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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Un responsabilità storica

2011-02-09
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di K. Selim, Le Quotidien d’Oran, 9 febbraio 2011 (versione originale)

Fra Bin Laden e Bush. Dopo l’11 settembre le società arabe sono state ingabbiate – dai regimi come dagli Occidentali – all’interno di questa scelta sommaria. L’idea di una democrazia nei paesi arabi era riservata a quegli ingenui che non sanno che il voto libero, nei nostri paesi, può aver luogo “una volta sola”.

La tesi, contestabile e risolvibile in generale in un sistema elettorale proporzionale che permette una rappresentazione fedele delle correnti politiche, è servito da argomento per l’insieme dei regimi autoritari nel mondo arabo. Il fatto che gli islamisti* non siano stati i promotori dei movimenti per i cambiamenti in Tunisia e in Egitto perturba questa idea precostituita, quest’idea elevata a rango di dogma.

In Occidente si difenderà, debolmente, la democrazia, ma fu lì che decisero che le società arabe e musulmane erano refrattarie alla democrazia. C’era una democrazia in Turchia ma in quel caso si insisteva sulla specificità di quel paese.

Una “propaganda della preoccupazione” a teso ha presentare le società arabe come se fossero tentate dal modello iraniano invece che da quello turco, che era il più interessante. In quel paese non solo l’islamismo si è evoluto nella direzione di una integrazione dei valori della democrazia, ma il sistema autoritario ha dovuto accettare di ricomporsi e di prendere le misure dell’evoluzione della società. il fatto che la Turchia divenga un’economia emergente e una potenza regionale che impone la sua visione non è separabile da questo movimento di democratizzazione che fa sognare  giovani Arabi. Lo scacco del processo democratico in Algeria, che ha portato a un decennio di grande violenza, ha portato acqua al mulino del discorso antidemocratico.

I movimenti di contestazione in Tunisia e in Egitto costringono tuttavia a delle revisioni. Nessuno più osa affermare che le società arabe non abbiamo che la scelta fra la dittatura e l’islamismo. Questi due grandi avvenimenti, i cui effetti saranno duraturi, sebbene non automatici, mostrano che le società arabe non sono ricettive solo al vettore del cambiamento islamista. Altre forze possono influire sull’evoluzione della situazione. E allo stesso tempo se gli islamisti sono presenti e rappresentano una forza non oscurabile, i casi tunisino ed egiziano già svelano che queste società dispongono di risorse che permettono di opporsi all’avvicendarsi di un autoritarismo con un altro.

L’assunto che “non vi sarà che un solo voto democratico in un paese musulmano” è dunque contestabile. Si fonda su un preconcetto, su una paura che, fino ad ora, gli islamisti hanno avuto la tendenza ad alimentare. Ed è anche vero che se li si imbavaglia – insieme al resto delle correnti politiche – ciò dà la possibilità agli estremisti del genere di al-Qaida di imporre una visione minacciosa dell’islamismo e dell’islam stesso.

Gli islamisti tunisini ed egiziani hanno davanti a sé una responsabilità storica. Fino ad oggi il loro atteggiamento ha permesso a chi deteneva il potere di rifiutare la democrazia. E adesso si trovano nella situazione di poter dimostrare che possono essere attori della democrazia. Gli islamisti tunisini sembrano molto occupati a non compiere gli stessi errori degli islamisti in Algeria.

In questo momento particolare, gli islamisti in Tunisia e in Egitto sanno di essere sotto osservazione e di avere contro tutti i Bush e i Bin Laden della terra.

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* per “islamisti” qui si intendono, alla francese, tutti i rappresentanti dell’islam politico, al di là delle loro posizioni più o meno estreme e/o moderate. Si veda più avanti la differenza che l’autore compie fra “islamismo” e “islam”.

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