Che fine hanno fatto i jihadisti libici

In quest’ultimo periodo due giornalisti si sono recati a Derna, nella Libia orientale, per fare il punto su quella che in molti indicano come la capitale del jihadismo libico.

Il primo è stato George Grant, del Libya Herald alla fine di maggio.

Grant ha incontrato una delle facce conosciute del jihadismo libico “storico” Abd el-Hakim al-Hasadi.

Al-Hasadi era stato uno dei primi jihadisti apparsi sulla stampa internazionale durante la guerra in Libia (seguite il link sopra).

Era un “arabo-afghano”, cioè uno di quelli -ed erano tanti- che alla fine degli anni ’80 erano andati a combattere i sovietici in Afghanistan e poi, in buon numero, erano rimasti lì perché ricercati in patria e/o perché si erano affiliati ad al-Qaida e/o per combattere gli americani.

In particolare al-Hasadi era uno di quei libici che negli anni ’90 faceva parte del Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) che, nonostante quello che si dice in giro, non si è mai fuso con al-Qaida, avendo come focus proprio la Libia e non il “Grande Satana” americano.

Al-Hasadi, altro luogo comune da sfatare, non era mai stato a Guantanamo. Fu catturato nel 2002 a Peshawar in Pakistan, mentre tornava dall’Afghanistan dove combatteva contro gli americani. Fu consegnato agli americani, detenuto qualche mese a Islamabad, consegnato in Libia, e scarcerato nel 2008 nel quadro  “programma di riconciliazione” voluto da Sayf al-Islam Gheddafi.

Dal 2008 al 2011 al-Hasadi aveva formato jihadisti da inviare in Iraq –ne inviò almeno 25– ma lo avevo definito un “jihadista patriota” perché, una volta scoppiata la rivolta contro Moammar Gheddafi, aveva dismesso definitivamente il suo abito qaidista: era stato incaricato dal Consiglio Nazionale di Transizione della difesa di Derna ed era favorevole alla no-fly zone.

Lo ritroviamo qualche mese dopo negli abiti di un democratico, o quasi.

Secondo quanto riportato da Grant, che trova anche una fotografia che ritrae al-Hasadi insieme a Mustafa Abdul Jalil, ossia il Capo di Stato ad interim libico, in occasione di un ricovero di quest’ultimo in un ospedale di Bengasi, al-Hasadi accetterà qualsiasi genere di soluzione in Libia, purché democratica, anche se qualche rigidità ancora ce l’ha.

Più in generale Grant vede una Derna assolutamente pacifica e tranquilla, non segnata da una presenza islamista granché pronunciata, laddove il suo collega del New York Times, David D. Kirkpatrick, qualche problemuccio lo incontra.

Nel suo pezzo di fine giugno ci fa notare che scritte sui muri come “no ad al-Qaida” sono state cancellate, ad esempio. Anche lui incontra al-Hasadi, che gli ripete più o meno le stesse cose dette a Grant, con la differenza che, questa volta, affronta il “problema” “Qumu”.

Abu Sufian Ibrahim Ahmed Hamuda Bin Qumu, a differenza di al-Hasadi, non è un democratico. Lui, insieme a Muhammad Abdallah Mansur Al-Rimi, proviene dalla prigione di Guantanamo, un luogo che, a detta dello stesso Bin Qumu, non si dimentica tanto facilmente.

Nei giorni seguenti alla fine della guerra libica, fu catturato e messo in carcere dalle autorità della nuova Libia in quanto fomentatore di disordini “salafiti” a Tripoli.

Secondo Gianni Cipriani, che al tempo scriveva un articolo in merito al pericolo qaidista in Libia:

Tra coloro che hanno preso le armi contro Gheddafi ci sono anche numerosi combattenti che si ispirano al salafismo e che fanno parte di gruppetti che al momento sono rimasti fuori sia dal governo provvisorio sia dai governi locali. Utili prima e pericolosi adesso. Tra questi c’è il capo dei salafiti di Tripoli, Suffian detto al Gomma [cioè Bin Qumu], che è stato recentemente arrestato dagli uomini della Cnt e portato a Bengasi per essere interrogato. Lo sospettavano di avere la disponibilità di alcuni di quei missili, che sarebbero stati nascosti nella zona di Darnah, cittadina della parte orientale del paese. L’interrogatorio di Suffian non ha portato a nulla di utile sulla risoluzione del giallo. Ma l’uomo ha detto che, se lasciato libero, andrà via dalla Libia per combattere in Afghanistan.
Dentro la Cnt si interrogano: qualcuno vorrebbe uccidere Suffian e quelli come lui. Altri si oppongono temendo una accelerazione di una nuova guerra civile che sembra alle porte […]

Evidentemente Bin Qumu fu liberato perché lo ritroviamo nei dintorni di Derna, alla testa di un gruppo di salafiti, che circolano imbracciando il fucile e il vessillo nero tipico delle formazioni salafite.

Al-Hasadi, che lo conosce bene, sta cercando di convincere Bin Qumu a smetterla di invocare l’Emirato islamico e di piegarsi al gioco democratico. Sembra che la cittadinanza sia in generale con al-Hasadi ma Bin Qumu non ne vuole sapere di abbandonare le armi.

Kirkpatrick prova a incontrarlo ma:

Avvicinato da un intermediario libico che lavora per il New York Times, il signor Qumu ha urlato: “Andate all’inferno” da dietro una porta chiusa. “Sono stato a Guantanamo per sei anni e nessun americano aveva interesse a parlare con me! Perché dovrei parlare con un americano, adesso?

Non gli si può dar torto, effettivamente, ma torniamo a Derna che, agli occhi del giornalista del NYT appare sotto una luce diversa: il jihadismo, lì, è ancora ben presente, e la “mediazione” con i jihadisti è affidata ad ex-jihadisti che si sono messi in politica.

Ed ora spostiamoci a Tripoli dove, ben ripulito, ritroviamo un altro di quei jihadisti che divennero famosi nei mesi della guerra in Libia: Abd el-Hakim Belhaj.

Come scrivevo qualche tempo fa:

Trattasi del ex-capo del Gruppo Islamico Combattente per la Libia, الجماعة الإسلامية المقاتلة بليبيا‎, ovvero Libyan Islamic Fighting Group, ovvero LIFG, un gruppo da lui fondato ufficialmente nel 1995 insieme ad altri jihadisti come lui che andarono a combattere contro i russi e poi gli americani in Afghanistan. Un gruppo che, ricordiamolo, ha sempre avuto come obbiettivo la defenestrazione di Moammar Gheddafi e che per questo dal Qa’id fu perseguito con determinazione.

Affiliato, appunto, di al-Qaida in Afghanistan e Iraq e a “lungo ricercato dalla Cia, viene rintracciato e catturato dagli americani nel 2003 in Malesia. Trasferito in un carcere segreto di Bangkok viene interrogato e, probabilmente, torturato fino a quando nel 2004 viene consegnato ai servizi segreti libici” (fonte). Uscirà poi dalle prigioni libiche nel marzo 2010 grazie a Sayf al-Islam Gheddafi e al suo programma di riconciliazione nazionale per ricomparire fra le fila degli insorti, e in particolar modo nel Jebel Nafusa.

L’uomo, secondo intelligenceonline.com, non ha soltanto combattuto nel Jebel Nafusa dalla parte degli insorti, ma anche a stretto contatto con ben 4 agenzie di intelligence: CIA (americana), SAS (francese), MI6 (inglese), DGSE (francese).

In seguito si è scoperto che la sua katiba era finanziata dal Qatar (Maghreb Confidentiel, 22 settembre 2011.) e che Abd el-Hakim altri non è che un uomo del Qatar, un paese la cui strategia in Libia passa per il foraggiamento, in diverse forme, delle diverse compagini dell’islam politico (vedi anche qui).

Tempo fa scrivevo che, in questo contesto, Belhaj era “interessante” per un motivo preciso: quest’uomo per ben 2 volte – in Afghanistan e Libia – aveva lavorato a fianco di una struttura di intelligence straniera pur dichiarandosi assolutamente “patriottico” ed avendo effettivamente il gruppo di cui fu capo, il LIFG, un obbiettivo tutto “libico”. E pur non essendo mai stato a Guantanamo, notizia fatta circolare dalla propaganda gheddafiana e che ora che gira sul web come fosse una verità assoluta.

La storia di Belhaj, dunque, è per certi versi simile a quella di al-Hasadi, ma qualche differenza c’è.

Non è stato a Guantanamo, è “patriottico” ma, a differenza di al-Hasadi non ha mai mandato jihadisti in Iraq, pur essendovi stato. Si è distinto per i suoi contatti con i qatarioti e, più tardi:

  1. per essere stato al confine turco con la Siria, ospite dell’Esercito Siriano Libero, in una situazione assolutamente ambigua che mi aveva fatto pensare, raccolti tutti gli elementi, che questo personaggio fosse un vero e proprio “mercenario jihadista”;
  2. per aver chiesto un  risarcimento ai britannici, che lo torturarono una volta catturato (era in uscita dall’Afghanistan).

Oggi, però, lo ritroviamo, in giacca e cravatta, appunto, nel Partito Nazionale Libico (vedi anche qui), e in piena propaganda elettorale.

Nonostante la denominazione ben poco “islamista”, il partito è chiaramente di ispirazione islamica e vicino al network della Fratellanza qatari-style. Belhaj è in combutta, come in passato, con un altro esponente dell’islam politico “protetto” dal Qatar, Ali al-Sallabi (del quale ho scritto più volte), un vecchio arnese che al tempo del “programma di riconciliazione” faceva da mediatore fra lo stesso Belhaj e Sayf al-Islam Gheddafi.