Parola di spada

La situazione politica tra i ribelli è sempre più confusa, oltre tutto segnata da una ripresa di protagonismo delle tribù, un soggetto “conservatore” per definizione.
In particolare gli Ubaideyat pretendono un rapido processo pubblico per far luce sulla vicenda dell’omicidio Younis.

All’opposto Ahmed Shabani ed altri giovani oppositori libici si chiedono sempre più rumorosamente perché la maggior parte delle posizioni di potere del CNT siano detenute da ex esponenti del governo Gheddafi.

Oltre tutto Shabani, in un intervista al Corriere della Sera del 5 agosto, si lamenta anche di come Jalil abbia assolto molti sospetti doppiogiochisti, ed abbia cercato fino alla fine di far apparire l’esecuzione per tradimento di Younis come un complotto gheddafiano.

I figli di Gheddafi ne stanno approfittando affermando di essere in contatto con questo o quel gruppo, in modo, suppongo, da aprire ulteriori divisioni.

In particolare Sayf al-Islam, il 4 agosto, ha lasciato intendere di essere pronto a un accordo con l’ala islamista della rivolta. Tutti uniti per uccidere i liberali (“The liberals will escape or be killed”), nel consueto linguaggio truculento usato dalla propaganda gheddafiana. Si sta pure facendo crescere la barba per calarsi nel ruolo.

Un affermazione che a mio avviso va interpretata più come un’apertura agli stati del golfo che una reale volontà di trattare con i soggetti non liberali della rivoluzione. Unita al tentativo di minacciare la NATO con un nuovo Waziristan in mezzo al Mediterraneo se non abbandonano la rivoluzione.

Se a qualcuno interessasse questa sparata “l’intervista” è qui.

Sayf al-Islam, tra l’altro, non ha specificato cosa intendeva per “islamisti”, visto che le formazioni “islamiste” in Libia sono numerose e ideologicamente molto distanti tra loro. Ha davvero parlato con qualcuno (improbabile) e se si con chi: la rete degli Ulema liberi (un gruppo religioso, non integralista, di cui fanno parte addirittura alcuni Sufi)? I Fratelli Musulmani? I salafiti? La brigata Obaida Ibn Jarrah (accusata da Jalil di essere vicina al radicalismo islamico, ma ho i miei dubbi)? Il gruppo di Derna di Abdel Hakim al-Hasadi?

Ali al-Salabi, (evidentemente esponente di questa galassia, ma con un ruolo che mi sfugge) il giorno dopo, ha confermato contatti con Sayf al-Islam all’inizio della rivolta, ma ha negato qualsiasi mediazione con il regime, specificando che il suo gruppo si è limitato a ribadire le tradizionali richieste dell’opposizione.

Fatto sta che questo tipo di affermazione è molto utile per dividere il fronte, non certo compatto, dei rivoluzionari; oggi come oggi formato da quattro gruppi maggiori (che stanno generando partiti, come il Democratic Party of Libya di Ahmed Shabani), a loro volta divisi in gruppi minori.

Le identità politiche più forti mi sembrano: i liberal-democratici “veri” della nascente società civile libica, i liberal-tecnocrati (che definisco “badogliani”) provenienti o dalla minoranza interna dell’ex governo o dal ministero del petrolio, i gruppi storici dell’opposizione in esilio rientrati in patria, più o meno raccolti dal NCLO (Conferenza Nazionale dell’Opposizione Libica, in esilio), e, appunto, vari gruppi “islamici” dei più diversi orientamenti (anche notevolmente moderati), i cui atteggiamenti vanno da una blanda rete di religiosi avversi al regime a gruppuscoli radicali.

Comunque tra queste quattro forze quella dei liberal-democratici “veri” è quella più “di sinistra”, in assenza, eccetto che nella zona di Misurata, di forze di sinistra più tradizionali. Ha un programma costituzionale liberal-democratico, più centrato sul pensiero liberale e sui diritti umani che sul liberalismo economico (invece caro ai “badogliani”) molto lontano ideologicamente da quello espresso da non pochi gruppi islamici.

Quindi su questa divisione batte Sayf al-Islam, sperando nel contempo che le forze progressiste, quelle sostanzialmente conservatrici e quelle religiose si dividano.

Cosa che, purtroppo, potrebbe persino accadere, anche se Sayf al-Islam fosse rimasto zitto.