei paesi è sotto i 30 anni d’età. Molti di questi giovani, anche i più istruiti, non trovano lavoro”. Dunque: “… Lo status quo non è più sostenibile … Questa non è semplicemente una questione di ideali, è una necessità strategica”

      Una necessità strategica all’occorrere di una tempesta perfetta, tutto evidente, tutto in chiaro.

      La strategia americana, probabilmente già preparata nella possibilità che vi fossero rivolte nei paesi arabi (che secondo me anche gli americani vedevano come remota), a mio modo di vedere si esprime “ex-post” e non a monte: c’erano modi più “economici” di raggiungere lo stesso obiettivo.

      Sulla Cina sono abbastanza d’accordo. Un buon punto di partenza e https://in30secondi.altervista.org/2011/11/16/il-confronto-fra-stati-uniti-e-cina-in-africa-e-in-iran/ . E’ chiaro che molto di ciò che accade è da vedere alla luce del rapporto conflittuale Cina-USA, ma la situazione non può ridursi secondo me a un gioco di “defenestrazioni” (anche se in Libia, alla fine, è andata così, e Gheddafi per i Cinesi era una delle porte per l’Africa), anche perché gli USA dipendono dai soldi cinesi, ormai. Ad esempio un paese come l’Arabia Saudita, il principale bastione americano nel Golfo, triplica il volume d’affari con la Cina. Inoltre ci sono altri attori in campo (si veda ad esempio ancora la Libia) e concentrarsi solo sugli Stati Uniti può indurre in errori di valutazione.

      • Lorenzo Declich on 2012-05-08 at 12:16

        Ecco cosa dice la neoeletta segretaria del partito socialista marocchino Nabila Mounib:

        “the Islamist parliamentary victory in Morocco can be duplicated in Algeria because the West believes that supporting the revolutions is in its interest, and that it does not contradict the liberal tendencies of savage globalization. At the same time, the West wants to keep the conflict contained within each state, first to preserve its interests, and second to ensure Israel’s security.”

        http://www.al-monitor.com/pulse/politics/2012/05/secretary-general-of-the-morocca.html

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