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[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Ma in Yemen? Le mosche restano…

2011-03-28
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Yemen: sembra il paese di cui a nessuno frega un bel niente.

O quasi.





Qualche mese fa, prima che il Mondo Arabo cominciasse a bruciare, assistevo a una conferenza in cui l’ex-ambasciatore italiano in Yemen, alla presenza del nuovo ambasciatore yemenita in Italia, disquisiva con competenza delle iniziative di scambio culturale fra i due paesi. Iniziative sicuramente importanti e proficue.
Alla domanda di una studentessa di scienze politiche sulle paventate prospettive di un contagio di “anarchismo-tribale” in Yemen, sulla scia dei casi somalo e AfPak (insopportabile sigla che per certi cervelloni occidentali designa, fondamentalmente, l’area dell’Asia Centrale abitata dai Pashtun e da etnie loro cugine), l’ambasciatore rispose seccamente. Lo Yemen, disse, ha uno Stato, un Ordinamento, Istituzioni con le quali rapportarsi, non è assolutamente comparabile con i casi prospettati.

E’ trascorso appena un inverno e il Presidente `Ali `Abdullah Salih rilascia un’intervista alla TV al-Arabiya affermando:

“Ventidue anni fa eravamo due Paesi”, lo Yemen “sarà diviso in tre o quattro entità (…) e (gli oppositori) potranno controllare soltanto San’a e alcune province”.

(fonte Afp, riportata da varie testate; l’intervista come appare sul sito di al-Arabiya non riporta questa frase, ma — nella versione inglese — fa riferimento allo spauracchio del caos somalo, mentre nella versione araba , secondo manuale, si sottolinea l’ascesa di al-Qa`ida in alcune provincie)

Ma per chi ha seguito le vicende yemenite degli ultimi tempi (anche su questo blog), quella affermazione può davvero essere una triste profezia.

Si era spiegato infatti come per storia, geografia (umana e non), tradizione (religiosa e non), lo Yemen è sempre stato un’entità che aggolmerava componenti simili ma distaccate, in cui la costruzione di un sentimento nazionale — uno dei grandi obiettivi dei partiti socialisti-nazionalisti-arabi di impronta nasseriana cresciuti negli anni 60 e al potere in molti paesi arabi — risultava compito molto arduo, reso ancor più difficile dalla scarsità di risorse e dalla diffusa povertà, nonché dalla presenza ingombrante di un vicino come l’Arabia Saudita, e, non ultima, la posizione strategica sull’imbocco del Mar Rosso, dalla quale per altro nessuno sembra esser mai riuscito a trarre vantaggio.

Si ricorda che, di fatto, dalla storia sappiamo che lo Yemen è stato unito in passato solo per brevi o brevissimi periodi. `Ali `Abdullah Salih lo tenuto insieme (?) finora per 17 anni. Si aggiunga che dopo Gheddafi, è lui il leader arabo al momento più longevo (33 a 42).

Oggi, alle ataviche frizioni che contrapponevano (sintetizzo):

– `Aden a San`a’, per la maldigerita unificazione fra Yemen del Sud e Yemen del Nord, oltre a costrapposizioni di tipo politico fra il partito nazionalista del presidente e il partito socialista (ex.comunista);
– le provincie periferiche (in particolare Ma’rib e Shabwa) al potere centrale;
– le componensti sciite, o meglio zaidite, che non sono esattamente una “minoranza”, a quelle sunnite — questo conflitto risale ai tempi della rivoluzione che negli anni 60 rovesciò, nel Nord, l’imamato zaidita, il cui centro principale (la provincia settentrionale di Sa`da) è stata sempre in conflitto cl governo centrale;
– le tribù emarginate a quelle al potere;
– e sì, anche l’influenza di organizzazioni terroristiche internazionali, spesso non autoctone, che che nelle valli inaccessibili e incontrollte dello Yemen hanno trovato nell’ultimo ventennio un buon terreno di addestramento, all’apirazione alla stabilità di tutta la comunità internazionale;

a tutto questo, dicevo, si aggiunge la voglia di cambiamento e di libertà che una generazione di giovani (si ricordi che quasi la metà della popolazione yemenita ha meno di 15 anni; ma per contro anche che la penetrazione di internet e di FB è scarsissimissima, sotto il 2%) che come altrove nel Mondo Arabo non vede sbocchi all’orizzonte del suo futuro.

Tutto ciò spaventa la comunità internazionale, anche quella tradizionalmente “interventista”, per cui, siamo quasi sicuri, non si prospettano “aree senza mosche” in Yemen.
Probabilmente, vista la piega antipatica che il Presidente ha preso, facendo sparare su manifestanti e insorti, si smetterà di fornirgli aerei, armi, droni e motovedette .

Ma per certi versi potrebbe essere un bene. Se davvero le manifestazioni e gli scontri in atto sono una sincera richiesta di democrazia, lo Yemen potrebbe davvero diventare un modello-laboratorio in cui cercare di superare i localismi per costruire un libero e moderno stato arabo.
Sempre che le divisioni non abbiano il sopravvento. Il quel caso lo spettro della Somalia diventerebbe uno scenario concretamente inquietante.
Oppure no. Forse, come auspicato dal Presidente, ci sarà un “passaggio di mano, ma non a chiunque”, e quindi a un altro colonnello che cercherà di ristabilire le cose destreggiandosi con proverbiale gattopardismo, nell’intricato scenario dell’Altopiano.

D

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