La teoria dominante, in mancanza di un nuovo assetto in Egitto, è quella del “colpo di Stato” militare.

Ma l’esercito – è almeno la trentesima volta che lo ripeto in questi giorni – è il gestore ultimo della violenza, ovunque.

Se domani esplodesse il parlamento italiano e tutti i poliziotti fossero in malattia il potere sarebbe affidato all’esercito.

Sarebbe un colpo di Stato solo se scoprissi che a far esplodere il parlamento e a far venire il cagarone ai poliziotti sono stati i militari.

E in Egitto l’esercito NON ha provocato un bel niente, per quel che sappiamo: si è trovato a gestire, nel bene o nel male, una situazione esplosiva.

Ciò non significa, ovviamente, che l’esercito egiziano sia buono per forza.

C’è un grosso misunderstanding, forse, rispetto alla vicenda egiziana, nella misura del fatto che la si chiama “rivoluzione”.

Se parliamo della rivoluzione avendo come riferimento la rivoluzione francese, la rivoluzione russa e anche, tutto sommato, la rivoluzione cinese, allora siamo portati a dire due tipi di cose in base al nostro livello di paranoia:

  1. che quella egiziana non è una rivoluzione;
  2. che la rivoluzione egiziana è in realtà un golpe.

Ovviamente la rivoluzione egiziana non è nulla di tutto ciò.

E’  solo ciò che è – mi si conceda un vago tributo a Wittgenstein – al di là di ogni riferimento passato e presente: si chiama così nella misura del fatto che – stanti le regole del linguaggio – i suoi protagonisti la chiamano spesso così e/o i suoi commentatori la definiscono principalmente così.

Tutto il resto è wannabe revolution (vedi anche qui e qui).

Detto questo faccio presente che nella piattaforma della manifestazione del 25 gennaio, da cui tutto è partito, c’era anche la richiesta di aumento dei salari per alcuni settori della pubblica amministrazione.

Il punto n. 1 recita:

1. affrontare il problema della povertà prima che esploda e perciò rispettare ciò che ha stabilito la magistratura egiziana rispetto all’aumento del salario minimo nei comparti della sanità e dell’istruzione per migliorare i servizi ai cittadini. Fornire sovvenzioni fino a 500 lire egiziane [meno di 65 euro, n.d.t.] a tutti i giovani laureati che non trovano lavoro, e ciò per un periodo definito.

Chi protesta, oggi, non fa che tener fede alla piattaforma della protesta.

Mettendo ovviamente alla prova l’esercito.

Non so come finirà, è ovvio, ma noto che – come sta succedendo anche in Tunisia – l’apertura verso la libertà di espressione dà la stura, in Egitto, all’esercizio di fondamentali diritti di cittadinanza: il diritto di sciopero.

Proprio quello che i manifestanti volevano: vivere in un posto dove poter fare quello che si fa in un paese democratico.

Scioperi, sit-in, proteste etc. etc.

Non sarà una rivoluzione con la Erre. Ma chi l’aveva detto che questa doveva essere una rivoluzione con la Erre?

Nessuno, o comunque – all’interno dell’offerta politica egiziana – in pochi.

E passiamo, appunto, all’offerta politica.

Mi si chiede un’analisi in merito che non ho il modo di fare (e questo è il motivo del titolo del post),  ma anche su questo punto una cosetta da dire ce l’avrei.

Diverse decadi di leggi di emergenza hanno determinato un Egitto che, al di là dell’NDP di Mubarak – un comitato di potere e affari più che un partito – ha appunto “offerta politica” più che forze politiche.

Escludendo i Fratelli Musulmani, ovviamente, la cui partecipazione ai giuochi di potere, tuttavia, potrebbe tranquillamente provocare scissioni interne (vi sono diverse correnti al suo interno. Alle ultime elezioni 2010, le elezioni farsa, i Fratelli Musulmani avevano intimato al loro unico eletto di dimettersi, ma lui non si è dimesso e dunque è stato espulso).

Sommariamente abbiamo:

  1. partiti riconosciuti ma per questo in qualche modo conniventi e dunque invisi alla gente. Questi dovranno perlomeno “rifarsi la faccia” per tornare ad essere presentabili;
  2. partiti riconosciuti di corso meno lungo (ad esempio il Ghad di Ayman Nour) e quindi più presentabili anche per il loro curriculum;
  3. partiti non riconosciuti ma ampiamente strutturati e in qualche forma già usi alla gestione del potere o dell’opposizione (i Fratelli Musulmani);
  4. partiti e movimenti in formazione (specialmente giovanili che si federano con forze sindacali di base, non dimenticate il 6 aprile 2008).

Posso dimenticare qualcosa. Come ho detto non ho tempo.

Comunque: le “tradizionali” correnti di pensiero presenti in ogni democrazia sono tutte presenti, in un modo o nell’altro ma ci sono una serie di “sovrapposizioni” sulle quali bisognerà puntare gli occhi.

Ad esempio i Fratelli Musulmani, in quanto opposizione non ufficiale ma tollerata, hanno in questi decenni ricoperto parte delle funzioni tipiche di una forza di sviluppo della società civile, di un sindacato, di un partito.

Hanno rappresentato in qualche forma una specie di “Egitto ombra” o forse, forzando un po’, un’organizzazione simile a quella leghista in Italia (al di là dei contenuti, s’intende. Mi spiego: la Lega tende ad mettere bocca su tutto, ordinandosi in base al concetto di “Nord Italia” e non in base al concetto di “società civile”, nella quale diversi attori ricoprono diversi ruoli. C’è dunque un sindacatodellalega, una nazionaledellalega, un parlamentodellalega, una sinistraleghista, una destraleghista nel senso di legacomunisti e  legafascisti etc.. Un Maroni sarebbe un legacomunista, ad esempio).

Insomma, se da una parte le correnti di pensiero sono tutte presenti, dall’altra bisognerà vedere se e come saranno rappresentate.

C’è un altro “differenziale” rispetto alle democrazie che conosciamo, che potrebbe falsare il processo di trasformazione di questa “offerta politica” in “partiti”: le realtà più strutturate, quelle nate in seno al regime precedente, sono meno credibili ma – in ragione della loro organizzazione – potrebbero aggiudicarsi in toto quella fetta di “offerta politica” che teoricamente gli corrisponde.

Un partito come il Nuovo Wafd potrebbe volersi aggiudicare, escludendo altri attori, la fetta “liberale” così come il Tagammu` potrebbe volersi “mangiare” il campo “laburista”.

Vista la composizione partitica di oggi, comunque, la “lotta per conquistare il centro” dovrebbe essere la più complicata. Non essendo fra l’altro detto che nella cabina elettorale quel centro significhi davvero qualcosa.

Ecco, ho finito. Chiudo ritornando al punto di partenza: prima di tutto bisognerà capire se e come i militari permetteranno lo strutturarsi dell’offerta politica.

Aspettiamo.

Di tempo ce ne vuole.

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p.s. Leggete qui Sherif el-Sebaie, oggi è molto istruttivo (anche se come al solito non sono del tutto d’accordo con lui).

 

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